Personal Coaching

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Pagine di Ennio Martignago
Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,
consulente manageriale individuale e di gruppo.

16 agosto 2007

Coaching e Formazione (NMG 006 - 8-01-2005)

Una parte del mondo della formazione può uscire dall’ambiguità di questo settore in crisi teoretica definendo diversamente il proprio ambito professionale


Un poco alla volta il coaching viene riconosciuto come disciplina anche dalle imprese del nostro paese.
Una certa diffidenza e lo spazientimento sono comprensibili. Quante presunte discipline, tecniche o metodologie vengono regolarmente introdotte dai fornitori di servizi per HR, senza che ne si comprenda a pieno un vantaggio che non sia quello di distinguersi dagli altri grazie a un nome. Anche chi lavora nel settore scopre in continuazione modalità che apparentemente non conosceva e che, una volta approfondite, si rivelano essere risapute, salvo alcune sfumature nel modo di proporle o anche solo nelle parentele teoriche.

Anche quello che si fa con il coaching, ad essere sinceri, già lo si faceva prima che si diffondesse questo termine. Magari lo si chiamava counseling, sviluppo organizzativo, gruppi di lavoro, laboratori… Di fatto nel nostro paese il modo più comune era chiamare tutto questo “formazione”. È vero che così ci si spiegava con tutti: ci sono voluti decenni per fare capire in giro che cosa fosse questa cosa strana, la formazione, che una volta riusciti è quasi un delitto sostituirla. È anche, però, decisamente improprio e confusivo mettere sotto lo stesso tetto pratiche di natura così diversa come lo sono corsi sulla normativa della sicurezza sul lavoro, lezioni di inglese, courseware informatico, master di economia aziendale, da un lato, e sessioni outdoor, enterprise theater & cinema, comunità di pratiche, knowledge management, learning organization, metaplan, action learning, leadership counseling, coaching e mentoring, dall’altra.

Insomma, è ora che l’etichetta “formazione” venga applicata ai soli corsi (in aula e on line) e invece si chiamino supervisione, consulenza e coaching (dentro e oltre l’aula, come pure nei gruppi on line) gli interventi volti a favorire il miglioramento del singolo, del gruppo o della cultura d’impresa.

Dentro questo cocchio (coach) che viene comunemente usato per traguardare le persone verso una riva desiderata, ad attraversare un guado storico sarà anche la formazione. Ben vengano dunque gli anglismi se favoriscono uno scopo superiore come questo.

È ormai evidente che, almeno dalla metà degli anni ’90, la formazione sta vivendo una crisi teoretica e di mercato che non riesce a superare. In questi casi la soluzione migliore è la separazione, la schismogenesi, come chiamava Bateson la dinamica che spinge i membri del villaggio a creare nuove comunità quando quella originaria è satura.

Ora si tratta di farlo capire ai committenti, ai clienti e alle comunità professionali. Si tratta di scegliere se continuare a chiamarla impropriamente “oltre l’aula” come si sta facendo da un decennio, se fare riferimento a un termine generico come consulenza o lavori di gruppo o se inventare un nuovo nome.

Personalmente ho fatto una scelta e anche se la parola non mi piace (un po’ perché troppo americana, un po’ per i connotati sportivi - per uno che non ama gli sport - e un po’ perché banale, superficiale e poco critica) rinuncio a tante sfumature e adotto il termine “coaching”. Lo faccio solo perché lo hanno adottato già altri professionisti di grande valore intellettuale, perché è semplice da far comprendere a persone che non vogliono perdere troppo tempo a studiare le teorie o le teorie delle tecniche e soprattutto perché da un ventennio di vita e da circa un lustro nel nostro paese è conosciuto e riconosciuto, praticato e diffuso e ultimamente cresciuto e sempre più accreditato dalle comunità professionali.

È giunta l’ora che chi fa questo tipo di lavoro anche in Italia possa smettere di spiegare che non si occupa di quella formazione che declina con la scolarizzazione aziendale e che non fa neppure l’insegnante, accademico o scalzo che lo si voglia.
Ora quel formatore, quello psicologo, quell’animale di gruppi mette tutto il suo pedigree professionale al servizio delle persone che vogliono migliorare e che per farlo vengono aiutate dal loro coach.

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