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Pagine di Ennio Martignago
Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,
consulente manageriale individuale e di gruppo.

21 ottobre 2008

La Rana e l'Occidente

Per chi non vuole leggere.
Dal momento che in molti confessano di non avere voglia di affrontare la lettura delle mie sempre più lunghe filippiche, ho deciso di farle precedere da una sintesi contenente i principali passaggi, affrontabile in pochi secondi. Il resto è di corredo.

Estratto dell'articolo.
La crisi in corso è culturale e sociale prima che economica. La buona notizia è che ben difficilmente le cose torneranno come prima. La speranza è che ci si avvii a una cronaca dell'economia reale come l'unica economia possibile. A forza di un passo in avanti e due indietro, ci stiamo abituando a un cambiamento che avverrà inesorabile senza vere e proprie rivoluzioni, proprio come capita alla rana nelle mani del cuoco. Se il cuoco prende la rana e la getta a cuocere nell'acqua calda, questa al primo contatto schizzerà fuori e farà di tutto per non farsi riacchiappare. Quando invece il cuoco la stende nella pentola piena di acqua fresca, magari in compagnia di altre sue simili, la rana si troverà a suo perfetto agio. Apprezzerà piuttosto il fatto che l'acqua diventi sempre più tiepida ed essendo il fuoco molto lento, l'animaletto si troverà bello e bollito, essendo trapassato più o meno dolcemente senza mai accorgersi di dove si trovava e di quello che stava accadendo. In modo simile il mondo occidentale non vedrà mai il giorno in cui si sarà passati da una cultura socio-economica ad un'altra. Civiltà vuol dire comprendere che il lavoro è l'operato che un cittadino realizza a favore di altri cittadini e non il mezzo per generare del profitto fine a se stesso. Civiltà e potere sono termini antagonisti ed è quindi giusto che chi mira al potere non debba godere della civiltà. Queste sono le coordinate dell'unico mondo nuovo che molte generazioni dopo di noi potranno vedere al termine della lunghissima crisi che verrà. Credo che se dovessi dare un'indicazione unica sarebbe quella di smettere di guardare al mondo troppo in grande. La mente umana è fatta per essere locale e non globale. Solo a sapere separare il Paese e i suoi problemi, nel mio paese e nei miei problemi questi potranno tornare ad essere affrontabili. Perché in questo Paese e in questo mondo un uomo locale come sono io e come con ogni probabilità sei anche tu ormai non può più riconoscersi e non può più determinarsi e contribuire allo sviluppo comune. Per questa ragione la recessione non è di tipo economico, ma prima di tutto di percezione e di riconoscimento e successivamente di investimento civile.



Disorientati dalle mille informazioni e commenti - compreso questo! - seguiamo la soap opera a sfondo drammatico della crisi economica in attesa che sia passata la nottata.
La buona notizia è che ben difficilmente le cose torneranno come prima. La speranza è che ci si avvii a una cronaca dell'economia reale come l'unica economia possibile.

I sali e scendi delle notizie, come delle quotazioni, ci rendono abitudinari. Eppure i rialzi sono spesso pilotati da un mondo fatto di persone che fino a ieri con queste oscillazioni costruivano delle fortune fantamiliardarie e che oggi sperano almeno di continuare a camparci. Questa vita, tuttavia, si regge sulle speculazioni e sulle alterne fortune, per cui chi investe oggi per fare salire i numeri, domani svuota il salvadanaio, sperando di acchiappare più investimenti possibili dai pochi ottimisti e dai meno veloci a vendere.

A forza di un passo in avanti e due indietro, ci stiamo abituando a un cambiamento che avverrà inesorabile senza vere e proprie rivoluzioni, proprio come capita alla rana nelle mani del cuoco.
Se il cuoco prende la rana e la getta a cuocere nell'acqua calda, questa al primo contatto schizzerà fuori e farà di tutto per non farsi riacchiappare. Quando invece il cuoco la stende nella pentola piena di acqua fresca, magari in compagnia di altre sue simili, la rana si troverà a suo perfetto agio. Apprezzerà piuttosto il fatto che l'acqua diventi sempre più tiepida ed essendo il fuoco molto lento, l'animaletto si troverà bello e bollito, trapassato più o meno dolcemente senza mai accorgersi di dove si trovava e di quello che stava accadendo.

In modo simile il mondo occidentale non vedrà mai il giorno in cui si sarà passati da una cultura socio-economica ad un'altra.

A guidare la transizione ben difficilmente potranno essere scelte finanziarie, ma piuttosto di quella economia che è ancora imparentata con le sue matrici filosofiche; potrà essere la psicologia o la sociologia a dare una mano, ma mai i mercati.

Prima dovranno morire gli speculatori dell'apres moi le déluge, quelli per cui il mondo può affondare dopo di me, ma io devo guadagnare comunque sempre di più. Questi non potranno facilmente scomparire per un decreto politico o per un rivolgimento di popolo, quanto piuttosto perché il terreno si fa bruciato attorno a loro. Come recitava un vecchio film di Landis, Una Poltrona per Due, nulla può essere peggiore per un ricco che la prospettiva della povertà. Quando saremo tutti meno ricchi i più pesanti affogheranno affondando per il loro stesso peso.

Le malattie italiane del periodo sono facilmente individuabili e spesso stanno nello scarto fra quello che si ottiene per quello che si fa, in una prospettiva di civiltà molto prima che di economia.
  • «Mi si è chiesto nel passato di fare dei sacrifici personali per far sì che il paese intero diventi più civile e moderno, per il bene di tutti coloro che hanno investito in questo. Poi scopro che i frutti di queste rinunce sono confluiti nelle tasche di pochi che fanno entrare indiscriminatamente (ovvero senza "discrimine") clandestini da sfruttare, perché le persone civili non si farebbero sfruttare andando a distruggere le conquiste del mondo del lavoro». È la sindrome dei rifiuti urbani: chi ne produce di più li manda a casa d'altri e dice che gli altri sono incivili a non accettare. Crederemo a chi pensa il contrario quando porteranno i campi nomadi nei quartieri residenziali, invece che in quelli abitati da gente che deve confrontarsi ogni giorno con la propria speranza di sopravvivenza. Gli abitanti delle periferie non sono concittadini della Nazione, ma dello Stato trasversale degli abitanti delle periferie.
  • «Devo insegnare ai miei figli ad essere onesti quando poi il modello del vincente che scorgo dai vari scandali e gossip è quello del disonesto legale che può permettersi anche di prendere in giro i poveri coatti dell'onestà». Com'è possibile credere nella giustizia di questi magistrati e di questi avvocati e di questi politici? Meglio insegnare ai propri figli a rubare e magari anche a uccidere nella legalità per avere un futuro che ora è loro negato all'insegna dello sfruttamento giovanile dei tirocini, del precariato e delle leggi sul lavoro. Meglio non credere a questo paese dove non esiste certezza della condanna e, peggio ancora, non esiste certezza delle pene (che, in nome delle democrazia dei demagoghi, vanno tagliate perché troppo costose per il paese). Chi paga per l'indulto è lo stesso cittadino periferico che non ha i soldi per versare quelle tasse evase da ricchi e clandestini.
  • «Per tanti anni ci hanno detto che dobbiamo diventare il paese dei servizi e del terziario avanzato e, ora che c'è la crisi, con il ripatteggiamento di Kyoto stiamo scoprendo che eravamo il paese del manifatturiero… Allora non è vero che la produzione si fa nell'Est allargato perché il lavoratore italiano costa troppo caro?». Tutti i governi parlano di abbassare le tasse e se la cavano con qualche voce che incide poco nelle tasche ma molto nel portafoglio del paese. Le tasse che andrebbero tolte sono invece quelle sui lavoratori. Allora il lavoratore italiano costerebbe molto meno di quello dell'Est.
  • «Ma se togli le tasse dai lavoratori, dove li vai a prendere quei soldi?». Quello che l'automazione ha prodotto in questi ultimi decenni è la realizzazione di profitti generati, non dal costo della produzione, ma dalla domanda del mercato. Questo significa che ci sono molte cosiddette imprese che, grazie a programmi informatici o processi di mercato, realizzano guadagni da favola, molto superiori di fabbriche che impiegano centinaia o migliaia di dipendenti, senza occupare neanche un lavoratore in più di quelli che stanno attorno al padrone. Questi, e sono tanti, non pagano tasse e l'unico modo perché questo possa accadere sarebbe di tassare gli introiti reali. Nessuno è mai riuscito in tale proposito perché si ha paura che queste imprese vadano all'estero. E ce ne sono già che hanno fatto questa scelta, personaggi che vivono in Italia avendo il loro business all'estero. Uno stato forte - non pensiamo alle dittature, ma anche solo a paesi come Israele o il Giappone - introdurrebbe il dazio sui pre-lavorati e tasserebbe la ricchezza in maniera cospicua e non alla Valentino Rossi (cifre alte per noi, mance per loro). Personalmente sarei per l'esilio forzato degli impenitenti dalle ricchezze facili, perché se porti il lavoro fuori vai anche a fare il ricco là dove produci e non in un paese di cui sfrutti soltanto i servizi costosi per chi paga le tasse davvero. Questo naturalmente vale per molti liberi professionisti, ma anche qui si rende la vita difficile ai lavoratori a progetto, assimilati a notai, chirurghi e baroni vari che ci dicono persino di essere - poverini! - impossibilitati ad evadere. Un'altra alternativa molto più aggiornata ai tempi di quanto non siano leggi che risalgono a prima che l'Italia fosse una Repubblica fondata sul lavoro (come adesso non è più), sarebbe tassare l'automazione (dal robot, all'e-commerce, ai KMS dei call center, agli ERP come il SAP…) in ragione del full-time-equivalent che sviluppano. Pensate quanti soldi entrerebbero nelle casse statali!
  • «Ci dicono di non sprecare, quando il modello di vita è basato sullo spreco». Si pensi ai costi dei trasporti derivati dalla centralizzazione delle sedi delle società. Orde di incravattati managerotti e tecnici attraversano ogni giorno i cieli del paese per Roma o per Milano. Colonne di auto intasate di dipendenti che ogni mattina e ogni sera vanno e vengono dalle loro abitazioni sempre più extra-urbane per passare una giornata davanti a un computer per nulla diverso da quello che hanno in casa, quando potrebbero tranquillamente evitare ogni spostamento per fare lo stesso lavoro in remoto dalla propria abitazione. Esistono innovazioni tecnologiche, come gli ERP, ad esempio, che non hanno faticato ad entrare e altre come il telelavoro che non trovano il loro giusto sviluppo. Esistono sprechi che non si "devono" evitare. L'innovazione si fa anche cambiando i rapporti di lavoro. Lavorare per obiettivi significa riconoscere lo spreco del lavoro ad orario, invece che a risultati. Se sono in grado di ottenere gli stessi risultati lavorando di meno, perché valuti il mio lavoro sulle ore che mi costringi a fare spesso a prescindere dal mio operato? Lavorare di più, con meno ore e lavorare tutti. Un vecchio motto applicato oltr'Alpe, mai tanto valido come in questi momenti di cosiddetta-crisi.
Civiltà vuol dire comprendere che il lavoro è l'operato che un cittadino realizza a favore di altri cittadini e non il mezzo per generare del profitto fine a se stesso. Civiltà e potere sono termini antagonisti ed è quindi giusto che chi mira al potere non debba godere della civiltà. Queste sono le coordinate dell'unico mondo nuovo che molte generazioni dopo di noi potranno vedere al termine della lunghissima crisi che verrà.

Nel frattempo, alla luce di tutti i punti fin qui espressi che alcuni potrebbero ritenere bolscevichi e altri qualunquistici o reazionari, ma che sono consapevole che non verranno mai attuati, servirebbe una formula semplice, una per tutte per vivere alla meno peggio i giorni che ci si prospettano.

Credo che se dovessi dare un'indicazione unica sarebbe quella di smettere di guardare al mondo troppo in grande. La mente umana è fatta per essere locale e non globale. Se anche è vero che ci sono solo 6 punti di prossimità fra me e il presidente degli Stati Uniti, è anche vero che una volta arrivato a lui non avrei proprio nulla da dirgli. Ho bisogno invece di un ecosistema sociale intorno a me sereno; di una vita culturale e affettiva ricca con le persone che mi sono vicine; di potermi rappresentare mentalmente un ambiente a me noto e familiare; e di vedere l'origine e la fine del mio operato e del mio lavoro per sapere chi servo ed essere conosciuto per quello che ho fatto per il mio prossimo.

Chiamo localismo questo modo di pensare, ancor prima che federalismo. È la mia gestalt, il campo sociale nel quale mi muovo a dare ragione della mia esistenza e a permettermi di governare la mia vita in comune.

Solo a sapere separare il Paese e i suoi problemi, nel mio paese e nei miei problemi questi potranno tornare ad essere affrontabili. Perché in questo Paese e in questo mondo un uomo locale come sono io e come con ogni probabilità sei anche tu ormai non può più riconoscersi e non può più determinarsi e contribuire allo sviluppo comune. Per questa ragione la recessione non è di tipo economico, ma prima di tutto di percezione e di riconoscimento e successivamente di investimento civile.

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