Personal Coaching

Servizio di Aiuti.com
Pagine di Ennio Martignago
Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,
consulente manageriale individuale e di gruppo.

20 luglio 2007

Open Sourcing

Partendo dall'informatica…

È degli ultimi giorni la notizia che i nostri rappresentanti politici sono stati invitati ad utilizzare software libero, come una delle tante distribuzioni Linux, nei loro computer per contribuire a notevoli risparmi. Una delle principali attività di Bill Gates & c. consiste nell'arginare questo fenomeno che rappresenta il maggiore rischio di perdite di mercato per Microsoft, come per tutti i principali giganti del software. È curioso notare infatti la differenza di prezzo che esiste fra programmi liberi, di pubblico dominio, commerciali e delle grandi compagnie. Per un programma di grafica si può passare da 0 a 1500 euro. Quello che cambia è soprattutto il confezionamento del prodotto, anni di consolidamento sul mercato e l'espandibilità. In definitiva, ci sono utilizzatori che nello specifico delle loro attività necessitano di funzioni che vengono garantite solo da certi programmi commerciali, mentre per la maggior parte degli altri questa necessità non ci sarebbe affatto.
Se andiamo a ben vedere, la maggior parte dei possessori di un notebook lo usa soprattutto per aprire un browser su Internet, prendere la posta elettronica e scrivere. Tutte funzioni fornite dai programmi inclusi nei principali sistemi operativi. Nessuno di loro ha bisogno di Office per i propri scritti: WordPad o TextEdit per far questo bastano e avanzano; tuttavia senza Word sembra che non possano vivere. In alcuni casi usa fogli di calcolo o si guarda ed elabora minimamente foto e musica delle loro fotocamere digitali o iPod. Anche per fare questo ci sono programmi gratuiti o al prezzo delle patate.

Quello che mi preme sottolineare è che non è solo una questione di soldi. È inutile nascondersi dietro a un dito: per quanto ridimensionato rispetto al passato, il fenomeno dei programmi piratati passati da un amico all'altro è estremamente diffus per l'uso domestico o e contribuisce ad amplificare la necessità di adozione nelle aziende degli stessi pacchetti divenuti una consuetudine d'uso. "Se posso avere il meglio senza pagarlo, perché non farlo?", sostiene la maggior parte di noi.
Io dico che è una questione di igiene lavorativa e mentale. Innanzitutto, ci sono programmi che fanno le stesse cose in molti modi diversi, ognuno dei quali è più adatto ad un tipo particolare di utilizzatore: io, ad esempio ora sto scrivendo con un programma di integrazione di funzioni, dai testi alle ricerche, alle immagini, che mi evita di aprire documenti e programmi inutili e mi rende il lavoro immediato, integrato, semplice ed efficace, ma quanti di voi conoscono l'esistenza di questo genere di applicazioni e quanti ne hanno fatto uso? e secondo voi, perché non vi è stato dato di conoscerli?
L'altra ragione è che i programmi complessi sono architettati in maniera tale che l'utilizzatore non professionale ha maggiori difficoltà a fare quello che gli serve. L'errore sta nel pensare che più cose il mio programma può fare più ne potrò fare io, ma non è così. Photoshop consente ai - tutto sommato pochi - professionisti che hanno necessità delle sue funzioni avanzate e che lo hanno studiato per mesi e ci hanno lavorato per anni di ottenere risultati stupefacenti. Se lo uso io per scaricare le foto e ritoccarle, aggiungendoci due filtri in croce, finirà che sprecherò un'infinità di tempo a fare pasticci e male, disperdendomi in voci e funzioni per me del tutto esoteriche. Con iPhoto contenuto in una suite di altri 5 utili programmi al prezzo di meno di 80 euro, nel mio Mac scarico, archivio, creo album, li pubblico in confezioni raffinate, o sul web, o in presentazioni, dopo aver fatto tutti i ritocchi necessari con pochi passaggi in men che non si dica.
L'igiene nel computer si potrebbe tradurre con una parafrasi: "quello che non nutre strozza"!

… per parlare di azienda …

Bisogna dire che quando parlo di tecnologie tendo a dilungarmi e a perdere di vista l'obiettivo del mio discorso. Ebbene, per farla breve, ci sono dei programmatori che un giorno si sono stufati di non potere modificare il software che hanno comprato. A ragione sostenevano: "Visto che l'ho comprato, ora è mio e devo poterlo modificare come farei con un'auto o un computer", ma i contratti software con condizioni legalmente da capestro non lo consentono. Costoro hanno quindi fondato un movimento per il software aperto, ovvero dove il codice sorgente è accessibile e modificabile a condizione di rispettare lo spirito di chi l'ha concepito aderendo ad un contratto (in sigla GNU) di "ri-diffondibilità" delle proprie modifiche. Questo modo di pensare i programmi è definito Open Source (dall'idea dei codici sorgente aperti) e sono stati in molti ad aderirvi, dando vita alle più interessanti forme di collaborazione intellettuale e professionale della storia. Linux, OpenOffice.org, Gimp e migliaia di altri programmi sono nati all'insegna dell'Open Source e la maggir parte di essi sono gratuiti.
Oltre i programmi, l'idea di apertura è passata ai contenuti, all'Open Content e alle Common Licences: quello che scrivo lo puoi pubblicare anche tu a patto che citi correttamente l'autore e che a tua volta renda aperto il prodotto che generi con i miei contenuti.

In molti si sono domandati perché tanta gente dovrebbe faticare a lungo per regalare agli altri il frutto del proprio lavoro. La risposta sta nel saper guardare alle cose dalla giusta prospettiva. Quello che è importante comprendere è che nell'Open Source sta un'importante rivoluzione copernicana del business foriera di non pochi suggerimenti in questi tempi di crisi dei modelli di mercato. Qui il prodotto è il pre-testo, ovvero la pre-condizione per lavorare e non l'oggetto da vendere. Quello che pagherai sarà la persona che viene da te per insegnarti, per farti crescere, per customizzare lo sviluppo delle tue necessità. Questo vale per il software, come per i contenuti e le conoscenze.
È la de-oggettivizzazione del prodotto e del commercio.
È l'identificazione della relazione come prestazione da retribuire.
È la persona per come si pone con te, per il servizio che ti offre per la capacità che dimostra nel comprenderti e nel lavorare al tuo fianco sulle tue esigenze, collaborando insieme a meritare un corrispettivo economico e un riconoscimento professionale.
È giunta l'epoca dell'Open Sourcing anche nella consulenza aziendale e nei servizi a valore aggiunto!

Questo significa che il coach o il formatore che arriva con il suo pacchetto di slides e il copione consolidato e utilizzato quotidianamente con tutti i clienti vale poco più che niente. Possiamo pagare le sue performances istrioniche, ma non i suoi contenuti. Vuol dire che la piattaforma per la gestione aziendale che omologa la tua organizzazione a cento, mille altre, non vale niente, mentre vale il consulente che comprende le tue esigenze e il tuo modello organizzativo e assieme a te o ai tuoi esperti modifica la piattaforma perché si adatti a te e fa crescere i tuoi modelli perché possano prendere in considerazione delle alternative. Vuol dire che il guru che ha creato una propria teoria sulle strategie economiche o di marketing non dovrebbe chiedere una lira per andare in giro a ripetere a tutti la stessa manfrina su quello che ha già scritto nel libro, ma dovrebbe fare pagare - anche a peso d'oro, volendo - la relazione che instaura con il cliente per comprendere i suoi problemi e trovare la risposta più adeguata alla sua situazione.

La questione non riguarda però solo l'offerta, ma prima ancora la domanda.
Non solo bisogna comprendere che la suite d'ufficio non è quello che fa al caso tuo, ma devi anche modificare il tuo modo di lavorare per sfruttare tutte le potenzialità del programma innovativo che hai scelto di adottare.
Traslato in azienda vuol dire che per monti manager è molto più facile pagare il pacchetto finito del gestionale o del consulente che ripete la stessa lezione a tutti uguale, piuttosto che affiancare il consulente e creare un laboratorio di sviluppo personalizzato dedicandoci l'impegno, l'attenzione, l'apprendimento e tutte le risorse che servono per personalizzare quelle competenze nella propria realtà. Non dimentichiamo che una conoscenza o degli strumenti adottati da più concorrenti potranno aiutare a raggiungerli, ma mai a superarli, perché solo le soluzioni originali possono fare sperare in reali profitti e vantaggi competitivi.

Stiamo andando verso un periodo in cui sarà sempre meno l'oggetto a contare, ma neppure il servizio generalizzato, ma la relazione autentica ed empatica che si crea fra persone che si mettono in gioco. Quello che fa la differenza solo le persone e la loro relazione, non le teorie e le tecniche. Non basta usare slogan di successo come gli istrioni del coaching a stelle e strisce. Le promesse di miracoli e la facile sicumera sono in genere indici di prodotti standardizzati che nella migliore delle ipotesi comporteranno un grosso lavoro di adattamento, mentre una certa perplessità, un periodo di studio e ripensamenti, una certa titubanza sono tutti segnali che qualcuno sta cercando di capire proprio te, solo te e sta studiando il modo per darti la soluzione che più fa al caso tuo e solo al tuo, lavorando assieme a te, facendo conto sulle risorse che hai e non su quelle ideali. Questo è il servizio o il prodotto open sourcing a valore aggiunto.

… e finire con i portali.

Per chiudere faccio un esempio concreto. Gran parte delle organizzazioni oggi sembrano avere bisogno di portali per la comunicazione esterna o interna.

Nella comunicazione esterna, ciò che più conta sono i contenuti che si sanno trasferire e i servizi che si riesce a gestire. Pensate a quante società invitano a rivolgersi al sito o a comunicare tramite posta elettronica. Quanti di noi mandano la mail e quanti invece fanno in modo di ottenere il numero di telefono per parlare con un operatore? E questo non certo perché non piaccia la posta elettronica, ma perché per esperienza si sa che se scrivi, se ti va bene otterrai una risposta quando ormai ti sarai anche dimenticato della domanda tanto poco ti serviva più, ma nella maggior parte dei casi non riceverai nulla o peggio ancora una risposta sconclusionata che comporta un tuo ulteriore messaggio che richiederà tempi enormi e poche speranze di soluzione. Colpisce l'investimento che tutte queste società hanno rivolto invece sulle tecnologie, sulla grafica, su costosissimi portali, su funzioni assolutamente vuote e sconosciute persino all'azienda…
Molto meglio avrebbero fatto a servirsi di pagine semplici, senza fare vedere quello che non sono in grado di offrire decentemente e che si possa aprire da tutti i browser.
Ricordiamoci che la fortuna di Yahoo, prima, e di Google poi, dipende soprattutto dalla semplicità, da un lato, e dalla capacità di fare una sola cosa, ma di farla al meglio: altro che portali faraonici ed elefantiaci!

Un argomento a me ancor più caro (vedi Portali e Pathledge) è quello della comunicazione interna (più nota come Intranet). È una vergogna vedere quanti soldi sono stati spesi per comprare portali per favorire l'informazione, la relazione, l'apprendimento, la condivisione delle conoscenze e l'accesso a risorse comuni all'interno della stessa impresa o nelle reti condivise, nel momento in cui non si voleva legittimare le persone a conoscere e a comunicare, né si voleva spendere per favorire la crescita delle risorse. Gran parte delle Intranet che ho conosciuto hanno sortito il solo effetto di rendere ancora più evidente l'omertosità della direzione e la sostanziale indifferenza verso le risorse interne. Infatti, il pensiero diffuso è che i soldi che vengono spesi per il cliente esterno potrebbero ritornare come guadagni, quelli spesi per il dipendente o il collaboratore equivalgono ad un indebito aumento in busta paga: chi lavora perché è costretto può benissimo farlo in condizioni di risparmio e male.
Ciò nonostante il portale costoso viene spesso acquistato, mentre a quello si potrebbe veramente rinunciare, prova ne sia l'esperienza avuta con risorse all'osso nel momento in cui si è lavorato per e con i destinatari. Il segreto della riuscita in quei casi è stato il non fare il passo più lungo della gamba, offendo solo quello che si era in grado di mantenere e aggiungendo, una cosa alla volta, solo quello che veniva richiesto o che l'evoluzione del servizio suggeriva, sempre e solo se si era sicuri di saperlo garantire.
In molte organizzazioni sono stati usati semplici blog o pagine al confine del rudimentale (un fenomeno che sta dilagando su Internet, quello dei siti sobri) e si è riscontrata una soddisfazione dei destinatari superiore a quella ottenuta in tanti lustri portali vagamente clonati e vuoti.

Ma dietro ad ogni successo c'è comunque sempre e solo un segreto: quello che conta non è il pacchetto, ma la relazione che esso consente, la capacità di chi offre e di chi chiede di realizzare un rapporto umano e professionale costruttivo, divertito e felice.

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31 luglio 2006

Oltre l'elogio dell'assenteismo

Quello dell'assenteismo è stato considerato da sempre un malanno da estirpare dai luoghi di lavoro. L'assenteista è stato visto in diversi modi, e comunque generalmente come un tipo disonesto, un mangiapane a tradimento.

Eppure dovremmo considerarlo in una maniera diversa.
È comprensibile che un'impresa non possa permettersi uno spreco come quello causato dai dipendenti assenteisti. Questo è un criterio economico che mostra di avere tutte le ragioni. Non altrettanto vale per la connotazione etico-morale.

Il lavoro salariato è un'invenzione dell'uomo che non ha nella natura dei fondamenti innati.
È quindi una persona normale quella che cerchi di evitare di lavorare.
L'assenteismo è soprattutto presente laddove il frutto del lavoro non è direttamente percepibile. Se mi procuro il cibo perché ho fame è naturale che veda gli effetti del mio operato e mi faccia convinto a ripeterlo ogni volta che ne ho bisogno.
Più difficile è convincere qualcuno che è giusto che lavori, non tanto per ottenere un prodotto, quanto per meritarsi lo stipendio a fine mese.
La coercizione, lungi dall'essere un deterrente, favorisce il desiderio di fuga, e quindi il fenomeno dell'assenteismo.

L'assenteista in molti casi è il vero lavoratore ecologico. In molti casi l'assenteismo non è solo un puro e semplice atto di evitamento, ma spesso un gesto di dissenso in una situazione in cui non sono possibili altre forme di espressione (la condizione schizogena del doppio legame Batesoniano - Double Bind).

Ricordo alcuni direttori di azienda in pensione o prossimi alla quiescenza che durante una cena si complimentavano l'un l'altro di quanto avessero messo in atto del motto - ai loro occhi deivertentissimo e giusto - che gli uomini si dividono in due grandi categorie i "piglia" (dove lo si può facilmente intuire, visto che l'enfasi sul triviale è una delle connotazioni distintive della sintassi di potere) e i "ficca".
Agli occhi di gran parte di queste direzioni le imprese sono dei trenini, una piccola parte della rete ferroviaria del ciclo aliment-anale nazionale, continentale, mondiale.

L'assenteista, prima ancora di essere uno che si astiene dal lavorare è uno che si astiene dalla partecipazione a questo meccanicismo sado-masochista inefficiente e parassitario. In questo senso non fa del male ai bilanci aziendali: fa del bene, piuttosto, in quanto riduce lo spreco di quest'attività residuale che è diventata presto dominante nelle organizzazioni del bel paese.
Come dire che in Italia ci sono picchi di assenteismo proporzionali all'immoralità del potere anti-economico.

Lungi dal proporre un'apologia dell'assenteismo, ne suggerisco l'interpretazione come sostanziale epifenomeno della direzione aziendale centrata sul potere, anziché sul risultato (out). Se la direzione lavorasse per il risultato ci sarebbero molti meno dipendenti assunti per riempire di risorse la giustificazione del potere del responsabile. L'assenza della persona necessaria si traduce in un'immediato effetto di visibilità. E soprattutto ci sarebbero meno sostituzioni di persone critiche con personale temporaneo incompetente.
Purtroppo il precariato, così in voga negli ultimi tempi, non fa che motivare l'assenteismo: non solo e non tanto quello dei precari stessi, quanto soprattutto quello degli equivalenti in ruolo che si trovano a fare quello che l'assunzione temporanea non riesce a realizzare, pur essendo implicitamente squalificati, in quanto equiparati a dei precari (in quanto tali non indispensabili).

Una buona direzione saprebbe che cosa far fare alle persone e come trasmettere la visibilità del proprio operato ai dipendenti. Lavorare "con te" e non "per te", questa è l'unica razionalità in grado di controbattere le ragioni nobili dell'assenteismo critico.

Una nuova filosofia delle risorse umane prevede che si lavori quel che serve, in quanti - e competenti - si rendono necessari per un risultato percepibile e riconosciuto in un sistema d'impresa bilanciato e dinamico, più smart che heavy, più intelligente che potente.

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