<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' version='2.0'><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-9704909</atom:id><lastBuildDate>Tue, 28 Oct 2008 17:05:54 +0000</lastBuildDate><title>Personal Coaching</title><description>Servizio di &lt;a href="http://www.aiuti.com/index.html"&gt;Aiuti.com&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
Pagine di &lt;a href="http://www.ennio.martignago.name/"&gt;Ennio Martignago&lt;/a&gt;&lt;br&gt;Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,&lt;br&gt;consulente manageriale individuale e di gruppo.</description><link>http://www.aiuti.com/index1.html</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Ennio)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>85</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-4633615060923074647</guid><pubDate>Tue, 28 Oct 2008 15:36:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-10-28T18:05:54.314+01:00</atom:updated><title>Perché il duemilaotto non è il sessantotto</title><description>Dobbiamo parlare della legge Gelmini?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanti hanno veramente letto &lt;a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/decreti/08137d.htm"&gt;i contenuti di quel decreto legge&lt;/a&gt;?&lt;br /&gt;Ben pochi da quanto si sente dire in giro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che la finanziaria e la gestione economica del governo Berlusconi abbia stornato fondi pubblici destinati, fra l'altro, all'istruzione per favorire realtà come l'Alitalia, portando vantaggi alle imprese che guadagneranno dai lavori per Fiera Internazionale di Milano, ha ben poco a che vedere con le tre paginette scarse e striminzite del decreto 137.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Della Gelmini c'è ben poco da dire se non che è un compitino da insufficienza, una non-legge che non cambia nulla e quel poco che modifica è irrisorio e non merita nemmeno un'assemblea, altro che un'occupazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invece, nell'Italia da operetta dove tutto è tifo senza sostanza, per partito preso e per appartenenze a club dell'inefficienza particolaristica, al di là delle parrocchie, si strumentalizza tutto e in primo luogo gli studenti che hanno l'illusione di stare facendo un altro sessantotto, nella speranza di incidere nella storia e di fare parte di qualche cosa che sembri autentica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sessantotto studentesco muoveva contro l'ideologia conservatrice ben rappresentata dalla classe insegnante immobilista dell'epoca. Il loro fine era cambiare quella scuola: &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;affermare che il cambiamento era possibile&lt;/span&gt;. E, al di là dei libretti rossi di Mao per una Rivoluzione Culturale cinese di cui il tempo dimostrò le falsità e i veri obiettivi, la partecipazione agli scioperi e alle manifestazioni dei lavoratori rappresentava una nuova coscienza dei giovani che si rendevano conto che per cambiare il loro status occorreva che uscissero dal limbo scolastico per partecipare alle scelte politiche ed economiche del Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo il '68 vi furono molti cambiamenti, soprattutto nelle coscienze e nei soggetti con nuovi poteri di influenzamento che solo la crisi del politico e i paradossi delle finte rivoluzioni violente interruppero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una cosa è certa; almeno in Italia, niente smosse la Scuola. Ora si studia diversamente, è vero, e ci sono insegnanti diversi qua e là; scuole sperimentali, modi di gestione diversi. Ma tutto ciò sono mosche bianche. Gli insegnanti e i presidi coraggiosi non sono molti e hanno come nemici, non il governo, ma in primis i loro stessi colleghi e non di rado il gruppo dei genitori. Chi efficienta finisce per favorire i parassiti che guadagnano in soldi e potere dalle capacità degli altri. E non è un problema di tutte le Istituzioni nel mondo. In molti altri paesi non funziona così. Prendiamo gli esempi giusti, come quelli dei paesi scandinavi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto è che nessuno è riuscito a cambiare la Scuola italiana. Per essere più precisi, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;è stato sempre impossibile fare passare l'affermazione che la Scuola potesse cambiare&lt;/span&gt;, che fosse possibile un'&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;autentica&lt;/span&gt; riforma scolastica. Da quando, più di trent'anni fa, entrai per le porte del liceo e presi coscienza della situazione, ad oggi vige sostanzialmente &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;la stessa organizzazione del sistema scolastico&lt;/span&gt; che si contestava, risalente essenzialmente alla riforma Gentile del periodo fascista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella Scuola, chiunque cerchi di &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;cambiare&lt;/span&gt; viene ostacolato e combattuto, al di là della parte politica che rappresenta, essendo strumentalizzato dall'altra parte per fini che esulano gli obiettivi di cambiamento. La classe insegnante per difendere i propri privilegi fa come il figlio di divorziati che si rivolge a mamma quando papà non dà l'assenso, salvo poi fare l'inverso quando non gli convenga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scuola è fatta di alcuni insegnanti e presidi e tecnici e bidelli coscienziosi, onesti e coraggiosi, l'abbiamo detto, che però - sui grandi numeri della maggioranza conformista e opportunista - sono un'esigua minoranza. E ora, chi ha risparmiato ed efficentato paga il fatto che gli altri non l'abbiano fatto, continuando a mungere la mucca strizzando ancor più duro, se mai fosse possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La qualità dell'insegnamento è fuori discussione e l'orientamento al cliente e il miglioramento continuo fanno ridere tanto il professor Aristogitone di Salò che la professoressa Cheghevara del loft.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In tutto il paese si parla di tagli e di efficientamento in quanto indispensabile, ma ci sono luoghi, come i ministeri, la burocrazia, la sanità, le università e le scuole dove questi ragionamenti non si possono fare. Noi dobbiamo pagare le tasse per garantire i privilegi dei baroni, la noia dei bidelli, l'indotto come l'editoria anti-tecnologica, l'analfabetismo dei maestri raccomandati, l'anti-pedagogia degli insegnanti non valutabili intoccabili per i provveditorato, l'impotenza dei presidi irrisi dai consigli dei docenti…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcuno chiama tutelare tutto questo marciume: "difendere il diritto allo studio e la scuola pubblica". Persino &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=NR_Uz4o8Bmg"&gt;i giullari&lt;/a&gt; si mettono a sentenziare dai varietà televisivi per il fatto di avere fatto parte di una casse protezionistica e parlano a frasi fatte occultando ben bene le stanze delle vere colpe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il duemilaotto non è il sessantotto, perché oggi i giovani, manipolati da partiti, genitori e anche insegnanti, in maniera contrapposta a quelli dell'epoca, stanno combattendo il cambiamento.&lt;br /&gt;Mi spiego meglio: come ho già detto, il decreto Gelmini non cambia niente e i fondi stanno in un'altra rubrica. Tuttavia, qualsiasi affermazione di cambiamento dovrebbe spingere, non a difendere lo status quo, ma piuttosto a &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;mettere in discussione il cambiamento stesso per cambiare di più e meglio&lt;/span&gt;. Questo sarebbe, però, per la classe insegnante e per i para-scolastici, un danno ben peggiore della Gelmini. Quindi combattere il decreto 137 è sbattere il mostro in prima pagina per distrarre, in maniera in realtà utile ad entrambe le parti (gli insegnanti conservatori, sornioni, stanno a guardare), l'attenzione dai veri problemi e dai veri obiettivi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per chiarire, torno indietro nel tempo, quando Luigi Berlinguer, ministro dell'istruzione di un governo di centro-sinistra, propose che si introducesse la valutazione periodica del corpo insegnante e l'incentivazione per chi otteneva risultati di valore, pur senza penalizzare gli incapaci (!!!!!!). Ebbene, l'allora ministro (che oggi lamenta dal Sole 24ore di sabato 25 ottobre argomentando in maniera simile a questa, stando fuori dalle parti di questa contrapposizione fasulla e strumentale) si prese tante di quelle sberle, insulti e torte in faccia da dovere tacere per sempre, anticipando di un ventennio l'effetto Bersani con le sue liberalizzazioni stroncate in maniera bi-partisan. Perché l'Italia è in mano alle lobbies - il vero potere è là: che siano Notai o Insegnanti, non riuscirebbe a toccarli né Stalin, né Hitler, figurati un Berlusconi o un Veltroni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma i giovani ci possono e ci devono provare a difendere il loro diritto di avere un servizio pubblico efficace ed efficiente; hanno diritto di chiedere, non solo al governo dove manda i soldi (perché il vero problema non è "quanti", ma piuttosto "in che tasche"), ma anche ai provveditori e ai presidi, dove li fanno finire e come li usano. Hanno diritto di vedere gli stipendi degli insegnanti e dei bidelli, di fotocopiarli e di confrontarli con quelli dei genitori immersi nella crisi e senza tutele.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hanno soprattutto diritto di chiedere quali garanzie sono date loro e che questa scuola dove sono finiti non sia altro che un sadico bacino della disoccupazione a valle del quale spetta loro la vergogna del lavoro nero dei tirocini (manipolati dall'associazione a delinquere scuola-impresa) e lo sfruttamento del precariato e del lavoro a progetto delle leggi bi-partisan (create a sinistra e perfezionate da destra, entrambi intenti a spiegarci che non è andata così).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giorno in cui ci sarà uno sciopero generale dei lavoratori, quelli che veramente stanno soffrendo questa crisi, allora sì che i giovani dovrebbero scendere in piazza per difendere il loro futuro e non oggi per vicariare gli insegnanti nella negoziazione dei loro contratti di lavoro. Quegli stessi che il più delle volte nulla fanno per favorire il cambiamento e l'autonomia di spirito dei giovani e sempre difendono la scuola dalla possibilità di cambiare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si paventa che si voglia favorire le scuole private e si agita un fantasma che non è chiamato in causa da nessun decreto di legge, ma al più da affermazioni di politicanti. Le scuole private soffrono come, se non più di quelle pubbliche e anche quelle andrebbero cambiate in meglio. Ma il vero obiettivo è spendere bene i soldi per cambiare tutto ciò che va cambiato al fine di rendere efficiente l'istruzione di qualsiasi ordine, grado e gestione. Di studiare per un futuro e di preparare un mondo che non ha più bisogno di queste farse bi-partisan, ma invece di un cambiamento di cultura e di costumi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma, si sa, i giovani hanno delle priorità, come la socializzazione e il divertimento e forse delle occupazioni protette, perché addirittura qua e la consentite come degli after hours da insegnanti e presidi, sono ottime occasioni per stare insieme, al di là degli slogan: così era dopo il maggio del sessantotto, così sarà in questa simulazione pretestuosa del duemilaotto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A noi, vecchi disillusi, non rimane che cantare assieme a Giorgio Gaber, "&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ"&gt;Non insegnate ai bambini&lt;/a&gt;".</description><link>http://www.aiuti.com/2008/10/perch-il-duemilaotto-non-il-sessantotto.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-2909357967190741350</guid><pubDate>Mon, 27 Oct 2008 08:18:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-10-27T11:09:06.081+01:00</atom:updated><title>Facebook: un fenomeno tutto italiano</title><description>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.aiuti.com/uploaded_images/facebook-778834.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 128px;" src="http://www.aiuti.com/uploaded_images/facebook-778693.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La comunità italiana di &lt;a style="font-weight: bold; font-style: italic;" href="http://www.facebook.com/"&gt;FaceBook&lt;/a&gt;, il "libro delle facce", ha superato i 2.250.000 (a parole suona meglio: due milioni duecentocinquantamila) iscritti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per capire con che cos'abbiamo a che fare immaginiamoci di mettere insieme tutte le facce - appunto - della città di Roma con uomini, donne, vecchi e bambini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il villaggio globale preconizzato da Herbert Marshall McLuhan nella metà del secolo scorso non è mai stato tanto evidente come dall'avvento dei programmi e dei siti di social network.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All'inizio, anche se non fu proprio il primo, cominciò ad avere successo LinkedIn, il sito di condivisione di reti professionali. Da allora ci provarono in tanti: Google con Orkut, Neurona e poi Xing o Netlog per i più giovani…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure mai nessuno era arrivato ai risultati di FaceBook.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora sono in tanti ad interrogarsi sul senso di questo successo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pietro Gentile e con lui Vittorio Pasteris sostengono che si tratti di un sito per giovani americani diventato presto uno strumento per adulti italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure su Facebook ci sono nomi famosi statunitensi cui è possibile richiedere di fare parte della propria rete di contatti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono in molti a pensare che si tratti di un fenomeno completamente inutile, ma la sua improvvisa virulenza lascia qualche dubbio in proposito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al di là dei tanti meccanismi di funzionamento e della ricchezza delle applicazioni, quello che emerge non è il programma, ma il comportamento d'uso. Ci si comporta tenendolo sempre aperto come un ambiente in background che ti fa percepire che cosa sta avvenendo nella rete di persone che conosci, proprio come se fossero nello stesso luogo assieme a te. Non ci si scambia neppure molti messaggi, anche se è possibile ogni tanto chattare con qualcuno che hai visto disponibile. Ma ben difficilmente può essere considerato il luogo di appuntamenti amorosi, in quanto, fra l'altro, è troppo esposto e il target è ben diverso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È la percezione di comunanza simultanea che fa la differenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con quasi due milioni e mezzo di iscritti ci trovi un po' tutti: amici che avevi perso di vista, compagni di scuola insospettabili…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non vai su FaceBook per uno scopo, come nel caso, ad esempio, di LinkedIn: ci vai solo per andarci e può accadere che avvenga qualcosa in genere del tutto imprevisto. Il bello è proprio questo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci metti le tue foto, un video di YouTube che ti è piaciuto o un link interessante e non ci pensi più; non ti preoccupi di chi possa essere interessato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, il primo elemento interessante è proprio questa &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;condizione del tutto stocastica, incidentale, casuale del mezzo&lt;/span&gt; ad essere del tutto originale. Diversamente da un Instant Messenger, come MSN, ad esempio, o da un programma di comunicazione integrato come Skype, FaceBook si caratterizza come un &lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;ambiente&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda, e personalmente ancora più interessante, considerazione è che questo "Ambiente" si distingue per &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;privilegiare una dimensione locale&lt;/span&gt;, un po' com'era per le vecchie BBS, gli ambienti virtuali creati nel computer di qualche amico della tua città e spesso del tuo giro - solo che quello era per nerd, per smanettoni, mentre questo è facile per tutti e attira soprattutto quelli meno pratici per la sua semplicità. Per la prima volta si torna a vedere su Internet qualcosa di simile alle &lt;a href="http://www.hackerart.org/corsi/aba02/utopie/sitolorenzo/index.htm"&gt;comunità della Baia&lt;/a&gt;, quella di S. Francisco, descritte nell'ispirato "&lt;a href="http://www.rheingold.com/vc/book/1.html"&gt;Comunità Virtuali&lt;/a&gt;" di &lt;a href="http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=291&amp;amp;tab=bio"&gt;Howard Rheingold&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è perché FaceBook sia bello che si sono iscritti tanti Italiani, ma piuttosto &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;è perché si sono iscritti tanti Italiani che la gente si iscrive a FaceBook&lt;/span&gt;. Io ci ero entrato circa un anno fa e poi non c'ero più tornato, perché era un ambiente staunitense (oltre che allora piuttosto grezzo) e sentivo che non avrei avuto nulla a che fare con tutto ciò. Oggi è un mondo diverso: conosco molte persone e trovo esperienze che mi dicono qualcosa in una lingua con cui mi sento a mio agio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;la gente sente meno il bisogno di potenza&lt;/span&gt; della rete delle reti che ti dà l'illusione di avere sottomano il mondo, nello stesso modo in cui sta conoscendo il piacere di consumare di meno, e per un senso di ecologia, di pulizia mentale, non solo perché costretta a risparmiare. Quello che desideri è stare a casa tua, di parlare la tua lingua, di potere contare sulla comprensione che deriva dal fare riferimento alle stesse esperienze e allo stesso modo di pensare condiviso in una mente locale, invece che globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è raro ricevere richieste dal resto del mondo, ma quello che colpisce è che la maggior parte di queste è costituita da gente che ha il tuo stesso cognome e che desidera ricostruire una comunanza, una vicinanza, delle radici e ricreare il borgo dell'appartenenza com'era un secolo fa nelle comunità contadine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Social Network mostra il bisogno del ritorno ad una dimensione umana, al "villaggio esteso" di tipo naturale più che al "villaggio globale" potenzialmente infinito. Esprime il bisogno di occuparci più della scuola dei nostri figli o delle possibilità di aprire progetti di lavoro o associazionistici nella tua città, piuttosto che nella tua regione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si fa sempre più difficoltà a sentire il parlamento o il governo come un soggetto che ci appartiene, figuriamoci quale voglia abbiamo di interessarci di chi sarà il presidente USA o dei nuovi ricchi russi. Ce li troviamo fra i piedi e sappiamo che la nostra vita è condizionata anche da quei fatti, ma non abbiamo più voglia di disseminarci in quel villaggio globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Preferiamo di gran lunga, ne sentiamo anzi un bisogno sempre più prepotente, percepirci in una comunità di vicinanza, di quartiere e di condivisione della storia del tutto locale. Chiederci che tempo fa, come va la scuola di tuo figlio, che cos'hai fatto nel week-end, se hanno aperto il nuovo negozio vicino…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo bisogno di una vita qui e ora, di una piazza del paese, di abitudini quotidiane, della percezione della comunità del borgo…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo stanchi del Mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E la tecnologia di successo e quella che finalmente ci consente di "tornare a casa".</description><link>http://www.aiuti.com/2008/10/facebook-un-fenomeno-tutto-italiano.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-8195728078641201931</guid><pubDate>Tue, 21 Oct 2008 12:31:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-10-21T16:43:15.033+02:00</atom:updated><title>La Rana e l'Occidente</title><description>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Per chi non vuole leggere.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dal momento che in molti confessano di non avere voglia di affrontare la lettura delle mie sempre più lunghe filippiche, ho deciso di farle precedere da una sintesi contenente i principali passaggi, affrontabile in pochi secondi. Il resto è di corredo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Estratto dell'articolo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;La crisi in corso è culturale e sociale prima che economica. La buona notizia è che ben difficilmente le cose torneranno come prima. La speranza è che ci si avvii a una cronaca dell'economia reale come l'unica economia possibile. A forza di un passo in avanti e due indietro, ci stiamo abituando a un cambiamento che avverrà inesorabile senza vere e proprie rivoluzioni, proprio come capita alla rana nelle mani del cuoco. Se il cuoco prende la rana e la getta a cuocere nell'acqua calda, questa al primo contatto schizzerà fuori e farà di tutto per non farsi riacchiappare. Quando invece il cuoco la stende nella pentola piena di acqua fresca, magari in compagnia di altre sue simili, la rana si troverà a suo perfetto agio. Apprezzerà piuttosto il fatto che l'acqua diventi sempre più tiepida ed essendo il fuoco molto lento, l'animaletto si troverà bello e bollito, essendo trapassato più o meno dolcemente senza mai accorgersi di dove si trovava e di quello che stava accadendo. In modo simile il mondo occidentale non vedrà mai il giorno in cui si sarà passati da una cultura socio-economica ad un'altra. Civiltà vuol dire comprendere che il lavoro è l'operato che un cittadino realizza a favore di altri cittadini e non il mezzo per generare del profitto fine a se stesso. Civiltà e potere sono termini antagonisti ed è quindi giusto che chi mira al potere non debba godere della civiltà. Queste sono le coordinate dell'unico mondo nuovo che molte generazioni dopo di noi potranno vedere al termine della lunghissima crisi che verrà. Credo che se dovessi dare un'indicazione unica sarebbe quella di smettere di guardare al mondo troppo in grande. La mente umana è fatta per essere locale e non globale. Solo a sapere separare il Paese e i suoi problemi, nel mio paese e nei miei problemi questi potranno tornare ad essere affrontabili. Perché in questo Paese e in questo mondo un uomo locale come sono io e come con ogni probabilità sei anche tu ormai non può più riconoscersi e non può più determinarsi e contribuire allo sviluppo comune. Per questa ragione la recessione non è di tipo economico, ma prima di tutto di percezione e di riconoscimento e successivamente di investimento civile.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;hr /&gt;&lt;br /&gt;Disorientati dalle mille informazioni e commenti - compreso questo! - seguiamo la soap opera a sfondo drammatico della crisi economica in attesa che sia passata la nottata.&lt;br /&gt;La buona notizia è che ben difficilmente le cose torneranno come prima. La speranza è che ci si avvii a una cronaca dell'economia reale come l'unica economia possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I sali e scendi delle notizie, come delle quotazioni, ci rendono abitudinari. Eppure i rialzi sono spesso pilotati da un mondo fatto di persone che fino a ieri con queste oscillazioni costruivano delle fortune fantamiliardarie e che oggi sperano almeno di continuare a camparci. Questa vita, tuttavia, si regge sulle speculazioni e sulle alterne fortune, per cui chi investe oggi per fare salire i numeri, domani svuota il salvadanaio, sperando di acchiappare più investimenti possibili dai pochi ottimisti e dai meno veloci a vendere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A forza di un passo in avanti e due indietro, ci stiamo abituando a un cambiamento che avverrà inesorabile senza vere e proprie rivoluzioni, proprio come capita alla rana nelle mani del cuoco.&lt;br /&gt;Se il cuoco prende la rana e la getta a cuocere nell'acqua calda, questa al primo contatto schizzerà fuori e farà di tutto per non farsi riacchiappare. Quando invece il cuoco la stende nella pentola piena di acqua fresca, magari in compagnia di altre sue simili, la rana si troverà a suo perfetto agio. Apprezzerà piuttosto il fatto che l'acqua diventi sempre più tiepida ed essendo il fuoco molto lento, l'animaletto si troverà bello e bollito, trapassato più o meno dolcemente senza mai accorgersi di dove si trovava e di quello che stava accadendo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In modo simile il mondo occidentale non vedrà mai il giorno in cui si sarà passati da una cultura socio-economica ad un'altra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A guidare la transizione ben difficilmente potranno essere scelte finanziarie, ma piuttosto di quella economia che è ancora imparentata con le sue matrici filosofiche; potrà essere la psicologia o la sociologia a dare una mano, ma mai i mercati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima dovranno morire gli speculatori dell'&lt;span style="font-style: italic;"&gt;apres moi le déluge&lt;/span&gt;, quelli per cui il mondo può affondare dopo di me, ma io devo guadagnare comunque sempre di più. Questi non potranno facilmente scomparire per un decreto politico o per un rivolgimento di popolo, quanto piuttosto perché il terreno si fa bruciato attorno a loro. Come recitava un vecchio film di Landis, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Una Poltrona per Due&lt;/span&gt;, nulla può essere peggiore per un ricco che la prospettiva della povertà. Quando saremo tutti meno ricchi i più pesanti affogheranno affondando per il loro stesso peso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le malattie italiane del periodo sono facilmente individuabili e spesso stanno nello scarto fra quello che si ottiene per quello che si fa, in una prospettiva di civiltà molto prima che di economia.&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;«Mi si è chiesto nel passato di fare dei sacrifici personali per far sì che il paese intero diventi più civile e moderno, per il bene di tutti coloro che hanno investito in questo. Poi scopro che i frutti di queste rinunce sono confluiti nelle tasche di pochi che fanno entrare indiscriminatamente (ovvero senza "discrimine") clandestini da sfruttare, perché le persone civili non si farebbero sfruttare andando a distruggere le conquiste del mondo del lavoro». È la sindrome dei rifiuti urbani: chi ne produce di più li manda a casa d'altri e dice che gli altri sono incivili a non accettare. Crederemo a chi pensa il contrario quando porteranno i campi nomadi nei quartieri residenziali, invece che in quelli abitati da gente che deve confrontarsi ogni giorno con la propria speranza di sopravvivenza. Gli abitanti delle periferie non sono concittadini della Nazione, ma dello Stato trasversale degli abitanti delle periferie.&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;«Devo insegnare ai miei figli ad essere onesti quando poi il modello del vincente che scorgo dai vari scandali e gossip è quello del disonesto legale che può permettersi anche di prendere in giro i poveri coatti dell'onestà». Com'è possibile credere nella giustizia di questi magistrati e di questi avvocati e di questi politici? Meglio insegnare ai propri figli a rubare e magari anche a uccidere nella legalità per avere un futuro che ora è loro negato all'insegna dello sfruttamento giovanile dei tirocini, del precariato e delle leggi sul lavoro. Meglio non credere a questo paese dove non esiste certezza della condanna e, peggio ancora, non esiste certezza delle pene (che, in nome delle democrazia dei demagoghi, vanno tagliate perché troppo costose per il paese). Chi paga per l'indulto è lo stesso cittadino periferico che non ha i soldi per versare quelle tasse evase da ricchi e clandestini.&lt;/li&gt;&lt;li&gt;«Per tanti anni ci hanno detto che dobbiamo diventare il paese dei servizi e del terziario avanzato e, ora che c'è la crisi, con il ripatteggiamento di Kyoto stiamo scoprendo che eravamo il paese del manifatturiero… Allora non è vero che la produzione si fa nell'Est allargato perché il lavoratore italiano costa troppo caro?». Tutti i governi parlano di abbassare le tasse e se la cavano con qualche voce che incide poco nelle tasche ma molto nel portafoglio del paese. Le tasse che andrebbero tolte sono invece quelle sui lavoratori. Allora il lavoratore italiano costerebbe molto meno di quello dell'Est.&lt;/li&gt;&lt;li&gt;«Ma se togli le tasse dai lavoratori, dove li vai a prendere quei soldi?». Quello che l'automazione ha prodotto in questi ultimi decenni è la realizzazione di profitti generati, non dal costo della produzione, ma dalla domanda del mercato. Questo significa che ci sono molte cosiddette imprese che, grazie a programmi informatici o processi di mercato, realizzano guadagni da favola, molto superiori di fabbriche che impiegano centinaia o migliaia di dipendenti, senza occupare neanche un lavoratore in più di quelli che stanno attorno al padrone. Questi, e sono tanti, non pagano tasse e l'unico modo perché questo possa accadere sarebbe di tassare gli introiti reali. Nessuno è mai riuscito in tale proposito perché si ha paura che queste imprese vadano all'estero. E ce ne sono già che hanno fatto questa scelta, personaggi che vivono in Italia avendo il loro business all'estero. Uno stato forte - non pensiamo alle dittature, ma anche solo a paesi come Israele o il Giappone - introdurrebbe il dazio sui pre-lavorati e tasserebbe la ricchezza in maniera cospicua e non alla Valentino Rossi (cifre alte per noi, mance per loro). Personalmente sarei per l'esilio forzato degli impenitenti dalle ricchezze facili, perché se porti il lavoro fuori vai anche a fare il ricco là dove produci e non in un paese di cui sfrutti soltanto i servizi costosi per chi paga le tasse davvero. Questo naturalmente vale per molti liberi professionisti, ma anche qui si rende la vita difficile ai lavoratori a progetto, assimilati a notai, chirurghi e baroni vari che ci dicono persino di essere - poverini! - impossibilitati ad evadere. Un'altra alternativa molto più aggiornata ai tempi di quanto non siano leggi che risalgono a prima che l'Italia fosse una Repubblica fondata sul lavoro (come adesso non è più), sarebbe tassare l'automazione (dal robot, all'e-commerce, ai KMS dei call center, agli ERP come il SAP…) &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;in ragione del full-time-equivalent&lt;/span&gt; che sviluppano. Pensate quanti soldi entrerebbero nelle casse statali!&lt;/li&gt;&lt;li&gt;«Ci dicono di non sprecare, quando il modello di vita è basato sullo spreco». Si pensi ai costi dei trasporti derivati dalla centralizzazione delle sedi delle società. Orde di incravattati managerotti e tecnici attraversano ogni giorno i cieli del paese per Roma o per Milano. Colonne di auto intasate di dipendenti che ogni mattina e ogni sera vanno e vengono dalle loro abitazioni sempre più extra-urbane per passare una giornata davanti a un computer per nulla diverso da quello che hanno in casa, quando potrebbero tranquillamente evitare ogni spostamento per fare lo stesso lavoro in remoto dalla propria abitazione. Esistono innovazioni tecnologiche, come gli ERP, ad esempio, che non hanno faticato ad entrare e altre come il telelavoro che non trovano il loro giusto sviluppo. Esistono sprechi che non si "devono" evitare. L'innovazione si fa anche cambiando i rapporti di lavoro. Lavorare per obiettivi significa riconoscere lo spreco del lavoro ad orario, invece che a risultati. Se sono in grado di ottenere gli stessi risultati lavorando di meno, perché valuti il mio lavoro sulle ore che mi costringi a fare spesso a prescindere dal mio operato? Lavorare di più, con meno ore e lavorare tutti. Un vecchio motto applicato oltr'Alpe, mai tanto valido come in questi momenti di cosiddetta-crisi.&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;Civiltà vuol dire comprendere che il lavoro è l'operato che un cittadino realizza a favore di altri cittadini e non il mezzo per generare del profitto fine a se stesso. Civiltà e potere sono termini antagonisti ed è quindi giusto che chi mira al potere non debba godere della civiltà. Queste sono le coordinate dell'unico mondo nuovo che molte generazioni dopo di noi potranno vedere al termine della lunghissima crisi che verrà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, alla luce di tutti i punti fin qui espressi che alcuni potrebbero ritenere bolscevichi e altri qualunquistici o reazionari, ma che sono consapevole che non verranno mai attuati, servirebbe una formula semplice, una per tutte per vivere alla meno peggio i giorni che ci si prospettano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo che se dovessi dare un'indicazione unica sarebbe quella di smettere di guardare al mondo troppo in grande. La mente umana è fatta per essere locale e non globale. Se anche è vero che ci sono solo 6 punti di prossimità fra me e il presidente degli Stati Uniti, è anche vero che una volta arrivato a lui non avrei proprio nulla da dirgli. Ho bisogno invece di un ecosistema sociale intorno a me sereno; di una vita culturale e affettiva ricca con le persone che mi sono vicine; di potermi rappresentare mentalmente un ambiente a me noto e familiare; e di vedere l'origine e la fine del mio operato e del mio lavoro per sapere chi servo ed essere conosciuto per quello che ho fatto per il mio prossimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiamo localismo questo modo di pensare, ancor prima che federalismo. È la mia &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_della_Gestalt"&gt;gestalt&lt;/a&gt;, il &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Field_theory_%28psychology%29"&gt;campo sociale&lt;/a&gt; nel quale mi muovo a dare ragione della mia esistenza e a permettermi di governare la mia vita in comune.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo a sapere separare il Paese e i suoi problemi, nel mio paese e nei miei problemi questi potranno tornare ad essere affrontabili. Perché in questo Paese e in questo mondo un uomo locale come sono io e come con ogni probabilità sei anche tu ormai non può più riconoscersi e non può più determinarsi e contribuire allo sviluppo comune. Per questa ragione la recessione non è di tipo economico, ma prima di tutto di percezione e di riconoscimento e successivamente di investimento civile.</description><link>http://www.aiuti.com/2008/10/la-rana-e-loccidente.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-9076351295470835622</guid><pubDate>Mon, 29 Sep 2008 10:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-09-30T09:38:43.686+02:00</atom:updated><category domain='http://www.blogger.com/atom/ns#'>Società</category><title>Siamo al comunismo</title><description>Per chi non se ne fosse ancora accorto, l'Occidente sta arrivando al Comunismo. Lo dicono i fatti, non le fedi ideologiche: che ci piaccia o no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Probabilmente questo non avverrà oggi: magari entro quel 2012 che gli astrologi come Barbault indicavano essere il momento di rivolgimento, la fine della spirale ciclica astrale e del periodo della grande congiunzione, oppure l'inizio dell'anno solare degli Inca o dell'Era dell'Acquario… Sta di fatto che il periodo segnato dagli esoteristi combacia con quello che vediamo in TV: o si cambia, sovvertendo un modello culturale umano, o inevitabilmente si soccombe come gli Atlantidei dell'antichità mitologica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si osserva tanto l'avvento del comunismo politico, quello andato in crisi con la caduta del muro di Berlino e che oggi è, al più, cosa per nostalgici di una rivoluzione di classi che hanno smesso di esistere. Piuttosto il comunismo economico, quello del Marx del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Capitale&lt;/span&gt; da tempo preconizzato da quello che è forse il più marxiano-non-marxista degli economisti italiani, il &lt;a href="http://www.giuliotremonti.it/pubblicazioni/visualizza.asp?id=76"&gt;Giulio Tremonti&lt;/a&gt; che oggi è Ministro dell'economia e delle finanze di un governo liberale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si sa, per chi non funziona a slogan, che esistono due Marx: uno, quello politico, autore del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Manifesto del Partito Comunista&lt;/span&gt;, uomo del suo tempo che ha manifestato quelle che nei suoi anni potevano essere scelte cui credere e il cui testimone fu raccolto da politici come Lenin o Trotsky; l'altro, il padre del modello macroeconomico evoluzionistico neo-giudaico che nell'opera &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Capitale&lt;/span&gt;, oltre a riassumere in chiave economicistica la storia dell'uomo, disegnò lo scenario prevedibile per il futuro delle Nazioni più evolute.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sbagliano quelli che sostengono fallita quella visione alla luce dei destini degli Stati che si richiamavano al Comunismo, perché proprio il principio evoluzionistico dell'economista tedesco sanciva che solo dove si fosse verificata la transizione che dal feudalesimo passa agli stati borghesi e a quelli del capitalismo privato si sarebbe potuto realizzare il passaggio al Comunismo, non tanto come ribaltamento violento, quanto come trasformazione naturale di un modello in un altro, in linea con il pensiero di Schumpeter. Ne consegue che le Nazioni che si sono richiamate al comunismo non potevano essere considerate comuniste, perché non erano ancora passate per il capitalismo privato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi viene da dire che quel giorno è arrivato e proprio nello stato dove il modello capitalistico è più evoluto e radicato: gli Stati Uniti d'America.&lt;br /&gt;Lì, la crisi dei mutui sta mandando in rovina proprio i quartier generali dell'economia tradizionale, le banche private. Una dopo l'altra stanno crollando come tessere di un domino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo l'intervento della Banca Centrale riesce ad operare per impedire la loro rovina. Non si può tuttavia pensare che questo tipo di intervento possa durare in eterno e se, alla fine, le risorse che sostengono le poche banche sopravvissute saranno le stesse per tutte, che cosa saranno queste ultime se non le filiali di un'unica agenzia, di un unico Capitale, quello degli abitanti della Nazione? Una situazione simile ad oggi fu quella che portò all'IRI nel pieno del fascismo della crisi economica e poi in quella del dopoguerra, ma qui la situazione internazionale è ben diversa e quello che è in ballo non sono due o tre aziende in crisi, ma l'intero capitale e il futuro delle Nazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, quindi, che si realizzerebbe quello che intravedeva Marx, ovvero la concentrazione di tutto il Capitale in una cassa statale. Tali fondi dovrebbero innanzitutto sanare gli effetti di questa rivoluzione evoluzionistica, ovvero gli squilibri sociali e culturali che essa ha generato, garantendo in primo luogo la soddisfazione dei bisogni primari della popolazione (probabilmente intervenendo prima o poi anche nella sperequazione socio-economica). Ben poco potrebbero i capitali privati a questo proposito, perché il rivolgimento è talmente grande da vanificare il potere dei singoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un "comunismo" ben lontano da quello dei partiti comunisti del recente passato, una transizione spontanea (Schumpeteriana, appunto), quasi naturale che però lascia aperte molte domande. In primo luogo il rapporto con la situazione internazionale, dove il potere economico è in mano a paesi che per la prima volta stanno sperimentando ancora il capitalismo privato. La trasversalità transnazionale delle condizioni economiche e sociali che porta a far somigliare meno gli americani, ad esempio, con gli altri americani, quanto i loro poveri con i poveri di tutti i paesi industriali, e così via. &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Mai come ora è importante difendere la Pace&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il destino del lavoro, dopo le bolle dello yuppismo e del post-yuppismo virtuale: andare oltre l'economia che produce reddito dallo scambio di titoli, invece che dalla produzione di beni e servizi (l'attuale crisi delle borse). Un capitale centrato più sullo scambio del lavoro che su quello della valuta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'uso delle risorse e la riduzione dello spreco e dell'inquinamento. Il rispetto della Terra e la ricerca sostenibile come formula per il futuro. Un modello di vita meno orientato al profitto e più al recupero della socialità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'utilizzo evoluto delle tecnologie, rivolte all'empowerment delle risorse delle persone e non all'automazione di modelli automatici di standardizzazione di un paradigma socio-economico che non ha più nulla da dire o da dare. Lo sviluppo della collaborazione e di nuove forme di socialità basate su uno stare insieme felice, più che su un consumismo del superfluo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il &lt;/span&gt;&lt;a style="font-weight: bold;" href="http://www.martignago.com/altro/peacelink/mentelocale.htm"&gt;recupero del localismo&lt;/a&gt; dopo una sbronza di globalizzazione imperialista alienante e spersonalizzante. Non si tratta né di abbandonare una prospettiva di internazionalismo dei confronti e della cooperazione, né di concedersi ad un nostalgismo degli antichi nazionalismi abbattuti assieme alle frontiere, ma casomai di approfittare dell'allargamento per rivolgersi al piccolo, ad un federalismo (l'unico ritorno possibile alla Politica ormai morta) che renda percepibili le scelte individuali, valorizzandole invece di ridurle all'impotenza di una visione troppo estesa e per questo schematica e banale. Seguire un &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Glocal_Forum"&gt;modello "glocal"&lt;/a&gt; (vedi anche &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Glocalizzazione"&gt;qui&lt;/a&gt;) avrebbe fatto sì che le banche europee, e quindi italiane, non finissero compromesse dall'esposizione al capitale statunitense. Il localismo è sostenibilità ed è il principio per cui è bene costruirsi attorno all'economia del piccolo ("Piccolo è bello").&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'elenco potrebbe proseguire a lungo, ma quello che conta oggi è guardare alla crisi, non come a una fine, ma come a un inizio e pensare alla qualità reale e non immaginaria della nostra vita, a partire da un &lt;a href="http://www.martignago.com/altro/peacelink/baratto.htm"&gt;cambiamento di schemi coatti&lt;/a&gt;. Un Marx che porta allo &lt;a href="http://www.aiuti.com/2007/08/missing-culture.html"&gt;Steiner&lt;/a&gt; &lt;a href="http://www.rudolfsteiner.it/editrice/list.php?v=list&amp;amp;categoria_id=59"&gt;socio-economico&lt;/a&gt;, in cui &lt;a href="http://www.aiuti.com/2007/07/dallo-sradicamento-al-suicidio-sociale.html"&gt;l'uomo non è quello che mangia&lt;/a&gt;, ma un essere che crea le condizioni di vita migliori per lo s&lt;a href="http://www.aiuti.com/2007/10/per-lera-di-michele.html"&gt;viluppo della propria natura nobile&lt;/a&gt;, della propria spiritualità.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2008/09/siamo-al-comunismo.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-8146364348221477444</guid><pubDate>Mon, 02 Jun 2008 09:02:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-06-02T16:29:22.550+02:00</atom:updated><title>WikiMania e trust-based organizations</title><description>&lt;strong&gt;Le origini del Wiki&lt;/strong&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px;" src="http://blog.infotel.it/wp-content/mani_escher.jpg" border="0" alt="" /&gt;La storia che porta al &lt;em&gt;Wiki&lt;/em&gt; in azienda è particolarmente lunga, nonostante non siano pochi quelli che oggi gridano alla novità assoluta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per i pochi rimasti a non sapere che cosa sia &lt;em&gt;Wiki&lt;/em&gt;, sia detto in pochissime parole che si tratta di un misto fra un software destrutturato e dei siti basati sulla collaborazione condivisa.&lt;br /&gt;Il software originario non era un gran che e il suo successo iniziale si basava fondamentalmente sul fatto che non c’erano regole e quindi chiunque poteva inserire o modificare tutto quello che voleva.&lt;br /&gt;Ci si potrebbe invece chiedere quanti senza &lt;em&gt;Wikipedia&lt;/em&gt; si sarebbero accorti del Wiki. Com’è ormai arcinoto, l’enciclopedia libera più importante del mondo che sfrutta un software Wiki si basa su contributi che chiunque può inserire e parimenti modificare. All’inizio sembrava pura follia: “chissà che assurdità ci finiscono dentro! e poi chi è interessato a scrivere, non dico senza guadagnarci, ma senza neppure che appaia il tuo nome di contributore?…”&lt;br /&gt;Invece ha funzionato e, pure a fronte di diverse inesattezze e partigianate, &lt;em&gt;Wikipedia&lt;/em&gt; è un esempio di straordinario successo basato sulla fiducia: vanta l’aggiornamento, la completezza e la varietà che nessuna enciclopedia al mondo potrebbe permettersi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A qualcuno è venuta dunque spontanea l’idea che si potesse fare lo stesso in azienda, dove per azienda intendiamo tutto quello che va dal gruppo di lavoro fino alle holding, alle reti di imprese. L’idea di fondo va dalla base di conoscenze condivise fino a sostituire qualsiasi archivio, in particolare quello della posta, con il &lt;em&gt;Wiki&lt;/em&gt;: non più workstation e hard disk, ma reti di conoscenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il Groupware da Notes a Groove&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;La storia della collaborazione tramite reti di computer affonda le sue radici nell’ormai lontano 1984, quando &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ray_Ozzie"&gt;Ray Ozzie&lt;/a&gt;, oggi &lt;em&gt;Chief Software Architect&lt;/em&gt; in Microsoft, iniziò lo sviluppo del primo software di Workgroup, dando origine alla categoria di programmi detti di Groupware, con &lt;em&gt;Notes&lt;/em&gt;, programma che vide la luce per l’università come spesso capita per poi venire acquisito dalla &lt;em&gt;Lotus&lt;/em&gt; del visionario &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jim_Manzi"&gt;Jim Manzi&lt;/a&gt;, finendo per stimolare gli appetiti di Big Blue che fece propria l’intera Lotus proprio per accaparrarsi &lt;em&gt;Notes&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non pochi sono stati gli emuli di &lt;em&gt;&lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lotus_notes"&gt;Notes&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, partendo dal più brutto è anche il più diffuso: &lt;em&gt;Microsoft Outlook&lt;/em&gt; (o &lt;em&gt;Entourage&lt;/em&gt; per Macintosh). Poi ci sono &lt;em&gt;Groupwise&lt;/em&gt; di Novel ed &lt;em&gt;Evolution&lt;/em&gt; per Linux, anche se forse il migliore fra tutti gli epigoni rimane il canadese &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.firstclass.com/"&gt;First Class&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, divenuto famoso soprattutto nell’ambito degli ambienti di e-learning e in quello delle BBS (da OneNet alla Reti Civiche, prima fra tutte &lt;a href="http://www.retecivica.milano.it/"&gt;quella di Milano&lt;/a&gt;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cultura della condivisione del sapere ha invece trovato sviluppi nelle &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Learning_organization"&gt;learning organization&lt;/a&gt;, prima, e nel &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Knowledge_management"&gt;knowledge management&lt;/a&gt;, poi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A 24 anni di distanza, &lt;em&gt;Notes&lt;/em&gt; si conferma uno dei programmi più longevi nonostante Ozzie abbia preso le distanze da quel progetto per fondare &lt;em&gt;Groove&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Groove&lt;/em&gt; è sicuramente il secondo passaggio della storia della collaborazione e indubbiamente quello più completo. Oggi acquistato da &lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Groove_Virtual_Office"&gt;Microsoft, Groove&lt;/a&gt; ha superato il principio dell’archivio condiviso per arrivare alla condivisione degli spazi di lavoro. Il tutto con una ricchezza di strumenti impressionante. si passava dalla condivisione delle mappe mentali, per arrivare a quella delle scrivanie, ovviamente dei documenti, dei database e dei fogli di calcolo, fino a quella delle &lt;a href="http://www.blogger.com/Nuovi%20%20%20%20spazi%20virtuali"&gt;classi di apprendimento&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come mai, allora, &lt;em&gt;Groove&lt;/em&gt; non ha ottenuto fin da subito il successo sperato? E come mai neppure dopo essere stato acquistato da Microsoft che ha fatto del suo ideatore addirittura il responsabile dello sviluppo software si sente parlare di società che funzionano con &lt;em&gt;Groove&lt;/em&gt;?&lt;br /&gt;Forse perché si tratta di un prodotto così strategico da diventare un segreto competitivo da far pagare per la sua unicità?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No, penso piuttosto a delle ragioni più semplici.&lt;br /&gt;In primo luogo, il successo di programmi meno ricchi e completi, anzi, decisamente inadeguati come Outlook ci racconta di aziende e persone che vedono ancora come &lt;strong&gt;troppo complesso un ambiente di lavoro basato sul software&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;In secondo luogo, &lt;strong&gt;la condivisione e la perdita di proprietà del lavoro fanno parte della fantascienza&lt;/strong&gt; per ancora troppe realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riguardo alla prima opzione probabilmente &lt;strong&gt;il Wiki rappresenta un compromesso perfetto fra completezza e semplicità&lt;/strong&gt;. Per l’impiegato comune probabilmente anche il Wiki è ancora troppo complicato: non così per lo specialista, in grado ormai di trovarsi a proprio perfetto agio in un ambiente che condivide posta, documenti, programmi, comunicazioni, web…&lt;br /&gt;Gli stessi Wiki Software sono diventati meno casuali e anarchici per favorire una &lt;strong&gt;strutturazione amministrata&lt;/strong&gt; con livelli gerarchici e permessi differenziati. Sono nati insomma i programmi per il Wiki aziendale (come &lt;a href="http://www.atlassian.com/software/confluence/"&gt;Confluence&lt;/a&gt; e &lt;a href="http://www.socialtext.com/products/"&gt;SocialText&lt;/a&gt;) e questi sono in grado di fare la differenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le Organizzazioni Trust-Based&lt;/strong&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px;" src="http://www.scuolaribaldone.com/Foto%20AL1%202006/Prova%20di%20Fiducia.JPG" border="0" alt="" /&gt;Ben diversa è invece la questione che riguarda &lt;strong&gt;la fiducia delle persone le une verso le altre e tutte verso le direzioni d’impresa&lt;/strong&gt;. Qui occorre che qualcosa cambi in due direzioni:&lt;br /&gt;&lt;ul style="list-style-type: disc"&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;quella del &lt;strong&gt;contratto sociale&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;quella della &lt;strong&gt;cultura d’impresa&lt;/strong&gt; e del clima di lavoro&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/ul&gt;Come al solito si cerca di fare scaturire il dio dalla macchina e forse di quando in quando ci si riesce anche.&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;A fronte dell’inadeguatezza d’impresa a questo proposito, il Wiki sta incontrando un certo successo nelle imprese innovative dove i ricercatori sanno di poter contare su un certo rispetto e una onesta condivisione dei risultati, ma solo in quelle. E là dove così non fosse, &lt;strong&gt;il Wiki&lt;/strong&gt; stesso può essere facilmente bypassato e il web insegna che &lt;strong&gt;può diventare facilmente vittima dello stesso rischio che corre Wikipedia: disinformazione, plagio, manipolazione, strumentalizzazione&lt;/strong&gt;, e chi più ne ha più ne metta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è il software, ma la gestione della condivisione a estremizzare componenti che il controllo formale nelle aziende dove il rapporto fra le parti è regolato da strutture, contratti, norme, procedure… consente di governare in tranquillità, ma che diventano precarie in ambienti trust-based, dove &lt;strong&gt;è la fiducia a governare&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La non assunzione di questa dimensione e l’indifferenza per l’acquisizione di tutte le competenze necessarie allo scopo rendono l’adozione di strumenti per la condivisione come il Wiki estremamente pericolose. E non è certo un bilancio di sostenibilità a vincere la paura degli effetti Exon o Parmalat.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello che sembra interessante è questa nuova configurazione che grazie a questi strumenti sembra prendere vita:&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;l’organizzazione trust-based che si pone all’estremo opposto di quella erp-based&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Innanzitutto perché quest’ultima si rivolge alla corporate allargata,  tendendo ad assimilare le risorse come se il fattorino producesse lo stesso vantaggio competitivo del ricercatore o del manager di punta, mentre la prima si rivolge a gruppi come se fossero affrancati dalle logiche massificanti delle HR burocratiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In secondo luogo, laddove gli ERP (primo fra tutti SAP) hanno fatto fare passi indietro di trenta - quaranta anni alle scienze delle organizzazioni e del management, i Wiki e i software collaborativi offrono a queste discipline scenari del tutto innovativi e impossibili a creare senza lo strumento informatico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La loro nascita, tuttavia, fa tornare in auge &lt;strong&gt;l’attenzione per le tecniche e le metodologie organizzative, psicosociali e di relazioni industriali evolute&lt;/strong&gt;, anche se a proposito di trust-based organization non si può invero riscontrare una diffusa preparazione delle società e dei professionisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bisogna quindi cominciare dai gruppi e farlo con metodo, serietà e creatività, senza dare nulla per scontato, mettendo da parte i trucchi del mestiere, le vecchie e fruste categorie di comodo e i conigli da far scaturire dal cilindro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Occorre un’osservazione condotta senza pregiudizi e la capacità di generare modelli originali per organizzazioni fuori standard.&lt;br /&gt;Una sfida le cui promesse sono direttamente proporzionali ai rischi da parte di tutti gli attori.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2008/06/wikimania-e-trust-based-organizations.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-1065106013762377676</guid><pubDate>Sat, 10 Nov 2007 09:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-11-10T10:50:10.642+01:00</atom:updated><category domain='http://www.blogger.com/atom/ns#'>Persona Coaching Alert</category><title>Ipnosi passiva e attiva…</title><description>&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;…è il titolo del nuovo articolo pubblicato su &lt;a href="http://www.cambiare.org/"&gt;cambiare.org&lt;/a&gt;, dedicato agli utilizzi dell'ipnosi nella psicoterapia e nel coaching, con particolare riferimento alle finalità e al coinvolgimento che viene richiesto dai clienti e offerto dai professionisti.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.cambiare.org/psicoterapia/psicoterapia/ipnosiattiva.html"&gt;Vai all'articolo...&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/11/ipnosi-passiva-e-attiva.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-4174807414616175007</guid><pubDate>Fri, 02 Nov 2007 17:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-11-02T18:52:12.130+01:00</atom:updated><category domain='http://www.blogger.com/atom/ns#'>Personal Coaching</category><title>Separazione e sopravvivenza in coppia</title><description>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.cineboom.it/immaginiarticoli/the_war_of_the_roses.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 200px;" src="http://www.cineboom.it/immaginiarticoli/the_war_of_the_roses.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Segnalo, per quanti possano esserne interessati, un nuovo scritto che compare nel mio sito dedicato al cambiamento nella vita psichica e relazionale cambiare.org.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tema è la coppia e la sua crisi: le cause della separazione e le regole della corretta igiene di coppia (alla luce della mia peculiare esperienza, naturalmente). Anche se non tocca direttamente l'organizzazione ma piuttosto il "personal coaching" più genuino, quanto della vita organizzativa viene influenzato pesantemente dalle conseguenze di queste dinamiche?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il brano si intitola "Gli ingredienti della separazione (e la regola dell'irriverenza) e lo trovate &lt;a href="http://www.cambiare.org/relazione/relazione/ingredienti.html"&gt;a questo link…&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/11/separazione-e-sopravvivenza-in-coppia.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-4465782972149481188</guid><pubDate>Thu, 18 Oct 2007 08:48:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-10-18T11:21:31.145+02:00</atom:updated><title>Lo One Minute Management di Tex Willer</title><description>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.napolicomics.com/vetrina/Tex%20-%20Lo%20sceriffo%20di%20Durango.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 200px;" src="http://www.napolicomics.com/vetrina/Tex%20-%20Lo%20sceriffo%20di%20Durango.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Penso che ben pochi della mia generazione non conoscano Tex Willer, almeno per sentito dire. Per quanti lo conoscono di meno mi piace ricordare che il pensiero del personaggio creato da Gianluigi Bonelli è stato un punto di riferimento che ha unito il paese dagli anni '50 fino alla fine della politica: la sinistra lo considerava un suo eroe, nonostante un certo profilo autoritario giustizialista lo volesse a destra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ultimo, le sue strategie possono essere considerate anche un modello di pensiero manageriale, ancora presente soprattutto in certe imprese medio-piccole del nostro paese. E, alla fine, come si può dar torto al Tex-pensiero, soprattutto a fronte di tante chiacchiere managerial-modaiole che non smettono di imperversare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È dunque fra il serio e il faceto che vi propongo una chicca,&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; tratta dalle ristampe in corso per Repubblica-L'Espresso, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;della filosofia gestionale del nostro eroe alle prese con la dissacrazione di un modo di dire fino ad allora sacrosanto e indiscutibile:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;Tex: "E se la fortuna ci aiuta, forse ritroveremo anche le bestie dei Miller!"&lt;br /&gt;Carson: "Ottimista!"&lt;br /&gt;Carson: "Tanto Varrebbe sperare di trovare il classico ago nel pagliaio!"&lt;br /&gt;Tex: "Beh, la cosa non è poi tanto difficile, Amico!"&lt;br /&gt;Tex: "Basta bruciare il pagliaio e poi passare tra le ceneri una buona calamita!"&lt;br /&gt;Carson: "Peste, che idee!" (G. Bonelli, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il segreto di Esmeralda&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Tex - &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;Collezione storica a Colori, Vol. 37, pag. 132)&lt;br /&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/10/lo-one-minute-management-di-tex-willer.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-7316489911415058559</guid><pubDate>Sun, 07 Oct 2007 23:25:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-10-08T01:38:34.290+02:00</atom:updated><title>Per l'Era di Michele</title><description>&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: verdana;"&gt;Dobbiamo sradicare dall'anima tutta la paura e il timore di ciò che il futuro può portare   &lt;br /&gt;    all'uomo.&lt;br /&gt;Dobbiamo acquisire serenità in tutti i sentimenti e sensazioni rispetto al futuro.&lt;br /&gt;Dobbiamo guardare in avanti con assoluta equanimità verso tutto ciò che può venire.&lt;br /&gt;E dobbiamo pensare che tutto ciò che verrà ci sarà dato da una direzione del Mondo piena&lt;br /&gt;   di sapienza.&lt;br /&gt;Questo è parte di ciò che dobbiamo imparare in questa era: a saper vivere con assoluta &lt;br /&gt;   fiducia nell'aiuto sempre presente del Mondo Spirituale.&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: bold;"&gt;In verità nulla avrà valore se ci manca il coraggio&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Discipliniamo la nostra volontà e cerchiamo il risveglio interiore tutte le mattine e tutte le notti&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: verdana;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small;"&gt;&lt;a href="http://www.antroposofia-roma.org/SanMichele.htm"&gt;Rudolf Steiner, &lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"&gt;&lt;a href="http://www.antroposofia-roma.org/SanMichele.htm"&gt;Per l'era di Michele&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/10/per-lera-di-michele.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-7184518785727318266</guid><pubDate>Thu, 20 Sep 2007 07:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-09-21T11:50:21.965+02:00</atom:updated><category domain='http://www.blogger.com/atom/ns#'>Imprese</category><title>A Cernobbio</title><description>&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il 27 e il 28 settembre chi scrive e "Aiuti Human Sharing - Innovazione strategica delle risorse umane" saremo presenti al &lt;a href="http://www.biponline.it/index2.php3?sezione=349&amp;amp;lang=it"&gt;BIP - Borsa Internazionale del Placement&lt;/a&gt; che si terrà alla Villa Erba di Cernobbio fino al 29.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La BIP è un'occasione per i manager e i professional delle Risorse Umane per confrontarsi sulle strategie di recruiting, coaching ed employer branding soprattutto in considerazione delle necessità che il mercato sta esprimendo anche in termini di talenti e competenze per il cambiamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nostra presenza è assicurata per i giorni 27 e 28, appunto, presso lo stand di &lt;a href="http://www.mercatis.it/"&gt;Mercatis&lt;/a&gt;, mentre è possibile, ma non ancora sicura (per saperne di più scrivetemi) la partecipazione nel giorno successivo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Spero di avere l'occasione di incontrarvi per scambiare idee e informazioni direttamente di persona.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/09/cernobbio.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-7834197732679561885</guid><pubDate>Thu, 20 Sep 2007 06:42:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-09-20T08:48:37.798+02:00</atom:updated><title>Quale manager per il futuro?</title><description>&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Un'utile ricerca promossa dal Sole 24 ore che delinea le necessità percepite dai lavoratori per le figure che dirigono il personale evidenzia due tipologie di manager intermedio qui definite di Team Player e di Work Planner.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Laddove il primo è concentrato nel coinvolgere il proprio gruppo perché vengano raggiunti risultati competitivi, il secondo si preoccupa soprattutto di pianificare le attività perché vengano eseguite diligentemente, controllando il corretto utilizzo delle risorse.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;La notazione interessante è che il diligente pianificatore, rassicurante e ordinato, attira quasi il 40% dei giovani, mentre l'intraprendente coach, dalle sfide motivanti, raccoglie le speranze di più del 70% dei senior.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Questo significherebbe che gli over 50 sono la risorsa del lavoro più sensibile al cambiamento e alla competizione, oltre che allo spirito di squadra, mentre le speranze rivolte alla nuova generazione riposano su una popolazione più individualista, bisognosa di rassicurazione e continuità, giusto l'opposto di quanto il mercato del lavoro e le forme di competizione di mercato offrono.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Ma la ricerca evidenzia anche altri aspetti non meno interessanti, primo fra tutti l'identikit del capo, che delinea un senior cinquantenne con gli attributi, tanto coinvolgente quanto coraggioso, ma soprattutto attento all'innovazione, con una caratteristica cognitiva rivolta alla sperimentazione e all'innovazione. Capace di inventare soluzioni non ovvie e competente nelle nuove tecniche gestionali e nelle tecnologie trasformative, deve sapere riconoscere e premiare quadri e professional e deve farsi carico delle scelte e delle responsabilità senza scaricare su impiegati e operai i rischi che non vuole assumere.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Quali riflessioni fare alla luce di queste informazioni? Che domande porsi? &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Dove si troverebbe questo tipo di capo è il punto critico della questione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Si tratta con ogni probabilità di una razza in via di estinzione con poco spazio nelle incertezze imprenditoriali attuali con pretese inadeguate dei vertici. Molto più facile è trovare un poco competitivo work planner, più schermato nei confronti dei rischi a cui il top management vorrebbe il più delle volte esporlo, ma anche impermeabile alle responsabilità verso gli sviluppi professionali del gruppo, essendo attento soprattutto ai dati e alla propria sicurezza personale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Il work planner è il ligio prodotto della generazione delle aziende delle tabelle, dei numeri per i numeri, delle piattaforme gestionali, degli ERP, e dei sostituti decisionali informatizzati (DSS). Figlio dei consigli di amministrazione accentranti e centralizzatori degli ultimi anni, non propone e non stimola, interpretando aziende sempre meno competitive e per nulla innovative, disinteressate alla propria rigenerazione, che puntano più sull'assistenzialismo delle lobbies e dei governi che sulla propria forza imprenditoriale e inventiva.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;L'altro, il Team Player è un personaggio sempre più di altri tempi a cui si finisce per chiedere di essere boia e impiccato e di garantire la botte piena e la moglie ubriaca; un leader sempre più sofferente e impaziente, che dietro la porta sogna un'onorevole pensione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Una figura anche che è sull'orlo della crisi di nervi e soprattutto sulla soglia della rivolta.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Stretti a tenaglia fra un vertice dalle esigenze irragionevoli e dagli obiettivi non commensurati sulla realtà, da un lato, e una base disorientata e spesso allo sbando, incapace di offrire contributi e costantemente bisognosa di rassicurazioni e di certezze impossibili, dall'altro, i quadri intermedi, sempre meno riconosciuti per ruolo e per ritorni, stanno sviluppando, non solo indifferenza per i destini dell'azienda, ma addirittura un astio e un atteggiamento di rivolta verso le direzioni che per le imprese è come una malattia silenziosa nel suo incedere, pronta ad esplodere senza preavviso, violenta e verosimilmente difficile da curare e tendenzialmente irrecuperabile e distruttiva soprattutto per le aziende più precarie e prive di risorse in panchina.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Imprese, quelle che escono da questo disegno, sempre più popolate di giovani precari, senza risorse né piani a lunga distanza, non apprezzati né riconosciuti dal personale, soprattutto da quello femminile e quello con più anzianità, che non riescono a far altro che eseguire il compito e che, con poche aspettative per il futuro e per la carriera, sono pronti più ad abbandonare che a combattere. Giovani che sono cresciuti orfani della generazione precedente, non essendo mai stati messi in condizione di raccogliere il testimone da un Team Player, anche perché i criteri del loro inserimento non prevedevano questi sviluppi e perché a partire dagli anni '90 si è preferito lasciare estinguere il personale costoso, sull'onda della moda della cancellazione delle fasce di coordinamento intermedie.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/09/quale-manager-per-il-futuro.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-8302939285102908910</guid><pubDate>Fri, 17 Aug 2007 07:39:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-08-17T09:52:44.817+02:00</atom:updated><title>Fine della Maratona</title><description>&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Gli iscritti alla mailing list che aprissero adesso il programma di posta elettronica potrebbero essere quanto meno perplessi a trovarsi davanti una lunga lista di messaggi da Personal Coaching e verosimilmente non avranno voglia di affrontarli tutti. Essendo che i blog funzionano al contrario e, come loro, i messaggi della mailing list è possibile che non arrivino al &lt;a href="http://www.aiuti.com/2007/08/ferragosto-di-revival.html"&gt;primo messaggio&lt;/a&gt; che annunciava questa iniziativa al confine fra il narcisistico e il protezionistico di recuperare e con l'occasione riproporre articoli del sottoscritto usciti per riviste on line che hanno poi chiuso o cambiato linea editoriale. Così scrivo questa nota finale destinata ad essere letta per prima.&lt;br /&gt;La buona notizia e che, proprio come le retrospettive televisive estive a cui mi sono ispirato, anche questa &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;maratona si chiude dopo l'arco della notte in cui si è svolta. Chi volesse leggere la rassegna completa può vederla &lt;a href="http://www.aiuti.com/storico/2007_08_01_archivio.html"&gt;nella videata del mese&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Abbiamo dato un'occhiata al passato degli ultimi 7 anni (altri materiali retrospettivi &lt;a href="http://www.martignago.com/articoli/articoli.html"&gt;sono disponibili qui&lt;/a&gt;). All'alba della riapertura degli uffici torneremo ad occuparci delle inquietudini e magari di qualche opportunità di questa confusa fine di decennio.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/08/fine-della-maratona.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-631903509388740271</guid><pubDate>Fri, 17 Aug 2007 07:23:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-08-17T09:27:24.720+02:00</atom:updated><title>Tecnologie della liberazione?</title><description>&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;blockquote style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;"L'uso che ognuno di noi individualmente fa delle proprie risorse e non le regole o i tipi di risorsa determinano la qualità della vita. Se le tecnologie aumentano le alternative offrono, al pari, più possibilità di schiavitù e più possibilità di liberazione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;La persona del "futuro" è un navigatore fessibile, leggero, nomade, ermafrodita, immemore, meditativo, visionario, non-possidente, dalle proprietà transitorie."&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Questo è un brano tratto da un articolo preparato nell'estate del 2003 per una rivista che avrebbe dovuto chiamarsi Splitbrain ma che invece si arenò poco dopo avermi chiesto questo contributo.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.aiuti.com/files/tecnoliberazione.html"&gt;Il resto dell'articolo si può leggere qua&lt;/a&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/08/tecnologie-della-liberazione.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-2026228766959344737</guid><pubDate>Fri, 17 Aug 2007 07:04:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-08-17T09:13:07.138+02:00</atom:updated><title>Articoli di Luther</title><description>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Alla fine del 2004 comparivo in NetManager con lo pseudonimo per definizione dell'anonimato libero dal copyright di Luther Blisset, icona del neo-situazionismo digitale e avevo proposto due temi relativi alle strategie di sopravvivenza nei confronti del nuovo opportunismo aziendale e dello sfruttamento dei knowledge workers. Li ripropongo come link alle stampe delle pagine originali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.aiuti.com/files/agentisegreti.pdf"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;a href="http://www.aiuti.com/files/agentisegreti.pdf"&gt;Agenti segreti, le meraviglie occulte del Knowledge&lt;/a&gt;&lt;/span&gt; - Quando la conoscenza da valore aggiunto del singolo si trasforma indatabase aziendale per seguire la formula del "tutti in rete, tutti &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;condivisi e nessuno indispensabile". Viaggio nell'involuzione delle risorse sempre meno umane&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;hr /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;a href="http://www.aiuti.com/files/ilnuovoarrivato.pdf"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il nuovo arrivato. Strategie per sopravvivere al turn over&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; - Dalla semina dei curriculum alla raccolta di un contratto di formazione lavoro-presa in giro. Come difendere le competenze acquisite secondo la teoria dei "vasi comunicanti" e il metodo managerial hacking&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/08/articoli-di-luther.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-4711246726426774878</guid><pubDate>Thu, 16 Aug 2007 22:11:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-08-17T00:17:50.288+02:00</atom:updated><title>Datemi un martello!</title><description>&lt;a style="font-style: italic; font-family: verdana;" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.apogeonline.com/webzine/2005/07/28/01/20050728010101.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 200px;" src="http://www.apogeonline.com/webzine/2005/07/28/01/20050728010101.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-family: verdana;font-size:85%;" &gt;Modelli per l’innovazione e il business nell’informatica post-neweconomica&lt;/span&gt;  &lt;hr  style="height: 2px; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;"  class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Tutto è database: il database è il tutto&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;«Il responsabile della comunicazione può pensare fin che vuole che si tratta di un’attività redazionale, ma ciò non toglie che questa storia della Intranet è e rimane una questione di database». Correva il 1998 e la new economy era lì da venire. Quando sarebbe arrivata, tutto avrebbe dato ragione a quell’uomo dell’IT della grande impresa da poco divenuto responsabile dei sistemi Web based.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Già allora i padroni del vapore erano i grandi database e i supporti gestionali (per fare alcuni nomi, Oracle e SAP, innanzitutto); poi si sarebbe verificata la moltiplicazione delle piattaforme, da Broadvision a Vignette, da Documentum a Saba.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Effettivamente l’informatica era tutta una questione di database: l’IT manager aveva proprio ragione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Eppure a me tutto questo, non solo non mi convinceva, ma addirittura mi irritava. Com’era possibile che tutte le idee che avevamo avuto per innovare le relazioni in azienda, per supportare il cambiamento degli scenari, per stimolare la creatività, per confrontare il "reale" su più chiavi di lettura… com’era possibile che questo dovesse essere banalizzato in un archivio di dati?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Noi avevamo la varietà e la varietà porta alla proliferazione dei fatti e degli oggetti. Nella varietà si è felici come lo erano i politeisti greco-pagani prima che il monoteismo ebraico e poi il cattolicesimo dogmatico facessero calare la plumbea cappa della Legge nel mondo degli esseri viventi. L’informatico medio è dogmatico e monoteista: tutto si riduce a Uno. E l’uno, nella fattispecie, il più delle volte si chiama database.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;D’altronde, "per quello che non possiede altro strumento che il martello, tutti i lavori devono necessariamente essere considerati chiodi".&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family: verdana;font-size:85%;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;"  class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Occidente: calma piatta&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L’economia da quando non è stata più "nuova" è immediatamente andata a male, lasciando nel deserto del dopo-bomba rottami di macchinari a cui neppure i demolitori sono più interessati.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Validi ufficiali dello spazio, astronauti da Star Trek, vagano storditi, le divise stracciate a cercare occupazioni di ripiego.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;A ben guardare quelle carlinghe si vedono gli stessi nomi che ieri brillavano: i cari database. Solo i giganti tengono duro, non senza difficoltà.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Era già accaduto all’inizio degli anni ‘90: fino allora le aziende facevano carte false per procurarsi un laureato in ingegneria elettronica. Dal ‘91-’92 in poi nessuno ne voleva più e già si cominciava a cercare di liberarsene. In questo inizio di duemila, però, si sta assistendo alla Caporetto delle società di IT. Highlander direbbe che di tanti alla fine ne sopravvivrà solo uno, ma il taglio della testa non è piacevole per nessuno. Che cosa è successo? Non c’è più interesse per l’innovazione?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Innovazione? Ma se è tutto è solo questione di database, il nuovo dove sta?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il problema vero è l’appiattimento dell’intelligenza. Gli informatici del database hanno insegnato ai responsabili aziendali a ridurre tutto ad uno, omologando in questo modo la varietà dell’industria, dei servizi, dell’economia e, alla fine, della civiltà.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Le aziende non sono diventate "snelle" (&lt;i&gt;lean&lt;/i&gt;) come si propagandava: sono diventate "piatte", sia come organigramma che come elettroencefalogramma.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Una volta, negli anni ‘60, si diceva che "la Cina è vicina", per paventare i rischi che avrebbero potuto arrivare dall’Estremo Oriente e anche oggi si dice che sia colpa della Cina, dell’Oriente, dell’Est Europeo… Certo, gli speculatori degli anni ’80 e ‘90 oggi dovrebbero essere gettati con disonore a mangiare la polvere a calci nelle loro regali natiche per i danni che hanno prodotto nell’Occidente industriale. Tuttavia il problema reale non è la concorrenza orientale: è l’esaurimento delle risorse Occidentali. Nonostante il fenomeno-Internet abbia fatto gridare alla rivoluzione, nelle imprese e nelle istituzioni non si è visto più nulla di nuovo per tutti gli anni ‘90. Piano piano ci siamo appiattiti proprio come un database.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family: verdana;font-size:85%;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;"  class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Apoteosi tecno-burocratica&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il database è la fissità della storia riassunta su delle chiavi di lettura pregiudiziali e per questo fisse perché pre-fissate. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il nuovo, al contrario, si genera dal caso, dall’improbabile, dall’ibrido… Quando definisco le categorie, i contenitori, i "campi" in cui dovranno venire incasellati i discorsi a venire impedisco la genesi di frasi nuove, di racconti originali, di espressioni del genio soggettivo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quando costringo gli eventi possibili nelle mie caselle mi escludo la possibilità di vedere il diverso. E quand’anche lo vedessi finirei per snaturarlo, modificandone il senso in maniera da poterlo inserire nei miei "campi" concettuali predefiniti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Stiamo andando incontro ad un mondo ovvio, scontato, sterile, noioso, sterile, in cui tutto ha già una sua casella e delle regole omologanti. Da quanto tempo non c’è più un modo nuovo per suonare, per scrivere, per disegnare e se c’è nessuno lo nota? Dagli anni ‘70, probabilmente, prima che nascesse l’informatica degli archivi. Da questo punto di vista è illuminante il nome che i francesi danno all’office automation: &lt;i&gt;bureaucratique&lt;/i&gt;. Si tratta dell’informatica del &lt;i&gt;bureau&lt;/i&gt;, dell’ufficio, così come la burocrazia era il governo del &lt;i&gt;bureau&lt;/i&gt;. Quando era nata la burocrazia, ai tempi di Fayol e di Weber, si trattava di una razionalizzazione positiva. Con il passar del tempo, invece, la razionalità è divenuta norma, dogma e poi rigidità, inefficienza, fino a far assumere al termine "burocratico" la ben nota connotazione di impotenza paludosa e irrazionale. Il problema è che la degenerazione burocratica non si è limitata alle istituzioni: ben presto l’intera civiltà ne è divenuta preda e ancora oggi continua ad esserlo, come insegnano le difficoltà ad ottenere tutte le autorizzazioni e a produrre tutto il materiale cartaceo necessario ad avviare nuove attività.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family: verdana;font-size:85%;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;"  class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Miopia da ovvietà&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La &lt;i&gt;bureaucratique&lt;/i&gt; dei database ha prodotto un fenomeno analogo mascherato da innovazione razionale. L’azienda dei database è un elettroencefalogramma tendente al piatto. Fanno quasi pena certi ministrardi o confindustriati che cantano mesti il ritornello dell’innovazione dopo avere appiattito le istituzioni e le loro aziende con l’epistemologia del database: che vadano a predicare in Oriente e vediamo con chi riescono a rendersi credibili. Innovare è cercare, inventare, cambiare, sperimentare, provare, mischiare: fare e buttare via il vecchio, quello che non serve più. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Da noi invece cosa si fa: si archivia! Ovverosia, si conserva, si mette da parte, si lascia intendere di possedere molte cose e si spendono un mucchio di quattrini, non per lasciare libere le persone di provare, di fare, di immaginare, ma per mettersi ad archiviare. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il database è l’apoteosi del conservatorismo, l’esasperazione del vecchio, l’elettrificazione delle ragnatele negli archivi digitali.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La scuola dei database sarà l’educazione alla piattezza; la sanità dei database è la schedatura dei viventi trattati come cadaveri; il mondo dei database sarà facile preda dei nuovi barbari, perché quando arriveranno, proprio come accadde ai Romani, non saremo in grado di riconoscerli, perché non faranno parte delle categorie precostituite dei nostri database mentali.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La nostra cultura è così vulnerabile ai virus perché le nostre cellule non riescono a riconoscerli, anche loro influenzate dal nostro modo burocratico di affrontare la vita.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family: verdana;font-size:85%;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;"  class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;L’hacking e la via del guerriero&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Non tutta l’informatica è burocratica. Ma per il momento la sola alternativa che riesco a individuare è costituita dagli hacker. Anche gli hacker, però, si stanno stancando, sfiduciati. Lontano dalle ideologie e dalle battaglie, chi è hacker? Per me e per molti altri è colui che guarda alle nuove tecnologie in maniera esplorativa, fa dell’informatica nomade, dell’elettronica di strada con creatività e genialità. La genialità hacker il più delle volte non è insita tanto nella competenza tecnologica o nell’intelligenza analitica, quanto nell’imprevedibilità con cui si avvicinano agli oggetti e alle situazioni in maniera non convenzionale, realizzando obiettivi che magari neppure si erano preposti con strumenti che nessuno avrebbe pensato di utilizzare per quello scopo. Non solo i bluebox, ma anche i tubi delle patatine per amplificare antenne improvvisate o le tecniche di svelamento istituzionale, poi pomposamente ridefinite social engineering, sono altrettanti casi di hacking.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L’hacker è colui il quale applica alle tecnologie ibridi estranei ai tecnologi e per questo è pressoché impossibile che uno così possa perdere il proprio tempo ingabbiato nell’informatica dei database.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Voi, sedotti e abbandonati neweconomici che vedete irrimediabilmente affondare l’ultima post-startup a cui vi eravate aggrappati per non affondare, passando da una scialuppa a un’altra, dapprima in pochi e adesso come una moltitudine… voi proto-topmanager dell’innovazione modaiola, voi come pensate di salvarvi. Cercate in qualche articolo l’idea giusta che non arriva, scandagliate Internet in cerca di follie remunerative gratuite, comprate qualche prodotto che fa il buco alle ciambelle in un altro modo e vi stupite di non spopolare… Potrebbe essere giunto il momento di riconsiderare le vostre strategie per imparare dagli hacker. A fare cosa? A ibridare, a inventare partendo dagli oggetti e dalle cose ordinarie, da quello che fa la gente comune, da come si comportano le persone e da quello di cui hanno bisogno veramente, da come le coppie si baciano, da come giocano i bambini, da come osservano i vecchi, dalle vacanze che fanno veramente felici, dai comici che sanno divertire, dalle macchine di tortura e da quelle inutili, dalla caffettiera del masochista e dalla cyberbici…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Imparate dalla varietà, la categoria più amata dai primi cibernetici come Ashby o Wiener, mentre gli ingegneri della norma, da von Neumann in avanti, insegnavano la regola, fondando così l’informatica dei sistemi per come la conosciamo. Oggi quei sistemi ce li hanno tutte le aziende medie e grandi, ma sono diventati delle commodity e la qualità della vita umana non ha avuto grandi miglioramenti grazie ai loro database. Sì, è vero, possiamo trovare di tutto salvo ciò che ci interessa, mentre possiamo essere trovati da tutti, meno che da quelli da cui lo desidereremmo; abbiamo il digitale terrestre scontato e i nostri figli possono cambiare computer a poco se hanno sedici anni, se no se lo possono far vendere dall’insegnante che ha gli sconti, ma di film belli se ne fanno sempre meno, i giovani faticano a trovare un lavoro che sia anche onorevolmente pagato e gli insegnanti annoiano e si annoiano esattamente come prima.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family: verdana;font-size:85%;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;"  class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Tripartizione dell’epistemologia informatica&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Allora, caro neweconomico, ti tocca faticare: non tanto alla ricerca di partnership, di integrazioni… non tanto con l’acquisto del nuovo pacchetto o con l’esclusiva della distribuzione dell’altro grande nome, ma facendoti venire delle idee, andando a cercare, non altri informatici come te, ma piuttosto insegnanti, giornalisti, tipografi, fotografi, sarte, salumieri, muratori… per cogliere i loro bisogni e progettare insieme a loro nuove soluzioni e nuovi oggetti: non andandogli a dire "cosa vorresti fare con l’informatica", ma solo "cosa vorresti fare" e se ti viene in mente una soluzione per farlo che usi l’informatica, e che non sia un database, quella la metti tu.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Per concludere si potrebbe dire che ci sono tre tipi di informatica, ognuna delle quali ha scritto un futuro diverso:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;ul style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;li&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L’informatica &lt;i&gt;dogmatica&lt;/i&gt;, o la &lt;i&gt;bureaucratique&lt;/i&gt;, che ha un grande futuro… alle spalle, legata com’è alla norma, all’attività descrittiva alla categorizzazione bidimensionale, all’amministrazione riproduttiva e alla riduzione del molteplice a uno (o comunque a un minimo comune divisore di categorie pregne e quindi banali). È l’informatica dei grandi sistemi, degli host, dei grandi calcolatori a cui le persone hanno delegato le loro funzioni mentali per diventare loro schiavi, tristi inseritori di dati incapaci di intendere e di volere.&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L’informatica &lt;i&gt;ermeneutica&lt;/i&gt;, ovvero quella che mette in grado ognuno di noi che non apparteniamo ai grandi sistemi e non siano neppure ingegneri (avete notato quanto poco informatici e ancor più ingegneri elettronici usino i programmi della gente comune o dei professionisti e quanto snobbino gli applicativi che non siano di sviluppo o manutenzione informatica?) di gestire i nostri dati e di inventare quanto più ci piace, traducendo in atti umani (e quindi analogici) quello che normalmente è prerogativa esclusiva degli informatici. Si tratta delle tecnologie Engelbarthiane, i monitor e il mouse, prima, le finestre, gli scanner, il WYSIWYG, poi, del lavoro di Apple poi ripreso dalla Microsoft. Il futuro è ancora nascosto nel passato: occorre tornare a Engelbarth e capire di cosa parlava negli anni ‘60, quando sosteneva che l’elettronica poteva offrire un "empowerment" all’essere umano. Finora, più che un potenziamento, ha fornito delle protesi, eleganti e anche geniali, ma ben poco (scarse e straordinarie le eccezioni) che non sia &lt;i&gt;sostitutivo&lt;/i&gt; di qualcosa che veniva fatto già in altro modo.&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L’informatica &lt;i&gt;euristica&lt;/i&gt;, ovvero sia quella dei Fitzcarraldo, dei Tucker, degli scopritori, gli esploratori che sanno - forse - da dove sono partiti, ma non sanno dove arriveranno; che rischiano, ma puntano a grandi tesori nascosti, terre nuove da battezzare, invenzioni impossibili, soluzioni eleganti… Diversamente dall’ermeneutica che "spiega, interpreta, divulga", l’euristica "scopre, prova, esplora", percorre strade mai calcate, è stanca del passato e non conserva memoria o database, non esalta i feticci dei vecchi traguardi, perché tutte le sue energie sono investite nel futuro e per farlo cerca compagnie poco raccomandabili, esperti che i tecnologi avrebbero in orrore. A Piero Angela preferisce lo sciamano così come gli dei preferisce sceglierseli che farseli imporre. Non ha una Torah a cui obbedire e nemmeno una Quabbalah da interpretare, ma un Olimpo da far cantare, dove degli dei più lubrichi che legiferanti non disdegnano gli accoppiamenti con umani, fauni, animali e tutto quello che capiti a tiro dei loro genitali. Un’informatica "genitale", infatti, perché se la dogmatica può essere definita un’istanza superegoica, l’ermeneutica un’istanza dell’io, quella euristica è l’istanza dell’es, delle pulsioni libere, creative, tese alla soddisfazione, alla fertilizzazione e per questo all’innovazione, al cambiamento.&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;span style="font-family: verdana;font-size:85%;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;"  class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Sintesi&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Che te ne puoi fare di tutto questo, di tutta questa filosofia ("fare della filosofia" è l’offesa peggiore che un tecnologo del database, un database manager o un imprenditore da archivio possono rivolgere a chiunque, specie se professionista), tu che sei uno concreto, realizzativo, con la testa sulle spalle, ma alla fine, con tutto quel tuo agitarti riesci a non lavorare, ovverosia a non produrre niente di nuovo, nessun vantaggio per chi sta con te e per la società. Che se ne può fare un pigro, conservatore, privo d’idee, ma pieno di sé come te?…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Niente, lo so. So anche che ti puoi fare forte della maggioranza in questa grande &lt;i&gt;Matrix&lt;/i&gt; tecno-burocratica che è diventato il modello occidentale del dopoguerra (ma sarebbe meglio dire del "dopo-muro).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Prendi pure il tuo martello: questa è una margherita: picchia! questo è un flauto: picchia! questo è un gelato: picchia!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Almeno, consentimelo, non ti sembra che non facciano più i chiodi di una volta?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana;font-family:verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2005/07/28/01/200507280101"&gt;Da Apogeonline 28-7-2005&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/08/datemi-un-martello.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-5587750374702614237</guid><pubDate>Thu, 16 Aug 2007 22:08:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-08-17T00:10:39.617+02:00</atom:updated><title>Missing Culture</title><description>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;La scomparsa della riflessione organizzativa e della comprensione delle culture d'impresa impoverisce le aziende&lt;/span&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;hr style="font-family: verdana; height: 2px; margin-left: 0px; margin-right: 0px;"&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Privatizzare!&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Presto scopriremo che anche il Regno dei Cieli, dopo il Governo, la Sanità, i Beni Culturali, la Scuola, la Famiglia, la roba da lavare e quella del frigorifero, sarà fatto funzionare come un'azienda di mercato. Va posta l'enfasi su quel "di mercato", perché troppo spesso i politici hanno generalizzato in merito.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Un tempo si dibatteva se fosse più o meno giusto il governo dei tecnici, gli specialisti di settore, o se invece dovessero rimanere i politici - in fondo per la loro specializzazione in "decisioni" - a fare scelte in merito alla salute, alla scuola e così via. Poi è cominciato il battibecco se fosse o meno giusto gestire lo stato come un'azienda. E qui ci si è resi conto di quanto fosse approssimativo l'approccio dei fautori come dei detrattori, implicitamente convinti che le aziende fossero tutte uguali.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Fra le Ferrovie, Telecom, FIAT, Mediaset, Carrefour, Valeo, Google Italia e la Ditta Stampi Cerutti, l'idea di come si gestisce la società è nella pratica tanto diversa quanto il rito religioso fra buddisti, ebrei e indios animisti.&lt;br /&gt;L'impreparazione e la mistificazione politica è però solo metà del guaio che ci affligge. Vedere i primari ospedalieri o i presidi scolastici scimmiottare i manager pensando che questi non imbroglino i budget di fronte a dei gruppi professionali abituati a consumati compromessi istituzionali per il quieto vivere, fa preoccupare quanti possono immaginare che questo si traduca in un raddoppio dei costi per attività e in un proporzionale decadimento della qualità del servizio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Eppure la mistificazione che le istituzioni debbano funzionare come un'azienda con l'implicito che le aziende funzionino tutte nello stesso modo sta avendo un contraccolpo proprio nel mondo imprenditoriale, soprattutto nelle grandi imprese, già impressionate dalla concorrenza della liberalizzazione dei mercati e della cosiddetta globalizzazione. All'invasione del modello cinese e alla prossima irruzione delle imprese dell'est (tutti "monstrum" generati dalla speculazione e dall'ingordigia occidentale) la risposta non dovrebbe essere di mercato in senso stretto, ma soprattutto macroeconomica, politica e prima ancora etica e culturale, e quindi non frammentata nelle soluzioni delle tante imprese, ma coordinata da un'Europa che invece con l'allargamento e da quando c'è l'Euro sembra avere subito una crisi di autorevolezza e di identità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il nodo di tutto questo sta nella parola magica "Cultura", con la quale non s'intendono tanto le "cose" da privatizzare di cui chiacchierano Sgarbi o Urbani, ma piuttosto la dimensione antropologica più profonda e universale del nostro essere umani. Cultura sono i valori condivisi da un gruppo sociale e dall'insieme superiore che li accomuna, a partire da come si sta insieme e si trasmettono i significati impliciti, quelli spesso non discutibili, alle generazioni future.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;" class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;L'estinzione della cultura &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Rudolph Steiner è stato il ricercatore spirituale che tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 ha battezzato Antroposofia la "scienza e filosofia dello spirito" che, si potrebbe dire per la prima volta, si è tradotta in teorie e tecniche applicate a molteplici branche del sapere, dalla medicina alla pedagogia, dall'architettura, all'agricoltura, dall'arte alla storia e all'economia. A proposito di quest'ultima, persino un articolo sull'ortodosso Sole 24 Ore metteva in evidenza come, delle tante teorie macroeconomiche, proprio quella antroposofica sia l'unica ad avere retto alla prova del tempo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ebbene, proprio Steiner nel primo decennio del '900, in periodo quindi non sospetto, preconizzava sulla base di analisi decisamente poco ortodosse, che gli anni a venire sarebbero stati dominati dal modello spirituale statunitense e che questo avrebbe apportato rivolgimenti nella tecnologia e nel benessere, ma che questo sarebbe avvenuto a scapito del patrimonio culturale (nel senso spirituale e antropologico che dicevamo) dell'umanità. Un genere così indebolito nel profondo della struttura costitutiva sarebbe inevitabilmente divenuto preda di morbi nuovi e poco comprensibili: la mancanza d'identificazione culturale e quindi di chiarezza sui valori sarebbe arrivata a confondere le idee al corrispettivo fisiologico, ovverosia al sistema immunitario.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Prima, però, di allargare troppo il campo del nostro obiettivo, ritorniamo in azienda dove ci si potrebbe domandare "che ci si può fare se tutto il mondo (quello occidentale) sta abbandonando i valori culturali? come si potrebbe mai evitare che non ne vengano coinvolte anche le imprese?".&lt;br /&gt;Si stanno dando troppe cose per scontate, mentre ci si rassegna come dei lemmings in processione verso la scarpata: anche se qualcuno pensa di arricchirsi sfruttando la situazione, non si rende conto che il destino della specie presto o tardi coinvolgerà anche speculatori e opportunisti. Allora, non vale la pena rendersi conto che questa situazione apparentemente ineluttabile non ha più di dieci anni ed è quindi reversibile solo a volerlo tutti?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;" class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Un letto di procuste per le grandi imprese&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Una quindicina di anni fa si è pensato che si sarebbe dovuto far fronte al debito pubblico vendendo tutte le imprese statali che non si avevano attributi sufficienti per far rendere come si sarebbe potuto e la confindustria ha salutato la cosa come una liberazione, salvo più tardi essere scontenta perché il mercato è rimasto in mano al pubblico (salvo quelle nicchie dove erano possibili speculazioni pagate dal contribuente e dal debito pubblico). Chissà come mai non abbiamo assistito ad una corsa alla concorrenza e alla competizione, ad esempio dell'azienda elettrica o dei trasporti pubblici, da parte degli industriali ultra-liberisti, mentre continuiamo ad assistere al loro pianto greco sui costi di settori che ormai sono liberi e disponibili alla concorrenza?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Non assisteremo mai a un mea culpa degli attori di un tempo che per recuperare soldi o per speculare hanno svenduto i gioielli di famiglia dello Stato. Anzi il fenomeno si va allargando oltre i confini del pubblico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;È ora, infatti, volta delle grandi imprese private di seguire la logica del ridimensionamento, uno svuotamento cominciato proprio dal management intermedio che ha poi seguitato facendo scomparire o quasi tutte le funzioni di servizio e di collegamento. Eppure, se la cultura del gruppo ha una sede è proprio nel sistema connettivo costituito dalle persone, dai livelli di collegamento intermedi e dalle funzioni politiche e di servizio. Una volta esportate queste aree le grandi imprese (e molte medie con esse) si troveranno a fare i conti con una cultura esterna al gruppo. Il rapporto fra indigeno dominante e dominato si invertirebbe e il servo annichilirebbe un padrone indebolito e allucinato come nel bel film di Losey, &lt;i&gt;Il Servo&lt;/i&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;In Italia, pur di non affrontare le fatiche e i conflitti di regalie di imprese soffocate da protettorati politici, padronali, sindacali, da selve di microlobbies, parentele e amicizie, per ottimizzare aziende che avevano il problema di elefantiasi ingolfate da quadri dirigenti - con i loro peones affiliati - incapaci, esperti solo in mafie e poltrone, si è preferito tagliare la testa al toro e buttare via il bambino con l'acqua sporca.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;In questo modo, purtroppo, non si potrà più ricostruire niente. Dopo che si è abbattuta la cultura di un gruppo o di un'impresa si resta orfani a lungo. I tempi per rifondarla sono il più delle volte troppo lunghi e ricominciare da zero per un'impresa consolidata è altrettanto impossibile che per un miliardario rassegnarsi a ricominciare dalla gavetta (ammesso che lui l'abbia mai fatta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Eppure nelle rappresentazioni di molti top management c'è quest'idea mutuata da prezzolati guru che le imprese di domani saranno solo più il loro top management e che tutto il resto verrà dato all'esterno. Con non-imprese di questo tipo scomparirà presto la cultura imprenditoriale e con essa il backbone del sistema economico del paese.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quale sarà il disegno che assumeranno le grandi imprese implicito nel loro attuale processo di disarticolazione? Un po' come in certi film di fantascienza, ci sarà un cervello immerso in un liquido fisiologico che emanerà i comandi a fornitori di prestazioni, impresari che risicano sui margini dei dipendenti, facendo cartello e speculando sui fisiologici limiti del controllo del cervello.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2004/12/28/01/200412280101"&gt;Da Apogeonline 28-12-2004&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/08/missing-culture.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-5109387532192052593</guid><pubDate>Thu, 16 Aug 2007 22:03:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-08-17T00:07:24.758+02:00</atom:updated><title>Un dio a una dimensione</title><description>&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;" class="dettaglio-articolo-box-ev"&gt;    &lt;div class="dettaglio-articolo-interno-box-ev"&gt;     &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;img src="http://www.apogeonline.com/webzine/2004/11/30/01/20041130010101.jpg" class="dettaglio-articolo-img" alt=" " align="left" /&gt;&lt;/span&gt;       &lt;p style="font-style: italic;" class="sottotitolo"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L'uomo-idolo dei nostri tempi, il più mitizzato, amato e odiato del Pianeta, Bill Gates, canzona la saggezza, mettendo a nudo il suo essere vulnerabilmente umano&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;p class="sottotitolo"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;p class="sottotitolo"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;div class="pulisci"&gt;&lt;hr style="height: 2px; margin-left: 0px; margin-right: 0px;"&gt;&lt;/div&gt;  &lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Mi è comparso in sordina, durante uno svogliato zapping serotino, ma tutto subito non ci stava male fra le scatole di vacua prosopopea bonolisiana e le piroette di country-karate di un ranger confederato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Come un'apparizione si era materializzato sulla window del mio schermo televisivo dal suo Redmond dei cieli, così, come se niente fosse. Nella tradizione della migliore teofania, il divino ti appare come, dove e quando meno te l'aspetti e questo &lt;i&gt;minus quam&lt;/i&gt; era una cadrega da ufficio, esposto, senza apparenti difese, a sostenere il ginocchio accavallato a mo' di esaminando al cospetto di un Fazio furbescamente servile. Gli occhi sottili e freddamente chiari mal celavano il sospetto che ogni domanda rivoltagli suscitava, mentre le labbra strette sembravano tenere a freno quello che gli veniva da dire per ricondurlo sempre alla brochure dell'uomo-corporate, al santino dell'unto da Jhwh, il miracolo fatto carne, il messia del nuovo mondo che l'intervistatore non faceva nulla per minimizzare, coprendolo delle ovvietà che qualsiasi uomo della strada avrebbe espresso.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;A cominciare dal Codice Hammer - un affare da esposizioni - per passare al tempo libero trascorso in quel "far l'amore con la persona che si ama di più" che, diversamente - ma non troppo - da Woody Allen, nel suo caso declina in "lavoro".&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;E, a parte il lavoro, a cosa dedica il suo tempo? Come le aspiranti "miss qualcheluogo" sono solite dire "la pace nel mondo", lui, meno politicizzato, declina in ''la lotta alle malattie".&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quale lavoro immagina per i suoi figli? Minimizzando, perché i figli di un messia sono quasi uno scherzo retorico, un ossimoro, spiega che possono fare quello che vogliono - tanto non ne avranno mica bisogno - anche la filosofia o le arti, se ritengono.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Come un ben più noto collega di miracoli, anche in lui la carne o il sesso non sembra possano aver avuto parte nel concepimento.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La genesi delle sue fortune? Aver avuto buoni genitori che hanno creduto in lui: che bravo figliolo a stelle e strisce!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il resto è lavoro e amore per il lavoro vissuto sul campo di battaglia, come Bonaparte, a compilare codice fra i soldati semplici. E noi non possiamo non credere! Ciecamente. Passionalmente.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Poche sorprese e, alla fine, nessuna scoperta. Tutto sommato un dio banale, ma pur sempre un dio: non deve stupire la sua imperscrutabilità. Personalmente me lo immaginavo più basso, anche se l'affiancamento a Fazio certo aiuta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Nessun messaggio inatteso. L'alfa e l'omega del creato si condensa in due parole: Tecnologia &amp; Medicina. Nessuno spazio per Anima o Spirito da questo dio pragmatico in sentore di crepuscolo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;L'unico guizzo arriva quando l'anchor-man insiste su una domanda tesa a fargli dire se per lui le scienze umanistiche e in particolare la filosofia hanno un valore. Dopo avere ripetuto che tutto può avere valore dopo la tecnologia e la medicina si stizzisce quando Fazio suppone che, a parte la cura medica che arriva a posteriori, forse l'esercizio del pensiero e della saggezza che dovrebbero provenire dalla migliore filosofia potrebbe prevenire i mali e avere un'utilità pari se non maggiore dell'intervento tecnico del medico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;È qui che lo sguardo freddo del dio minore ha brillato per la prima volta di un istinto personale (per quanto possa esservi di personale in un dio), di una forma quasi astratta di passione, come un uragano racchiuso nella diga di una nuvola si lascia immaginare per qualche breve e lontano lampo che la circonfonda. C'era dell'ironia sprezzante nei suoi occhi quando dopo qualche secondo di silenzio di quelli pesanti ha risposto tuonando dimesso un "Ah sì? E come?" di sfida al suo temerario - forse - ma dinanzi a lui impotente - certo - interlocutore, immediatamente costretto a tacere pieno di vergogna.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Eppure Fazio c'è riuscito: ha prodotto un piccolo squarcio nella brochure e ha mostrato uno scampolo dell'anima del nostro dio, sufficiente a lasciare immaginare le scarse dimensioni del restante.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quante implicazioni in quel dileggio verso il pensiero e la saggezza!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quanto fintamente ingenua la falsità. Certo, difficilmente un dio statunitense avrebbe potuto leggere &lt;i&gt;Nemesi Medica&lt;/i&gt; di Illich o &lt;i&gt;La Nascita della Clinica&lt;/i&gt; di Foucault, ma anche se così fosse stato avrebbe considerato quei libri fuorvianti. La terapia, come la tecnologia, sono indispensabili di per sé. Con lo sguardo rivolto al futuro di chi ne può scrivere, perché da dio, per quanto minore, gli è permesso di scrutarlo, aborre chi cerca nel passato le spiegazioni. La dimensione stessa della cura, quella amorevole che la pia infermiera rivolge al malato proprio come quella della madre verso il figlio non può che essere estranea alla sua logica centrata sull'intervento, sull'applicazione e sulla procedura, qualunque sia il tipo di tecnica che la esercita, informatica o medica.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;E quanto falso è l'ecumenismo di questo animo benefattore, intento a lasciarsi credere di potere/volere migliorare la salute del mondo intero dimenticandosi che, proprio come l'informatica delle grandi compagnie, anche la medicina guarisce solo chi paga, specie negli Stati che fanno dell'abolizione di quel sostegno sociale costituito dalle tasse la propria bandiera per una svolta epocale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quelli che non hanno da pagare possono al più ambire a fare da cavie per le case farmaceutiche come capita ogni giorno nel buio del continente nero e com'era una volta fra gli immigrati europei raccontati in &lt;i&gt; Faccia da turco&lt;/i&gt;. In quei posti neppure le nuove tecnologie arrivano; tutt'al più, dei volontari scappati da quel mondo di dei minori perseguendo in ideale etico, morale, ideologico, attento al presente reale della carne e dello spirito e non al fittizio sintetico futuro delle tecnologie.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Non è, infatti, certo la fede nella medicina che fa mettere in ballo la propria vita ai medici senza frontiere. Né la fede nella tecnologia è la leva che spinge tanti tecnici a partire per i paesi indebitati con la banca mondiale per consentire loro una vita decente, costruendo ospedali assieme a dighe e scuole.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Nessuno pretende che un dio, per quanto minore, si vada a sporcare le mani in prima persona, quando la sola polvere di una delle sue pepite potrebbe comperare quegli interi stati. Ma un dio che irride gli ideali dello spirito, che si fa beffe del pensiero, che canzona la saggezza, che altro è se non un "dio delle cose", un "dio del mondo", un piccolo-"Grande Seduttore"?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Nella migliore tradizione della sua teologia non abbiamo mai nominato la nostra apparizione, perché pronunciarne il nome invano è peccato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Possiamo però dire che fra Ikea e Mediaset è l'essenza stessa dei valori scaduti della nostra infanzia innocente, uno stato, il nostro, che è come un "semplice", un debole di mente che si trovi alla consolle di comando di un mondo decadente dove, come nell'antica Roma, si crede al dio minore più utile a seconda del caso.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Una "Imitazione di dio" in finestra provvisoria a ponte fra gli dei importanti, i Grandi Dei, e i nuovi barbari, continuando a sperare nell'avvento dell'ultrauomo di cui parlava lo Zarathustra nietzschiano, perché questi fauni in decadenza sono ancora "umani", troppo umani.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Forse è proprio nel timore di questo uomo dei filosofi la ragione per cui il nostro dio minore delle tecniche ha tanto in uggia il pensiero.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2004/11/30/01/200411300101"&gt;Da Apogeonline 30-11-2004&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;                 &lt;/div&gt;   &lt;/div&gt;</description><link>http://www.aiuti.com/2007/08/un-dio-una-dimensione.html</link><author>noreply@blogger.com (Ennio)</author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-9704909.post-3950293640860868228</guid><pubDate>Thu, 16 Aug 2007 21:57:00 +0000</pubDate><atom:updated>2007-08-17T00:02:09.072+02:00</atom:updated><title>Dal baratto alla post-economia</title><description>&lt;div style="text-align: justify; font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;Neo-baratto e lavoro felice: i principi di associazioni come l'Internet Foundation o la GNU/GPL vanno in questo senso e non sono certo i soli figli della post-economia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;hr style="font-family: verdana; height: 2px; margin-left: 0px; margin-right: 0px;"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b style="font-family: verdana;"&gt;Le Origini del lavoro&lt;/b&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;All'origine il lavoro era il gesto e le attività che l'essere umano compiva per garantire la sopravvivenza a se stesso e al suo nucleo familiare. In prima istanza si trattava di cacciare e procurarsi un rifugio. Poi di manipolare il fuoco e alla fine di governare gli strumenti. Quest'ultima attività può essere considerata il passaggio che ha anticipato la prima industria, dando origine al lavoro vero e proprio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La conquista e quindi la riduzione in schiavitù di "non uomini" (perché esterni alla propria gente, al proprio villaggio) ha dato origine alla prima forza-lavoro, i primi dipendenti (oltre al bestiame e ai familiari). Tuttavia, il lavoro vero e proprio, quello che dà vita a un'economia non si realizza che con i primi scambi. L'economia del lavoro si fonda sulla socializzazione della prestazione, del manufatto, della conoscenza.&lt;br /&gt;È la scoperta che quando non sto operando per me stesso posso occupare il mio tempo per qualcun altro, che i prodotti che non uso possono essere recuperati trasferendoli ad altri e che, così facendo, posso aspettarmi da altri un pari trattamento, a dar vita all'economia.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Scoprirò presto che posso rinunciare a una parte del tempo che mi serve o a una parte dei miei beni, per ricevere di più di quanto desidero dagli altri.&lt;br /&gt;Solo con il tempo comincerò a conservare beni di scambio come esordio del capitale.&lt;br /&gt;La socializzazione del lavoro supera il semplice scambio e arriva all'accordo fra più persone e fra più gruppi per realizzare attività, sfide, altrimenti dette "imprese" di ordine superiore, i cui prodotti (o i vantaggi che ne derivano) saranno messi in comune come un bene collettivo o suddivisibile.&lt;br /&gt;All'inizio il lavoro è un'azione positiva per se stessi e per gli altri. Rendersi utili dà senso alla vita e rappresenta la forma più nobile di relazione reificata.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;" class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;L'economia del lavoro&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La prima deformazione di questo significato del lavoro si è verificata con due passaggi chiave:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;ul style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;li&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;la simbolizzazione dello scambio e del capitale&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;l'istituzionalizzazione del mercato e della "Impresa".&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La simbolizzazione dello scambio avviene attraverso la moneta e la moneta, a sua volta, origina il mercato come attività astratta, separata dalla produzione. Il mercato così crea il denaro come bene a sé stante, indipendente dalla generazione del bene o del servizio e dal bisogno stesso: è un traduttore di lavori eterogenei, di benefici eterogenei e, nello stesso tempo, un "frutto" simbolico a lunga conservazione.&lt;br /&gt;Anche l'Impresa supera l'organizzazione per l'azione collettiva per diventare un soggetto a se stante, che addirittura può essere ceduto, scambiato, ereditato assieme alle persone che vi operano. E, se prima aveva un ideatore, un capo, un "duce", ora ha uno o più "padroni". L'idea di "padrone del lavoro" degli altri allontana definitivamente la percezione del lavoro come libera socializzazione, come capacità di rendersi utili a se stessi e agli altri: si produce il bene del padrone semplicemente per dovere o perché ci si aspetta di riceverne del bene.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;" class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;Snaturamento del lavoro&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Con un flash-forward cinematografico ci lasciamo alle spalle millenni di storia che deleghiamo a opere monumentali come &lt;i&gt;Il Capitale&lt;/i&gt; e arriviamo ai nostri giorni.&lt;br /&gt;Nell'economia moderna il capitale è definitivamente indipendente sia dal lavoro che dallo scambio di beni e servizi. Sono molti ormai che lavorano "senza fini di lucro" e non mancano le organizzazioni e addirittura le imprese che agiscono con questo fine. Sono ancora di più quelli che ottengono capitale senza nessun coinvolgimento diretto con la produzione e lo scambio di beni e servizi, ma soltanto grazie al fatto di possedere del capitale e di usarlo oculatamente.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Siamo al paradosso per cui si arriva a pagare per fare il lavoro che piace - che è anche quello per cui finiamo per renderci meglio utili. Chi lavora non si arricchisce con il proprio operato, mentre chi è ricco si arricchisce con le proprie ricchezze senza lavorare. Se investe il proprio capitale per lavorare o per intraprendere un'impresa molto probabilmente s'impoverisce. Spesso la generazione di lavoro è una tassa che i ricchi devono pagare per mantenere la parvenza di una concatenazione causale fra l'attività e lo scambio simbolico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;" class="titoletto"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;La Nuova Economia&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Tutto questo fino all'esordio della new economy.&lt;br /&gt;Il vero core di questo fenomeno non è rappresentato dalle dot-com, dalle nuove tecnologie o dalla globalizzazione, ma dallo scambio fondato su dimensioni esclusivamente simboliche. Si sono mobilitati capitali solo sull'idea di attività potenziali. Il primo caso è stato quello di Netscape, la società entrata in borsa sulla promessa della realizzazione di un browser innovativo, che però non era ancora pronto per il commercio. Il gran successo che ebbe il titolo fece pensare a molti che fosse l'era dell'innovazione, mentre era semplicemente l'estremizzazione della simbolizzazione dello scambio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Agli operatori di borsa non importava un bel nulla del browser di Anderssen e Clark: l'importante era avere un tavolo nuovo per lo scambio simbolico. Il denaro è per definizione un bene &lt;i&gt;potenziale&lt;/i&gt; che in genere veniva scambiato con altro denaro o con qualcosa di concreto. L'economia moderna e post-moderna è arrivata a realizzare lo scambio di un bene potenziale con altri beni potenziali e alla fine con simboli potenziali: oltre al browser promesso, si potrebbe fare l'esempio del nome (quanto di più astratto può esistere!) come quello depositato da David Bowie. Per questo la new economy non è "nuova", ma rappresenta piuttosto l'at