Personal Coaching

Servizio di Aiuti.com
Pagine di Ennio Martignago
Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,
consulente manageriale individuale e di gruppo.

09 febbraio 2009

L'etica delle crisi

Si sa ma non si dice che, durante i grandi cataclismi, per ogni cento sfortunati che perdono tutto ce n'è almeno uno che costruisce la propria fortuna. È stato questo il caso di molti terremoti, dal Belice al Friuli.

Un fenomeno simile si verifica durante le crisi economiche, compreso quella terribile di Wall Street del '29.

Canetti racconta di quel sovrano che, avendo raggiunto un potere assoluto, cominciava a sospettare che sempre più persone tramassero nei propri confronti. Dopo avere giustiziato il giustiziabile, decise di tagliare la testa al toro e di fare evacuare completamente la città sparando fuori a cannonate gli irriducibili, fino a potere contemplare i tetti della città privi di alcun segno di vita. Considerazioni simili a quelle del Generale Kurtz nel meraviglioso monologo di Marlon Brando alla fine di Apocalypse Now.
Homo homini lupus, sentenziava Hobbes, per il quale l'unico vero deterrente all'autodistruzione sarebbe il contratto sociale che, lungi dal mutare la natura della specie, realizzerebbe una tregua continuativa.

Non tutti la pensano così. L'altro lato della medaglia sostiene che la solidarietà sia alla base dello sviluppo civile che si regge sul reciproco operato, ovvero il lavoro e la creatività inventiva umana. La cultura contro la natura.

Non appartiene certo a questo filone la logica economica che basa tutto sulle leggi giusnaturalistiche del mercato.

È vero che il mercato segue un principio automatico di natura, la legge dell'adattamento meccanico fra domanda ed offerta, ma è anche vero che le leggi di natura sono del tutto sfavorevoli alla civiltà della nostra razza e a tutto ciò che noi riteniamo abbia valore. E i soldi non ne hanno in se stessi, ma caso mai in quello che consentono di fare, ma questo non dipende dalle leggi di mercato. La città costruita in mezzo alla foresta tropicale dopo avere raso al suolo la vegetazione circostante, non appena verrà abbandonata dall'uomo finirà in breve tempo divelta e seppellita dalla vegetazione che si riprenderà il mal tolto.

Per molte popolazioni la caccia non era altro che la vittoria sulla paura che scaturiva dalle mille minacce che la natura serbava per l'uomo. Impauriti, intimoriti nelle loro grotte erano gli scimpanzé di 2001 Odissea nell spazio. La paura è l'emozione archetipica della condizione umana e la civiltà rappresenta l'ultimo vero baluardo nei suoi confronti che le leggi di mercato vorrebbero distruggere a favore di una condizione ecologica di azzeramento e di distruzione della volontà e del libero arbitrio.

Diceva Gargani che il pensiero e quindi il sapere "è una paura che si è data un metodo". Anche l'economia dovrebbe esserlo.

La concentrazione del potere e delle risorse su un numero sempre inferiore di persone, gradualmente porterà a quell'anticamera di morte spaventata descritta da Canetti.

Tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile. Questa legge indiscutibile, che per molti ha un retrogusto pessimista, letta nell'altro senso ha un valore senza pari: non c'è bisogno di essere indispensabili, ma è molto importante rendersi tutti utili per quello che si è in grado di fare. Credere il contrario è pura follia e morte della specie.

Questo è il caso della crisi attuale. Giornali, telegiornali, amici, colleghi… non passa giorno che tutti ci si ricordi reciprocamente che c'è la crisi e che bisogna rassegnarsi. C'è poco da fare!

Gridare alla crisi ha quindi l'indubbia utilità di legittimare quanto di peggio potrà accadere senza trovare resistenza, perché si tratta di un'informazione condivisa nell'Universo Simbolico (come avrebbero detto Berger e Luckman) a cui apparteniamo. Tutti dicono che c'è la crisi e quindi la crisi è vera e non ci si può fare nulla. Durerà per anni e anni e prima o poi colpirà anche me.

Tutto ciò legittima le imprese, che pure contemporaneamente attingono al patrimonio di tutti e soprattutto delle generazioni future, ad adottare ristrutturazioni preventive. Ovvero, i soldi li guadagno e anche tanti, ma se approfitto del fatto che tutti credono nella crisi, potrò licenziare, abbassare gli stipendi, terziarizzare, speculare, chiudere le country e ricattare il consumatore, evadere le tasse e quant'altro, senza che nessuno abbia da eccepire o da chiedermi conto delle mie azioni, perché - si sa - c'è la crisi!!! Così ragiona la maggioranza, da Microsoft a FIAT, passando per banche e manager, come quelli che in USA protestano perché Obama pone la condizione che, se appartengono a quanti ricevono le sovvenzioni statali, non devono percepire stipendi superiori ai 500 mila dollari!!!

Come dar loro torto, c'è la crisi, è vero, ma per i manager USA c'è il libero mercato.

Uno di questi in un qualsiasi paese del libero mercato pose ad un suo collaboratore la domanda se, da pater familias, lui avrebbe pagato per l'operato di uno come lui, specie in un periodo di crisi come questo. L'altro rispose di sì. Avrebbe anche potuto rispondere di no, ma allora prima di licenziare lui, avrebbe dovuto licenziare tutti i suoi capi, la cui attività sta nel coordinare gente che non c'è più, lavoro che non si fa più e che, anche se si facesse ancora, sarebbe più facile ed economico da autogestire. In più, quanto più si sale di gerarchia meno si sa lavorare (essendo l'unico talento quello di fare girare i soldi nel modo stesso che ha provocato la crisi e le perdite dell'azienda a fronte della decadenza del lavoro) e più si costa per fare male.
Allora il capo ribatté che, ragionando così l'azienda sarebbe rimasta senza capi, senza top manager, senza amministratore delegato, senza presidente… L'altro rispose, parafrasando Gaber, "un'azienda senza niente è più leggera!" Non è forse questo quello che contrabbandate? Nessuno è indispensabile".
"Ma in questo modo non esisterebbe più l'azienda, ribatté il manager, e neppure i suoi dipendenti."
"Neppure l'azienda è indispensabile. Ce ne saranno altre pronte a fare il suo lavoro. E, se anche così non fosse, l'uomo potrebbe vivere in qualche modo comunque. E se anche così non fosse, gli uomini potrebbero morire, la specie intera estinguersi. Neppure la specie è indispensabile. Neppure i tuoi figli lo sono."
"Ma dove li metti gli azionisti e la legalità, dove la metti?"
"Pochi secoli fa non esisteva la borsa e, andando un po' più in là, neppure la legge. Per vivere o per uccidere non serve tutto ciò".
"Ma tu ragioni come un nihilista, come un terrorista!"
"Già, è vero, siamo in uno stato in cui in nome del terrorismo si possono intercettare le telefonate e fare ben di peggio, mentre nei confronti di chi truffa, chi evade, chi riduce alla miseria le persone per aumentare la propria già smisurata ricchezza non si può fare nulla. Anche se il terrorismo può avere ucciso qualche centinaio di persone, mentre la disonestà legalizzata ne ha uccise a milioni."
E quindi il collaboratore terminò: "No, guarda, io penso proprio che uno come me o come un altro lo pagherei e pagherei il lavoro fino a che non mi restassero altro che i soldi per campare, perché con l'operosità di tutti, non solo io, ma soprattutto i miei figli vivrebbero meglio, mentre con quattro lire o quattro mila miliardi in un paradiso fiscale avrei merda in cambio di distruzione.
"Forse tu non la pensi così, ma non sarai tu quello che assiste all'esodo dalla città verso la miseria e la morte. Se comunque pure dovessi essere tu quello, da quel momento in poi potresti non avere altro da fare che metterti uno specchio davanti al letto per guardarti ogni giorno diventare sempre più vecchio e infine assistere alla tua morte senza neppure chi ti somministri la morfina per non soffrire. Dopo di te, finalmente un sereno nulla darwiniano"

Nessuno è indispensabile!!!

(oppure tutti possiamo essere utili: non c'è una verità - solo una scelta e una volontà!)

Etichette: ,

29 settembre 2008

Siamo al comunismo

Per chi non se ne fosse ancora accorto, l'Occidente sta arrivando al Comunismo. Lo dicono i fatti, non le fedi ideologiche: che ci piaccia o no.

Probabilmente questo non avverrà oggi: magari entro quel 2012 che gli astrologi come Barbault indicavano essere il momento di rivolgimento, la fine della spirale ciclica astrale e del periodo della grande congiunzione, oppure l'inizio dell'anno solare degli Inca o dell'Era dell'Acquario… Sta di fatto che il periodo segnato dagli esoteristi combacia con quello che vediamo in TV: o si cambia, sovvertendo un modello culturale umano, o inevitabilmente si soccombe come gli Atlantidei dell'antichità mitologica.

Non si osserva tanto l'avvento del comunismo politico, quello andato in crisi con la caduta del muro di Berlino e che oggi è, al più, cosa per nostalgici di una rivoluzione di classi che hanno smesso di esistere. Piuttosto il comunismo economico, quello del Marx del Capitale da tempo preconizzato da quello che è forse il più marxiano-non-marxista degli economisti italiani, il Giulio Tremonti che oggi è Ministro dell'economia e delle finanze di un governo liberale.

Si sa, per chi non funziona a slogan, che esistono due Marx: uno, quello politico, autore del Manifesto del Partito Comunista, uomo del suo tempo che ha manifestato quelle che nei suoi anni potevano essere scelte cui credere e il cui testimone fu raccolto da politici come Lenin o Trotsky; l'altro, il padre del modello macroeconomico evoluzionistico neo-giudaico che nell'opera Il Capitale, oltre a riassumere in chiave economicistica la storia dell'uomo, disegnò lo scenario prevedibile per il futuro delle Nazioni più evolute.

Sbagliano quelli che sostengono fallita quella visione alla luce dei destini degli Stati che si richiamavano al Comunismo, perché proprio il principio evoluzionistico dell'economista tedesco sanciva che solo dove si fosse verificata la transizione che dal feudalesimo passa agli stati borghesi e a quelli del capitalismo privato si sarebbe potuto realizzare il passaggio al Comunismo, non tanto come ribaltamento violento, quanto come trasformazione naturale di un modello in un altro, in linea con il pensiero di Schumpeter. Ne consegue che le Nazioni che si sono richiamate al comunismo non potevano essere considerate comuniste, perché non erano ancora passate per il capitalismo privato.

Oggi viene da dire che quel giorno è arrivato e proprio nello stato dove il modello capitalistico è più evoluto e radicato: gli Stati Uniti d'America.
Lì, la crisi dei mutui sta mandando in rovina proprio i quartier generali dell'economia tradizionale, le banche private. Una dopo l'altra stanno crollando come tessere di un domino.

Solo l'intervento della Banca Centrale riesce ad operare per impedire la loro rovina. Non si può tuttavia pensare che questo tipo di intervento possa durare in eterno e se, alla fine, le risorse che sostengono le poche banche sopravvissute saranno le stesse per tutte, che cosa saranno queste ultime se non le filiali di un'unica agenzia, di un unico Capitale, quello degli abitanti della Nazione? Una situazione simile ad oggi fu quella che portò all'IRI nel pieno del fascismo della crisi economica e poi in quella del dopoguerra, ma qui la situazione internazionale è ben diversa e quello che è in ballo non sono due o tre aziende in crisi, ma l'intero capitale e il futuro delle Nazioni.

Ecco, quindi, che si realizzerebbe quello che intravedeva Marx, ovvero la concentrazione di tutto il Capitale in una cassa statale. Tali fondi dovrebbero innanzitutto sanare gli effetti di questa rivoluzione evoluzionistica, ovvero gli squilibri sociali e culturali che essa ha generato, garantendo in primo luogo la soddisfazione dei bisogni primari della popolazione (probabilmente intervenendo prima o poi anche nella sperequazione socio-economica). Ben poco potrebbero i capitali privati a questo proposito, perché il rivolgimento è talmente grande da vanificare il potere dei singoli.

Un "comunismo" ben lontano da quello dei partiti comunisti del recente passato, una transizione spontanea (Schumpeteriana, appunto), quasi naturale che però lascia aperte molte domande. In primo luogo il rapporto con la situazione internazionale, dove il potere economico è in mano a paesi che per la prima volta stanno sperimentando ancora il capitalismo privato. La trasversalità transnazionale delle condizioni economiche e sociali che porta a far somigliare meno gli americani, ad esempio, con gli altri americani, quanto i loro poveri con i poveri di tutti i paesi industriali, e così via. Mai come ora è importante difendere la Pace.

Il destino del lavoro, dopo le bolle dello yuppismo e del post-yuppismo virtuale: andare oltre l'economia che produce reddito dallo scambio di titoli, invece che dalla produzione di beni e servizi (l'attuale crisi delle borse). Un capitale centrato più sullo scambio del lavoro che su quello della valuta.

L'uso delle risorse e la riduzione dello spreco e dell'inquinamento. Il rispetto della Terra e la ricerca sostenibile come formula per il futuro. Un modello di vita meno orientato al profitto e più al recupero della socialità.

L'utilizzo evoluto delle tecnologie, rivolte all'empowerment delle risorse delle persone e non all'automazione di modelli automatici di standardizzazione di un paradigma socio-economico che non ha più nulla da dire o da dare. Lo sviluppo della collaborazione e di nuove forme di socialità basate su uno stare insieme felice, più che su un consumismo del superfluo.

Il recupero del localismo dopo una sbronza di globalizzazione imperialista alienante e spersonalizzante. Non si tratta né di abbandonare una prospettiva di internazionalismo dei confronti e della cooperazione, né di concedersi ad un nostalgismo degli antichi nazionalismi abbattuti assieme alle frontiere, ma casomai di approfittare dell'allargamento per rivolgersi al piccolo, ad un federalismo (l'unico ritorno possibile alla Politica ormai morta) che renda percepibili le scelte individuali, valorizzandole invece di ridurle all'impotenza di una visione troppo estesa e per questo schematica e banale. Seguire un modello "glocal" (vedi anche qui) avrebbe fatto sì che le banche europee, e quindi italiane, non finissero compromesse dall'esposizione al capitale statunitense. Il localismo è sostenibilità ed è il principio per cui è bene costruirsi attorno all'economia del piccolo ("Piccolo è bello").

L'elenco potrebbe proseguire a lungo, ma quello che conta oggi è guardare alla crisi, non come a una fine, ma come a un inizio e pensare alla qualità reale e non immaginaria della nostra vita, a partire da un cambiamento di schemi coatti. Un Marx che porta allo Steiner socio-economico, in cui l'uomo non è quello che mangia, ma un essere che crea le condizioni di vita migliori per lo sviluppo della propria natura nobile, della propria spiritualità.

Etichette:

20 luglio 2007

L'illusione di alternativa

Probabilmente la maggior parte di chi mi sta leggendo non conosce Milton Erickson. Si tratta di un grande psicoterapeuta che ha rivoluzionato l'idea di terapia, di comunicazione e di quell'ipnosi che riteneva essere il suo strumento di lavoro. Diversamente dall'Ipnotizzatore che i più immaginano come colui che ti fa cadere in trance profonda suggerendo che sei stanco, facendoti osservare un pendolo e dicendoti "a me gli occhi", lui usava comportamenti divergenti che defocalizzassero l'attenzione.

Uno di questi metodi era quello della cosidetta Illusione di alternative. Erickson poteva, ammaliantemente suggerire al suo cliente che non era obbligato a cadere in trance subito o dieci minuti dopo, ma avrebbe dovuto farlo lasciando l'attenzione e il ricordo sul tavolino della stanza.
Concentrando la propria attenzione sul tavolino della stanza (domandosi se sarebbe stato disposto a farlo), il soggetto non si rendeva conto che la possibilità di scegliere era un'illusione e che quindi lui stava implicitamente accettando di entrare in trance.

Questa tecnica da sempre usata da media e politici, è divenuta nell'ultimo decenni vieppiù inflazionata.

Viviamo in un mondo in cui cercano di convincerci che esistano dei poli sia a livello di partiti politici che di attori produttivi (impresa vs. sindacato) e così via fino alle squadre di calcio.

Il punto è che l'antagonismo fra squadre della stessa città interessa pochissimo i responsabili sportivi, perché la questione che veramente preoccupa è la perdita di attenzione verso il calcio che proprio l'antagonismo esorcizza. Nello stesso modo finiamo per lasciarci convincere che ci siano delle reali divergenze politiche (al di là delle tasche nelle quali ogni schieramento va poi a far riversare il denaro) fra i due blocchi, ma in realtà questo serve a fare pensare al cittadino che egli abbia ancora delle possibilità di scelta e che esista ancora una rappresentanza politica dei suoi interessi (nonostante si possa riscontrare che ogni governo abbia iniziato il lavoro che poi l'altro ha portato avanti). Le alternative più interessanti sarebbero piuttosto all'interno di ogni governo e a guardare bene ci sarebbero ministri del governo attuale che starebbero "tecnicamente" meglio in quello di segno diverso (e viceversa), se solo le appartenenze - e quindi gli interessi di destinazione - non glielo impedissero. Un pensiero di questo tipo verrebbe tacciato di qualunquismo, solo perché rompere lo schema del gioco, svelare gli impliciti significa impedire il suo perpetuarsi in assenza di alternative quando invece l'alternativa non ci è comunque data, semplicemente non esiste se non in una rumorosa apparenza che riesce a fare divergere l'attenzione dagli elementi di sostanza a quelli scenici (un Vespa per tutte le stagioni è la migliore dimostrazione dell'esistenza di un "complotto di conformismo" in atto da decenni).

Anche nei rapporti fra azienda e lavoratori mediati dai responsabili aziendali da un lato e da quelli sindacali dall'altro c'è un'illusione di alternativa. il significato dell'idea di concertazione aziendale oggi consiste essenzialmente nella conservazione della specie degli attori tradizionali dell'azienda in un contesto non-tradizionale che potrebbe funzionare anche senza di loro. Quindi il conflitto serve a fare credere che una dialettica obsoleta sia ancora necessaria e che esista ancora, non tanto una spartizione degli interessi come nello scenario politico, quanto un contraddittorio, un'alternativa di soluzioni.
La soluzione è sempre una: bisogna che qualcuno paghi e che chi paga sia qualcuno di diverso da coloro che sostengono gli attori con "competenza di interessi", e cioè la massa che comunque - come ormai dimostra l'assenteismo giunto a noi dagli Stati Uniti - incide in maniera del tutto marginale sui risultati definitivi (non è un caso che gli esiti elettorali dei paesi del blocco occidentale siano una media più o meno statistica, quasi a dire "mettetevi un po' d'accordo fra di voi, tanto vi assomigliate").

I macro-schieramenti non fanno più fede: quello che fa la differenza sono i progetti di aggregazione basati su interessi particolari con obiettivi e prodotti delimitati e concreti. Pensando ad esempio ai Sindacati, mi viene da osservare che sempre più le emanazioni dell'apparato fondate sulla gestione economica e sulla prestazione di servizi e di sostegno civile costituiranno gruppi di influenza sia economica che politica gestiti da una dirigenza tecnica che andrà a sostituirsi a quella squisitamente istituzionale politica la quale a sua volta diverrà piuttosto una derivata di questi gruppi di influenza in grado di gestire l'economia delle imprese (come soci azionisti, ad esempio) e la politica sindacale e parlamentare, essendo in grado di negoziare potere e risorse nazionali ed internazionali con le forti concentrazioni economiche.

Una trasformazione che dev'essere il più rapida possibile perché l'Italia non affondi soffocata da una dilagante povertà ed un'incapacità dirigenziale e di potere che la rende la Cenerentola fra le nazioni industriali. Un cambiamento che parte dal disincanto da chi cerca di farci credere alle favole e agli spiriti, come la sopravvivenza delle ideologie politiche, delle classi, delle teorie economiche, delle sociologie generali, degli schieramenti…

illusioni di alternative in un mondo sempre più omogeneizzato fra Impero e Masse, come suggerisce Tony Negri, rispetto alle quali solo le scomposizioni progettuali e funzionali e le aggregazioni in molteplicità di lobby di influenza a razionalità limitata (H. Simon) possono rappresentare delle rotture dello schema globalizzante o massificante.

Organizzazioni temporalizzate di soggetti desideranti su risultati definiti e non-continuativi.

Etichette: , ,

06 luglio 2007

Dallo sradicamento al suicidio sociale

La doppia faccia del suicidio sociale

Quello che, dopo gli esordi di Comte e Saint-Simon, può essere considerato il padre della moderna sociologia, Émile Durkheim, approfondendo le caratteristiche della società moderna e riferendosi soprattutto alla divisione del lavoro e al suicidio ha introdotto un concetto che, pur essendo stato reinterpretato dai principali sociologi e filosofi successivi, non è così noto e diffuso come altri e che pure potrebbe spiegare molto di quanto sta avvenendo nel mondo occidentale nei nostri giorni.
Letteralmente il termine anomia si potrebbe tradurre come assenza, annullamento delle regole condivise e originariamente fu inteso come una situazione presente nella società organica, intesa cioè come un soggetto unico integrato, l'organismo di cui i singoli e le istituzioni non sono che parti, basata sull'organizzazione di compiti suddivisi fra i suoi appartenenti quando il legante che consente alle sue parti di identificarsi viene messo in crisi. Diversamente dal suicidio che si origina da istanze personali, definito come patologico da Durkheim, il suicidio di origine sociale assomiglia a quello dei lemmings, quegli animaletti che vanno in corteo a buttarsi dalle rupi uccidendosi. Qualcosa del genere si è visto con il crollo di Wall Street e la conseguente depressione statunitense dei primi del novecento. Questo suicidio sociale può avvenire in conseguenza ad un eccesso nell'excalation delle aspirazioni che non trovano un adeguato soddisfacimento nelle risorse sociali, e in questo caso viene definito anomico, oppure fatalista quando manca una visione del futuro e l'avvenire appare completamente chiuso, con passioni violentemente compresse.

Questa sociologia si basava sui capisaldi del positivismo comtiano e dell'economicismo del primo ottocento, ma bisogna dire che proprio le analisi di Durkheim hanno favorito il cambiamento delle discipline sociologiche andando a influenzare gli esordi dell'Antropologia Culturale. E proprio a partire dalla nozione di cultura umana e sociale che l'anomia può assumere un senso più completo.
Il termine "Cultura" qui assume un significato più ampio e l'economia diventa una componente di un insieme che comprende essenzialmente il modo di fare le cose e interpretare il significato della persona all'interno della propria appartenenza sociale stratificata nel corso del tempo e nelle transizioni storiche della popolazione e della società. Potremmo genericamente parlare dei valori condivisi e interiorizzati nel modo di vivere.
Il concetto di cultura verrà poi studiato anche dalla scienza delle organizzazioni e delle imprese dove la definizione forse più interessante è quella che viene data da Edgar Schein come "l'insieme di assunti di base - inventati, scoperti o sviluppati da un gruppo determinato quando impara ad affrontare i propri problemi di adattamento con il mondo esterno e di integrazione al suo interno – che si è rivelato così funzionale da essere considerato valido e, quindi, da essere indicato a quanti entrano nell’organizzazione come il modo corretto di percepire, pensare e sentire in relazione a quei problemi".

Potremmo quindi affermare che l'anomia è lo scarto che si verifica quando l 'eccesso di sviluppo e/o l'incapacità di rappresentazione del futuro individuale nel seno della propria appartenenza culturale rendono priva di significato e di valore l'esperienza del vivere.

A fronte di una situazione simile, fra le reazioni più ricorrenti vi sono la fuga (emigrazione, espatrio…), la malattia epidemiologica e il suicidio.

Lo sradicamento del nuovo millennio

A una considerazione simile giungeva tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 il visionario padre dell'Antroposofia - che fra l'altro spicca come una delle più riuscite teorie macro-economiche - Rudolf Steiner, quando asseriva che lo spirito del tempo si era andato a fissare nel nuovo continente dove avrebbe portato ai massimi livelli il sapere tecnologico e le sue realizzazioni. Tuttavia, proseguiva, questo miglioramento delle condizioni di vita sarebbe andato a detrimento della cultura sociale e le prime conseguenze di impoverimento o addirittura della perdita della cultura occidentale si sarebbero viste nella seconda metà del secolo con un indebolimento strutturale personale e collettivo e il proliferare fuori controllo di nuove patologie.
A questo fenomeno sarebbe coincisa l'avanzata di un governo "arimanico-mefistofelico" del mondo caratterizzato dall'espropriazione del libero arbitrio individuale e quindi della responsbilità soggettiva della vita che si realizzava, non attraverso delle dittature, ma con un'automazione delle decisioni tramite strumenti di calcolo svuotati dei valori.

Che cosa osserviamo nei paesi occidentali in questo inizio di millennio se non la crescita di fenomeni di anomia? Già Merton e i suoi seguaci ne hanno identificato l'insorgere nella modernizzazione della Cina degli anni '90, la convivenza civile nel Sud Africa del dopo apartheid, la situazione dell'Argentina e di altri Paesi dell'America Latina e i processi indotti in Europa occidentale dalla globalizzazione e dell'immigrazione dai Paesi extraeuropei, la transizione alla democrazia nei Paesi dell'Est europeo (si pensi all'osservazione che fa uno dei protagonisti del film "Le vite degli altri" quando scopre che nella Germania dell'Est della Stasi si sono cominciate a nascondere le statistiche dei suicidi).

Per arrivare più vicini a noi non è difficile riscontrare una forte anomia nella perdita dei punti di riferimento culturali che in Italia, come e ancor più di molti altri paesi, si sta verificando. L'insoddisfazione di una crescita delle condizioni di vita a fronte di una difficile individuazione di obiettivi realistici generali porta, da un lato, ad un'excalation insostenibile della ricchezza e del successo del tutto incommensurata alle possibilità di fruizione ragionevoli per una persona, un eccesso di successo e di desiderio di potere che non può essere per tutti e che diventa superiore alla possibilità di beneficiarne, traducendosi nell'effetto opposto. Questo genera in tutti gli strati sociali un desiderio drogato di apparire e di arricchirsi che fa dimenticare i valori e i comportamenti naturali per il proprio genere e la propria cultura.
D'altro lato, abbiamo una gioventù troppo spesso indifferente alla costruzione del quotidiano perché concentrata su modelli e obiettivi troppo spinti e comunque insoddisfacenti (calciatori e veline, ecc.). Scorgiamo questa difficoltà anche all'interno delle imprese, dove sono scomparsi i livelli intermedi e con essi l'ambizione a crescere per una carriera ragionevole. Al contrario, la crescita economica e di potere è ad appannaggio di un gruppo sempre più ristretto di top manager che diventano autoreferenziali, lontani dai bisogni economici ed imprenditoriali.
A fronte del miraggio per pochi di uno sviluppo abnorme abbiamo una fascia di popolazione sempre più estesa e purtroppo in una crescita vertiginosa che è appena iniziata per la quale la povertà e l'incapacità di sbarcare il lunario non è che il dato più evidente. Il pericolo principale per questi nuovi poveri e per la massa ancora più gigantesca dei nuovi impotenti è l'impossibilità di desiderare qualcosa di ragionevolmente raggiungibile a cui tendere, l'incapacità di rappresentarsi un futuro in una cultura a cui sentono di non appartenere più e che percepiscono essere indifferente al loro domani e alla loro esistenza.
In questa popolazione di nuovi impotenti anomici non vi sono solo disoccupati e sotto-pagati, ma anche ceti medi, professionisti e benestanti intermedi che perdono il desiderio di investire, di scommettere, di aspirare, di inventare, di intraprendere, per questa perdita di appartenenza, per l'assenza di desiderio, per la difficoltà di immaginare un futuro che comprenda loro e i loro figli in una società e in una cultura da cui si sentono alienati, impossibilitati ad influenzarla e a trasformarla in qualcosa che appartenga anche a loro. E le conseguenze di questa impotenza dei gruppi di influenza e di conoscenza è quello che porterà ad un irreparabile ed irreversibile rapido declino l'intero paese.

Ora non rimarrebbe che prendere uno a uno i nuovi fenomeni sociali ed economici (dal disinvestimento agli studi superiori al desiderio dei soldi facili, dai consumi eccessivi e distribuiti di eccitanti, primo fra tutti la cocaina, alla distribuzione quasi epidemiologica di anti-depressivi, dalla crisi delle istituzioni e della famiglia alla pedofilia - come excalation del desiderio libidico - dalla speculazione sui giovani lavoratori all'incapacità di generare ricerca, e così via) e domandarsi se possono appartenere alla categoria delle conseguenze o delle cause dell'anomia epocale del mondo occidentale, oppure se possono costituire una risorsa per superarla e per dare una svolta vivibile verso una cultura condivisibile cui si possa accettare di appartenere e di contribuire.

Etichette:

Google
 
Web aiuti.com
martignago.com ennio.martignago.name