Personal Coaching

Servizio di Aiuti.com
Pagine di Ennio Martignago
Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,
consulente manageriale individuale e di gruppo.

25 ottobre 2006

Psicosi d'azienda

Non solo le persone, ma anche i gruppi, le organizzazioni e le istituzioni sono diagnosticabili con le categorie della psicopatologia. Come diceva Bateson, ovunque vi sia una differenza di informazioni esiste una mente e d'altronde ogni organismo individuale può essere visto come un sistema inserito a sua volta come parte di in un altro sistema. Non è quindi inappropriato parlare di mente di sistema. Questi strumenti, se in passato sono stati oggetti di abuso, possono risultare ancora utili quantomeno come metafore, nonostante sia fuori moda nell'attuale intelligenza gestionale a una dimensione.

Tuttavia, se anche l'azienda non guarda a sé stessa e valuta lo stato della propria salute basandosi escusivamente sul proprio flusso di cassa, comprendere può diventare vitale per chi deve entrarci, deve valutare la propria continuità o è costretto a sopravviverci.

Nevrosi e dissociazione
La salute, si sa, è un concetto molto relativo e quella mentale è ancor più discutibile.
Tuttavia una distizione fondamentale nella diagnostica psicopatologica è data dalla percezione della realtà. Che taluni comportamenti o stati d'animo possano essere considerati indesiderati da chi li vive o da chi ci convive può essere messo in discussione e anche trascurato. Quando si ha a che fare con la realtà condivisa, la cosa cambia.

La cosiddetta realtà non può essere cosiderata un dato di verità incontrovertibile, ma piuttosto una convenzione condivisa e assunta come implicito transgenerazionale del significato delle distinzioni operate da quanto viene percepito attraverso gli organi di senso. Questa convenzione è indispensabile perché sia possibile una convivenza sociale e, dove questa venga meno, la qualità della vita decade e assume le forme note con termini quali alienazione, dissociazione, follia, pazzia.

Una premessa lunga e comprensibilmente indigesta ai più per descrivere qualcosa che ci pare di riscontrare sempre più di frequente nelle nostre aziende.
Che un'impresa, i gruppi al suo interno, la sua cultura e le sue comunicazioni - in una parola la sua mente - possa essere afflitta da relazioni stressanti o di tipo vagamente nevrotico è tutt'altro che infrequente. Non solo è "normale", ma addirittura può essere una condizione di originalità e di competitività. Questo è vero in particolare quando i conflitti che si agitano al suo interno sono gestiti, mediati, ricomposti in relazioni dinamiche di cambiamento adattivo.
Diverso è il caso in cui questi conflitti si irrigidiscono e, non potendo tradursi in dinamismo, si fissano in blocchi distruttivi o condizioni di stallo.
In questi casi è l'interpretazione della realtà a trovarsi messa in discussione. Che una data situazione venga intesa in modo diverso dalle parti dell'impresa non è strano e che questo generi comportamenti al limite dell'assurdo può essere inauspicabile, ma è comunque trattabile. Proprio come la persona che attribuisca ad un fatto o a un comportamento di chi gli sta accanto un significato non condiviso o di colui che, temendo che certe circostanze ingenerino situazioni temute, metta in atto rituali o azioni irragionevoli e penalizzanti, anche nelle aziende si verificano distorsioni del comportamento o degli schemi cognitivi.

Aziende dissociate
Quello che un tempo avveniva di rado e che invece oggi ci troviamo a riscontrare sempre più spesso, soprattutto nelle grandi imprese, sono delle configurazioni schiettamente psicotiche.
Chi vive all'interno di queste aziende perde completamente l'orientamento, e la vita relazionale è improntata da uno stato di profonda confusione.
Quello che si osserva è un distacco dalla realtà condivisa.
Prendete alcune persone che normalmente e per ruolo siano informate sulla vita aziendale. Parlando con loro di alcune realtà, eventi, aree, finalità oppure obiettivi scoprite che ognuno vi descrive un "film" differente, come se parlassero di due mondi che non si conoscono e non hanno - quasi - niente in comune.
In queste organizzazioni non esiste consapevolezza dell'identità (parafrasando Laing, si potrebbe parlare di un "Io frantumato" più che "diviso") né conoscenza univoca delle sue parti. Si comincia ad assistere a discussioni dove uno dice all'altro: "No, le cose non stanno affatto così e io lo so perché ne faccio parte" e l'altro risponde: "Guarda che ne faccio parte anch'io e lo so bene. Mi domando piuttosto dov'eri tu mentre avveniva tutto questo o si dicevano queste cose".
La situazione peggiora quando la discussione è fra sordi che sembrano intendersi alla perfezione: "Eh, sì. Il dipartimento non è più lo stesso da quando Rossi è stato fatto fuori perché aveva detto male di Bianchi".
"Già, certo, Rossi se n'è andato perché voleva andare in un posto che funzionava e non com'era lì con Bianchi".
Oppure: "Questo team è l'unica realtà vivace dove si può fare di tutto e le attività sono così tante che non sai da dove cominciare".
"D'altro canto finire in quel team è come andare su un binario morto senza argomenti, inventato solo per far fare carriera a Rossi che una volta ottenuta la posizione ha mollato tutti al loro destino".
"E sì, ma purtroppo io ormai devo restare dove sono se no ci andrei molto volentieri".
"Anch'io penso che è meglio un uovo oggi che una gallina domani".

Discorsi apparentemente vuoti, appartenenti al normale assurdo Ioneschiano non fosse che la salute delle persone decade, i dipendenti si schermano, i manager diventano esecutori di compiti circoscritti, tutti incominciano a vivere con il paraocchi per non farsi contaminare dalla dissociazione generale. Qualcuno si appella ad un fantomatico Grande Vecchio, altri sostengono che dietro c'è un disegno ben preciso e che il Consiglio d'Amministrazione sa perfettamente dove si sta andando e conosce il perché di ogni singola realtà. Il più delle volte anche l'Amministratore Delegato rifiuta di far parte di questa realtà, si difende dietro al ruolo di tagliatore di spese / risorse che avrebbe ricevuto dall'azionista di maggioranza, partecipa tangenzialmente all'azienda preferendo vivere nei palazzi altrove.

Management della sopravvivenza
Questi dipendenti allienati si ritirano in realtà impoverite da un quotidiano dissociato, abbarbicati ai rituali operativi che assicurano una qualche sicurezza. In altri casi sostengono di essere - loro - depressi o fobici perché non ce la fanno più a tornare in ufficio. Quello che è paradossale è che queste forme di reazione sono invece veri e propri sintomi di salute e di igiene mentale perché, in ogni caso, difendersi da ambienti e condizioni patogene è intelligente, sano e sacrosanto.

Ci sarebbe infine da domandarsi se in tali aziende ci siano gli estremi per sollevare accuse di mobbing: se l'azienda non è in grado di intendere e di volere non può rispondere delle proprie azioni.
La volontà e le intenzioni ci sono, stiamone sicuri. Solo forse sono spostate talmente in alto, in moventi che nulla hanno più a che fare con le aziende e meno che mai con le politiche industriali. Curare le aziende vuol dire disvelare le trame relazionali del sistema. E, se neppure a quel punto si decide di porre riparo a questa psicosi, non rimane che il Trattamento Sanitario Obbligatorio, la contenzione obbligata, l'elettrochoc, una drammatica quanto esiziale crisi.

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23 ottobre 2006

La fine dei sistemi socio-tecnici

La Costituzione
Che il nostro paese sia "una Repubblica democratica fondata sul lavoro" è qualcosa che può essere seriamente messo in discussione. Non sarebbero pochi oggi a correggere l'articolo con un "fondata sugli interessi". Il lavoro è infatti una categoria in via d'estinzione. Un po' perché lo fanno sempre meno gli italiani, ma soprattutto perché, quando fu espressa questa curiosa, ma fondamentale formula, per "lavoro" si intendeva qualcosa di eticamente, moralmente, politicamente e umanamente diverso dal significato attribuitogli oggi.
Il lavoro è innanzitutto un'attività che catalizza le relazioni interpersonali attorno alla realizzazione di un obiettivo che coincide spesso con un piccolo o grande contributo alla civiltà del paese.

Un glossario
Questo vuol dire che il lavoro è prima di tutto espressione della creatività e dell'attività umana, e contributo all'evoluzione della propria cultura.
Il profitto è un prodotto delle realizzazioni umane (sempre meno quelle strutturali e sempre più quelle sovrastrutturali ovvero parassitarie) da un punto di vista dell'arricchimento sociale e della cultura di appartenenza.
L'impresa è la coniugazione della una creazione di ricchezza socio-culturale con la realizzazione di ricchezza economica, tanto per l'impresa stessa e i suoi membri (e quindi l'imprenditore stesso e chi ne condivide gli investimenti) che per il Dipartimento geografico e il Paese intero.
La speculazione è la realizzazione di profitto senza il ricorso ad imprese aventi le caratteristiche suddette (il termine "impresa" oggi è sempre più abusivo, abusato com'è da società fantasma che non generano prodotto, servizio o ricchezza, ma al massimo la stornano arricchendo così la proprietà e i suoi stakeholder). (Osservazioni analoghe vennero espresse fin dagli anni '80 da Alain Touraine e conseguentemente da Luciano Gallino).

Dalle Human Relations…
Corsi e ricorsi storici! Fu Keynes a sottolineare come la ricchezza fosse il frutto di un'economia generale della Nazione, invece dei risultati del singolo bilancio. Negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali (fra la fine dei '20 e l'inizio dei '30) alla Western Electric di Hawthorne i ricercatori attorno a Elton Mayo misero per la prima volta l'accento sui contributi alla produttività forniti dal clima e dal comportamento dei dipendenti da questo condizionati. Da questi lavori nacque la scuola delle "Relazioni Umane" che evidenziava come nel lavoro fosse centrale il bisogno di appartenenza al gruppo, la qualità dei rapporti interpersonali fra dipendenti e la presenza di un significato a cui fornire un contributo riconosciuto per una "causa" comune.
Nel secondo dopo-guerra la teoria sistemica influenzò la trasformazione di queste ispirazioni originarie in un modello definito socio-tecnico (Emery, Trist) che illustrava come la salute dell'impresa dipendesse dall'efficacia del continuo scambio retroattivo (feedback) fra la componente strutturale (tecnica) e quella interattiva (sociale). La visione sistemica accentuava l'idea che l'impresa fosse soprattutto un ambiente a sua volta inserito in uno più grande e contente dei sotto-ambienti che scambiavano processi e transazioni tramite i quali si realizza una cultura specifica. La fortuna di queste idee ha superato il modello stesso, incarnandosi alla fine nelle evoluzioni degli anni '80, primo fra tutti il "Total Quality Management".

…alla globalizzazione
Perché di sistemi socio-tecnici non si sente più parlare? Perché il lavoro è stato parcellizzato e disperso e le imprese sono state portate altrove. Ci stanno insegnando che dobbiamo ragionare in termini di mercato e in termini di geografie allargate, mentre la geografia della speculazione funziona per concentrazioni e non certo per distribuzioni. Fuori dell'impresa la morte della politica industriale è dettata dalle manipolazioni dei mercati borsistici. Dentro le imprese il loro sfacelo è causato dall'esternalizzazione selvaggia prima dell'operatività e ultimamente del pensiero e dalla sostituzione dei criteri euristici (innovativi) di organizzazione e gestione con strumenti di standardizzazione e automazione uniformanti (a causa dell'omologazione in basso le imprese hanno sempre meno quel contributo all'innovazione che - unico - ne garantirebbe la competitività) e costosissimi proprio in termini industriali e organizzativi.

La fine dei sistemi socio-tecnici
La morte del sistema socio-tecnico comporta una scomparsa del lavoro come relazione e condizione di crescita culturale. Questa non può essere sostituita né con il profitto, né con la sua diretta emanazione che non è più il capitale, ma piuttosto il consumo delle eccedenze sempre maggiori e l'acquisizione di poteri sempre meno collegati con i loro effetti. A che serve essere "potenti" in un luogo privo di cultura relazionale, in un paese in cui l'arricchimento civile si è fermato o è regredito?
Se infine un luogo di crescita socio-tecnica ci fosse nel nostro paese, questo non è dato né dalle piccole imprese, troppo spesso realtà "mordi e fuggi" improntate sulla speculazione del quotidiano, né dalle grandi imprese, vuoti gangli della movimentazione borsistica di denaro soprattutto fra clan di capitale praticamente protetti dall'anonimato internazionale. Una possibilità viene data proprio dalle risorse della media impresa, dove sopravvive ancora una residua cultura imprenditoriale.

C'è un limite di applicazione alle sociologie, psicologie e metodi gestionali e questo è la volontà e l'etica delle persone e dei paesi.

Vedi anche:
Dal baratto alla post-economia
Missing Culture

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