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Pagine di Ennio Martignago
Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,
consulente manageriale individuale e di gruppo.

20 luglio 2007

L'illusione di alternativa

Probabilmente la maggior parte di chi mi sta leggendo non conosce Milton Erickson. Si tratta di un grande psicoterapeuta che ha rivoluzionato l'idea di terapia, di comunicazione e di quell'ipnosi che riteneva essere il suo strumento di lavoro. Diversamente dall'Ipnotizzatore che i più immaginano come colui che ti fa cadere in trance profonda suggerendo che sei stanco, facendoti osservare un pendolo e dicendoti "a me gli occhi", lui usava comportamenti divergenti che defocalizzassero l'attenzione.

Uno di questi metodi era quello della cosidetta Illusione di alternative. Erickson poteva, ammaliantemente suggerire al suo cliente che non era obbligato a cadere in trance subito o dieci minuti dopo, ma avrebbe dovuto farlo lasciando l'attenzione e il ricordo sul tavolino della stanza.
Concentrando la propria attenzione sul tavolino della stanza (domandosi se sarebbe stato disposto a farlo), il soggetto non si rendeva conto che la possibilità di scegliere era un'illusione e che quindi lui stava implicitamente accettando di entrare in trance.

Questa tecnica da sempre usata da media e politici, è divenuta nell'ultimo decenni vieppiù inflazionata.

Viviamo in un mondo in cui cercano di convincerci che esistano dei poli sia a livello di partiti politici che di attori produttivi (impresa vs. sindacato) e così via fino alle squadre di calcio.

Il punto è che l'antagonismo fra squadre della stessa città interessa pochissimo i responsabili sportivi, perché la questione che veramente preoccupa è la perdita di attenzione verso il calcio che proprio l'antagonismo esorcizza. Nello stesso modo finiamo per lasciarci convincere che ci siano delle reali divergenze politiche (al di là delle tasche nelle quali ogni schieramento va poi a far riversare il denaro) fra i due blocchi, ma in realtà questo serve a fare pensare al cittadino che egli abbia ancora delle possibilità di scelta e che esista ancora una rappresentanza politica dei suoi interessi (nonostante si possa riscontrare che ogni governo abbia iniziato il lavoro che poi l'altro ha portato avanti). Le alternative più interessanti sarebbero piuttosto all'interno di ogni governo e a guardare bene ci sarebbero ministri del governo attuale che starebbero "tecnicamente" meglio in quello di segno diverso (e viceversa), se solo le appartenenze - e quindi gli interessi di destinazione - non glielo impedissero. Un pensiero di questo tipo verrebbe tacciato di qualunquismo, solo perché rompere lo schema del gioco, svelare gli impliciti significa impedire il suo perpetuarsi in assenza di alternative quando invece l'alternativa non ci è comunque data, semplicemente non esiste se non in una rumorosa apparenza che riesce a fare divergere l'attenzione dagli elementi di sostanza a quelli scenici (un Vespa per tutte le stagioni è la migliore dimostrazione dell'esistenza di un "complotto di conformismo" in atto da decenni).

Anche nei rapporti fra azienda e lavoratori mediati dai responsabili aziendali da un lato e da quelli sindacali dall'altro c'è un'illusione di alternativa. il significato dell'idea di concertazione aziendale oggi consiste essenzialmente nella conservazione della specie degli attori tradizionali dell'azienda in un contesto non-tradizionale che potrebbe funzionare anche senza di loro. Quindi il conflitto serve a fare credere che una dialettica obsoleta sia ancora necessaria e che esista ancora, non tanto una spartizione degli interessi come nello scenario politico, quanto un contraddittorio, un'alternativa di soluzioni.
La soluzione è sempre una: bisogna che qualcuno paghi e che chi paga sia qualcuno di diverso da coloro che sostengono gli attori con "competenza di interessi", e cioè la massa che comunque - come ormai dimostra l'assenteismo giunto a noi dagli Stati Uniti - incide in maniera del tutto marginale sui risultati definitivi (non è un caso che gli esiti elettorali dei paesi del blocco occidentale siano una media più o meno statistica, quasi a dire "mettetevi un po' d'accordo fra di voi, tanto vi assomigliate").

I macro-schieramenti non fanno più fede: quello che fa la differenza sono i progetti di aggregazione basati su interessi particolari con obiettivi e prodotti delimitati e concreti. Pensando ad esempio ai Sindacati, mi viene da osservare che sempre più le emanazioni dell'apparato fondate sulla gestione economica e sulla prestazione di servizi e di sostegno civile costituiranno gruppi di influenza sia economica che politica gestiti da una dirigenza tecnica che andrà a sostituirsi a quella squisitamente istituzionale politica la quale a sua volta diverrà piuttosto una derivata di questi gruppi di influenza in grado di gestire l'economia delle imprese (come soci azionisti, ad esempio) e la politica sindacale e parlamentare, essendo in grado di negoziare potere e risorse nazionali ed internazionali con le forti concentrazioni economiche.

Una trasformazione che dev'essere il più rapida possibile perché l'Italia non affondi soffocata da una dilagante povertà ed un'incapacità dirigenziale e di potere che la rende la Cenerentola fra le nazioni industriali. Un cambiamento che parte dal disincanto da chi cerca di farci credere alle favole e agli spiriti, come la sopravvivenza delle ideologie politiche, delle classi, delle teorie economiche, delle sociologie generali, degli schieramenti…

illusioni di alternative in un mondo sempre più omogeneizzato fra Impero e Masse, come suggerisce Tony Negri, rispetto alle quali solo le scomposizioni progettuali e funzionali e le aggregazioni in molteplicità di lobby di influenza a razionalità limitata (H. Simon) possono rappresentare delle rotture dello schema globalizzante o massificante.

Organizzazioni temporalizzate di soggetti desideranti su risultati definiti e non-continuativi.

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