Personal Coaching

Servizio di Aiuti.com
Pagine di Ennio Martignago
Appunti di esperienze e riflessioni di uno psicologo,
consulente manageriale individuale e di gruppo.

17 agosto 2007

Fine della Maratona

Gli iscritti alla mailing list che aprissero adesso il programma di posta elettronica potrebbero essere quanto meno perplessi a trovarsi davanti una lunga lista di messaggi da Personal Coaching e verosimilmente non avranno voglia di affrontarli tutti. Essendo che i blog funzionano al contrario e, come loro, i messaggi della mailing list è possibile che non arrivino al primo messaggio che annunciava questa iniziativa al confine fra il narcisistico e il protezionistico di recuperare e con l'occasione riproporre articoli del sottoscritto usciti per riviste on line che hanno poi chiuso o cambiato linea editoriale. Così scrivo questa nota finale destinata ad essere letta per prima.
La buona notizia e che, proprio come le retrospettive televisive estive a cui mi sono ispirato, anche questa
maratona si chiude dopo l'arco della notte in cui si è svolta. Chi volesse leggere la rassegna completa può vederla nella videata del mese.
Abbiamo dato un'occhiata al passato degli ultimi 7 anni (altri materiali retrospettivi sono disponibili qui). All'alba della riapertura degli uffici torneremo ad occuparci delle inquietudini e magari di qualche opportunità di questa confusa fine di decennio.

Tecnologie della liberazione?

"L'uso che ognuno di noi individualmente fa delle proprie risorse e non le regole o i tipi di risorsa determinano la qualità della vita. Se le tecnologie aumentano le alternative offrono, al pari, più possibilità di schiavitù e più possibilità di liberazione.
La persona del "futuro" è un navigatore fessibile, leggero, nomade, ermafrodita, immemore, meditativo, visionario, non-possidente, dalle proprietà transitorie."
Questo è un brano tratto da un articolo preparato nell'estate del 2003 per una rivista che avrebbe dovuto chiamarsi Splitbrain ma che invece si arenò poco dopo avermi chiesto questo contributo.
Il resto dell'articolo si può leggere qua.

Articoli di Luther

Alla fine del 2004 comparivo in NetManager con lo pseudonimo per definizione dell'anonimato libero dal copyright di Luther Blisset, icona del neo-situazionismo digitale e avevo proposto due temi relativi alle strategie di sopravvivenza nei confronti del nuovo opportunismo aziendale e dello sfruttamento dei knowledge workers. Li ripropongo come link alle stampe delle pagine originali.

Agenti segreti, le meraviglie occulte del Knowledge - Quando la conoscenza da valore aggiunto del singolo si trasforma indatabase aziendale per seguire la formula del "tutti in rete, tutti
condivisi e nessuno indispensabile". Viaggio nell'involuzione delle risorse sempre meno umane

Il nuovo arrivato. Strategie per sopravvivere al turn over - Dalla semina dei curriculum alla raccolta di un contratto di formazione lavoro-presa in giro. Come difendere le competenze acquisite secondo la teoria dei "vasi comunicanti" e il metodo managerial hacking


Datemi un martello!

Modelli per l’innovazione e il business nell’informatica post-neweconomica

Tutto è database: il database è il tutto

«Il responsabile della comunicazione può pensare fin che vuole che si tratta di un’attività redazionale, ma ciò non toglie che questa storia della Intranet è e rimane una questione di database». Correva il 1998 e la new economy era lì da venire. Quando sarebbe arrivata, tutto avrebbe dato ragione a quell’uomo dell’IT della grande impresa da poco divenuto responsabile dei sistemi Web based.

Già allora i padroni del vapore erano i grandi database e i supporti gestionali (per fare alcuni nomi, Oracle e SAP, innanzitutto); poi si sarebbe verificata la moltiplicazione delle piattaforme, da Broadvision a Vignette, da Documentum a Saba.

Effettivamente l’informatica era tutta una questione di database: l’IT manager aveva proprio ragione.

Eppure a me tutto questo, non solo non mi convinceva, ma addirittura mi irritava. Com’era possibile che tutte le idee che avevamo avuto per innovare le relazioni in azienda, per supportare il cambiamento degli scenari, per stimolare la creatività, per confrontare il "reale" su più chiavi di lettura… com’era possibile che questo dovesse essere banalizzato in un archivio di dati?

Noi avevamo la varietà e la varietà porta alla proliferazione dei fatti e degli oggetti. Nella varietà si è felici come lo erano i politeisti greco-pagani prima che il monoteismo ebraico e poi il cattolicesimo dogmatico facessero calare la plumbea cappa della Legge nel mondo degli esseri viventi. L’informatico medio è dogmatico e monoteista: tutto si riduce a Uno. E l’uno, nella fattispecie, il più delle volte si chiama database.

D’altronde, "per quello che non possiede altro strumento che il martello, tutti i lavori devono necessariamente essere considerati chiodi".

Occidente: calma piatta

L’economia da quando non è stata più "nuova" è immediatamente andata a male, lasciando nel deserto del dopo-bomba rottami di macchinari a cui neppure i demolitori sono più interessati.

Validi ufficiali dello spazio, astronauti da Star Trek, vagano storditi, le divise stracciate a cercare occupazioni di ripiego.

A ben guardare quelle carlinghe si vedono gli stessi nomi che ieri brillavano: i cari database. Solo i giganti tengono duro, non senza difficoltà.

Era già accaduto all’inizio degli anni ‘90: fino allora le aziende facevano carte false per procurarsi un laureato in ingegneria elettronica. Dal ‘91-’92 in poi nessuno ne voleva più e già si cominciava a cercare di liberarsene. In questo inizio di duemila, però, si sta assistendo alla Caporetto delle società di IT. Highlander direbbe che di tanti alla fine ne sopravvivrà solo uno, ma il taglio della testa non è piacevole per nessuno. Che cosa è successo? Non c’è più interesse per l’innovazione?

Innovazione? Ma se è tutto è solo questione di database, il nuovo dove sta?

Il problema vero è l’appiattimento dell’intelligenza. Gli informatici del database hanno insegnato ai responsabili aziendali a ridurre tutto ad uno, omologando in questo modo la varietà dell’industria, dei servizi, dell’economia e, alla fine, della civiltà.

Le aziende non sono diventate "snelle" (lean) come si propagandava: sono diventate "piatte", sia come organigramma che come elettroencefalogramma.

Una volta, negli anni ‘60, si diceva che "la Cina è vicina", per paventare i rischi che avrebbero potuto arrivare dall’Estremo Oriente e anche oggi si dice che sia colpa della Cina, dell’Oriente, dell’Est Europeo… Certo, gli speculatori degli anni ’80 e ‘90 oggi dovrebbero essere gettati con disonore a mangiare la polvere a calci nelle loro regali natiche per i danni che hanno prodotto nell’Occidente industriale. Tuttavia il problema reale non è la concorrenza orientale: è l’esaurimento delle risorse Occidentali. Nonostante il fenomeno-Internet abbia fatto gridare alla rivoluzione, nelle imprese e nelle istituzioni non si è visto più nulla di nuovo per tutti gli anni ‘90. Piano piano ci siamo appiattiti proprio come un database.

Apoteosi tecno-burocratica

Il database è la fissità della storia riassunta su delle chiavi di lettura pregiudiziali e per questo fisse perché pre-fissate.

Il nuovo, al contrario, si genera dal caso, dall’improbabile, dall’ibrido… Quando definisco le categorie, i contenitori, i "campi" in cui dovranno venire incasellati i discorsi a venire impedisco la genesi di frasi nuove, di racconti originali, di espressioni del genio soggettivo.

Quando costringo gli eventi possibili nelle mie caselle mi escludo la possibilità di vedere il diverso. E quand’anche lo vedessi finirei per snaturarlo, modificandone il senso in maniera da poterlo inserire nei miei "campi" concettuali predefiniti.

Stiamo andando incontro ad un mondo ovvio, scontato, sterile, noioso, sterile, in cui tutto ha già una sua casella e delle regole omologanti. Da quanto tempo non c’è più un modo nuovo per suonare, per scrivere, per disegnare e se c’è nessuno lo nota? Dagli anni ‘70, probabilmente, prima che nascesse l’informatica degli archivi. Da questo punto di vista è illuminante il nome che i francesi danno all’office automation: bureaucratique. Si tratta dell’informatica del bureau, dell’ufficio, così come la burocrazia era il governo del bureau. Quando era nata la burocrazia, ai tempi di Fayol e di Weber, si trattava di una razionalizzazione positiva. Con il passar del tempo, invece, la razionalità è divenuta norma, dogma e poi rigidità, inefficienza, fino a far assumere al termine "burocratico" la ben nota connotazione di impotenza paludosa e irrazionale. Il problema è che la degenerazione burocratica non si è limitata alle istituzioni: ben presto l’intera civiltà ne è divenuta preda e ancora oggi continua ad esserlo, come insegnano le difficoltà ad ottenere tutte le autorizzazioni e a produrre tutto il materiale cartaceo necessario ad avviare nuove attività.

Miopia da ovvietà

La bureaucratique dei database ha prodotto un fenomeno analogo mascherato da innovazione razionale. L’azienda dei database è un elettroencefalogramma tendente al piatto. Fanno quasi pena certi ministrardi o confindustriati che cantano mesti il ritornello dell’innovazione dopo avere appiattito le istituzioni e le loro aziende con l’epistemologia del database: che vadano a predicare in Oriente e vediamo con chi riescono a rendersi credibili. Innovare è cercare, inventare, cambiare, sperimentare, provare, mischiare: fare e buttare via il vecchio, quello che non serve più.

Da noi invece cosa si fa: si archivia! Ovverosia, si conserva, si mette da parte, si lascia intendere di possedere molte cose e si spendono un mucchio di quattrini, non per lasciare libere le persone di provare, di fare, di immaginare, ma per mettersi ad archiviare.

Il database è l’apoteosi del conservatorismo, l’esasperazione del vecchio, l’elettrificazione delle ragnatele negli archivi digitali.

La scuola dei database sarà l’educazione alla piattezza; la sanità dei database è la schedatura dei viventi trattati come cadaveri; il mondo dei database sarà facile preda dei nuovi barbari, perché quando arriveranno, proprio come accadde ai Romani, non saremo in grado di riconoscerli, perché non faranno parte delle categorie precostituite dei nostri database mentali.

La nostra cultura è così vulnerabile ai virus perché le nostre cellule non riescono a riconoscerli, anche loro influenzate dal nostro modo burocratico di affrontare la vita.

L’hacking e la via del guerriero

Non tutta l’informatica è burocratica. Ma per il momento la sola alternativa che riesco a individuare è costituita dagli hacker. Anche gli hacker, però, si stanno stancando, sfiduciati. Lontano dalle ideologie e dalle battaglie, chi è hacker? Per me e per molti altri è colui che guarda alle nuove tecnologie in maniera esplorativa, fa dell’informatica nomade, dell’elettronica di strada con creatività e genialità. La genialità hacker il più delle volte non è insita tanto nella competenza tecnologica o nell’intelligenza analitica, quanto nell’imprevedibilità con cui si avvicinano agli oggetti e alle situazioni in maniera non convenzionale, realizzando obiettivi che magari neppure si erano preposti con strumenti che nessuno avrebbe pensato di utilizzare per quello scopo. Non solo i bluebox, ma anche i tubi delle patatine per amplificare antenne improvvisate o le tecniche di svelamento istituzionale, poi pomposamente ridefinite social engineering, sono altrettanti casi di hacking.

L’hacker è colui il quale applica alle tecnologie ibridi estranei ai tecnologi e per questo è pressoché impossibile che uno così possa perdere il proprio tempo ingabbiato nell’informatica dei database.

Voi, sedotti e abbandonati neweconomici che vedete irrimediabilmente affondare l’ultima post-startup a cui vi eravate aggrappati per non affondare, passando da una scialuppa a un’altra, dapprima in pochi e adesso come una moltitudine… voi proto-topmanager dell’innovazione modaiola, voi come pensate di salvarvi. Cercate in qualche articolo l’idea giusta che non arriva, scandagliate Internet in cerca di follie remunerative gratuite, comprate qualche prodotto che fa il buco alle ciambelle in un altro modo e vi stupite di non spopolare… Potrebbe essere giunto il momento di riconsiderare le vostre strategie per imparare dagli hacker. A fare cosa? A ibridare, a inventare partendo dagli oggetti e dalle cose ordinarie, da quello che fa la gente comune, da come si comportano le persone e da quello di cui hanno bisogno veramente, da come le coppie si baciano, da come giocano i bambini, da come osservano i vecchi, dalle vacanze che fanno veramente felici, dai comici che sanno divertire, dalle macchine di tortura e da quelle inutili, dalla caffettiera del masochista e dalla cyberbici…

Imparate dalla varietà, la categoria più amata dai primi cibernetici come Ashby o Wiener, mentre gli ingegneri della norma, da von Neumann in avanti, insegnavano la regola, fondando così l’informatica dei sistemi per come la conosciamo. Oggi quei sistemi ce li hanno tutte le aziende medie e grandi, ma sono diventati delle commodity e la qualità della vita umana non ha avuto grandi miglioramenti grazie ai loro database. Sì, è vero, possiamo trovare di tutto salvo ciò che ci interessa, mentre possiamo essere trovati da tutti, meno che da quelli da cui lo desidereremmo; abbiamo il digitale terrestre scontato e i nostri figli possono cambiare computer a poco se hanno sedici anni, se no se lo possono far vendere dall’insegnante che ha gli sconti, ma di film belli se ne fanno sempre meno, i giovani faticano a trovare un lavoro che sia anche onorevolmente pagato e gli insegnanti annoiano e si annoiano esattamente come prima.

Tripartizione dell’epistemologia informatica

Allora, caro neweconomico, ti tocca faticare: non tanto alla ricerca di partnership, di integrazioni… non tanto con l’acquisto del nuovo pacchetto o con l’esclusiva della distribuzione dell’altro grande nome, ma facendoti venire delle idee, andando a cercare, non altri informatici come te, ma piuttosto insegnanti, giornalisti, tipografi, fotografi, sarte, salumieri, muratori… per cogliere i loro bisogni e progettare insieme a loro nuove soluzioni e nuovi oggetti: non andandogli a dire "cosa vorresti fare con l’informatica", ma solo "cosa vorresti fare" e se ti viene in mente una soluzione per farlo che usi l’informatica, e che non sia un database, quella la metti tu.

Per concludere si potrebbe dire che ci sono tre tipi di informatica, ognuna delle quali ha scritto un futuro diverso:

  • L’informatica dogmatica, o la bureaucratique, che ha un grande futuro… alle spalle, legata com’è alla norma, all’attività descrittiva alla categorizzazione bidimensionale, all’amministrazione riproduttiva e alla riduzione del molteplice a uno (o comunque a un minimo comune divisore di categorie pregne e quindi banali). È l’informatica dei grandi sistemi, degli host, dei grandi calcolatori a cui le persone hanno delegato le loro funzioni mentali per diventare loro schiavi, tristi inseritori di dati incapaci di intendere e di volere.
  • L’informatica ermeneutica, ovvero quella che mette in grado ognuno di noi che non apparteniamo ai grandi sistemi e non siano neppure ingegneri (avete notato quanto poco informatici e ancor più ingegneri elettronici usino i programmi della gente comune o dei professionisti e quanto snobbino gli applicativi che non siano di sviluppo o manutenzione informatica?) di gestire i nostri dati e di inventare quanto più ci piace, traducendo in atti umani (e quindi analogici) quello che normalmente è prerogativa esclusiva degli informatici. Si tratta delle tecnologie Engelbarthiane, i monitor e il mouse, prima, le finestre, gli scanner, il WYSIWYG, poi, del lavoro di Apple poi ripreso dalla Microsoft. Il futuro è ancora nascosto nel passato: occorre tornare a Engelbarth e capire di cosa parlava negli anni ‘60, quando sosteneva che l’elettronica poteva offrire un "empowerment" all’essere umano. Finora, più che un potenziamento, ha fornito delle protesi, eleganti e anche geniali, ma ben poco (scarse e straordinarie le eccezioni) che non sia sostitutivo di qualcosa che veniva fatto già in altro modo.
  • L’informatica euristica, ovvero sia quella dei Fitzcarraldo, dei Tucker, degli scopritori, gli esploratori che sanno - forse - da dove sono partiti, ma non sanno dove arriveranno; che rischiano, ma puntano a grandi tesori nascosti, terre nuove da battezzare, invenzioni impossibili, soluzioni eleganti… Diversamente dall’ermeneutica che "spiega, interpreta, divulga", l’euristica "scopre, prova, esplora", percorre strade mai calcate, è stanca del passato e non conserva memoria o database, non esalta i feticci dei vecchi traguardi, perché tutte le sue energie sono investite nel futuro e per farlo cerca compagnie poco raccomandabili, esperti che i tecnologi avrebbero in orrore. A Piero Angela preferisce lo sciamano così come gli dei preferisce sceglierseli che farseli imporre. Non ha una Torah a cui obbedire e nemmeno una Quabbalah da interpretare, ma un Olimpo da far cantare, dove degli dei più lubrichi che legiferanti non disdegnano gli accoppiamenti con umani, fauni, animali e tutto quello che capiti a tiro dei loro genitali. Un’informatica "genitale", infatti, perché se la dogmatica può essere definita un’istanza superegoica, l’ermeneutica un’istanza dell’io, quella euristica è l’istanza dell’es, delle pulsioni libere, creative, tese alla soddisfazione, alla fertilizzazione e per questo all’innovazione, al cambiamento.

Sintesi

Che te ne puoi fare di tutto questo, di tutta questa filosofia ("fare della filosofia" è l’offesa peggiore che un tecnologo del database, un database manager o un imprenditore da archivio possono rivolgere a chiunque, specie se professionista), tu che sei uno concreto, realizzativo, con la testa sulle spalle, ma alla fine, con tutto quel tuo agitarti riesci a non lavorare, ovverosia a non produrre niente di nuovo, nessun vantaggio per chi sta con te e per la società. Che se ne può fare un pigro, conservatore, privo d’idee, ma pieno di sé come te?…

Niente, lo so. So anche che ti puoi fare forte della maggioranza in questa grande Matrix tecno-burocratica che è diventato il modello occidentale del dopoguerra (ma sarebbe meglio dire del "dopo-muro).

Prendi pure il tuo martello: questa è una margherita: picchia! questo è un flauto: picchia! questo è un gelato: picchia!

Almeno, consentimelo, non ti sembra che non facciano più i chiodi di una volta?

Da Apogeonline 28-7-2005

Missing Culture

La scomparsa della riflessione organizzativa e della comprensione delle culture d'impresa impoverisce le aziende

Privatizzare!

Presto scopriremo che anche il Regno dei Cieli, dopo il Governo, la Sanità, i Beni Culturali, la Scuola, la Famiglia, la roba da lavare e quella del frigorifero, sarà fatto funzionare come un'azienda di mercato. Va posta l'enfasi su quel "di mercato", perché troppo spesso i politici hanno generalizzato in merito.

Un tempo si dibatteva se fosse più o meno giusto il governo dei tecnici, gli specialisti di settore, o se invece dovessero rimanere i politici - in fondo per la loro specializzazione in "decisioni" - a fare scelte in merito alla salute, alla scuola e così via. Poi è cominciato il battibecco se fosse o meno giusto gestire lo stato come un'azienda. E qui ci si è resi conto di quanto fosse approssimativo l'approccio dei fautori come dei detrattori, implicitamente convinti che le aziende fossero tutte uguali.

Fra le Ferrovie, Telecom, FIAT, Mediaset, Carrefour, Valeo, Google Italia e la Ditta Stampi Cerutti, l'idea di come si gestisce la società è nella pratica tanto diversa quanto il rito religioso fra buddisti, ebrei e indios animisti.
L'impreparazione e la mistificazione politica è però solo metà del guaio che ci affligge. Vedere i primari ospedalieri o i presidi scolastici scimmiottare i manager pensando che questi non imbroglino i budget di fronte a dei gruppi professionali abituati a consumati compromessi istituzionali per il quieto vivere, fa preoccupare quanti possono immaginare che questo si traduca in un raddoppio dei costi per attività e in un proporzionale decadimento della qualità del servizio.

Eppure la mistificazione che le istituzioni debbano funzionare come un'azienda con l'implicito che le aziende funzionino tutte nello stesso modo sta avendo un contraccolpo proprio nel mondo imprenditoriale, soprattutto nelle grandi imprese, già impressionate dalla concorrenza della liberalizzazione dei mercati e della cosiddetta globalizzazione. All'invasione del modello cinese e alla prossima irruzione delle imprese dell'est (tutti "monstrum" generati dalla speculazione e dall'ingordigia occidentale) la risposta non dovrebbe essere di mercato in senso stretto, ma soprattutto macroeconomica, politica e prima ancora etica e culturale, e quindi non frammentata nelle soluzioni delle tante imprese, ma coordinata da un'Europa che invece con l'allargamento e da quando c'è l'Euro sembra avere subito una crisi di autorevolezza e di identità.

Il nodo di tutto questo sta nella parola magica "Cultura", con la quale non s'intendono tanto le "cose" da privatizzare di cui chiacchierano Sgarbi o Urbani, ma piuttosto la dimensione antropologica più profonda e universale del nostro essere umani. Cultura sono i valori condivisi da un gruppo sociale e dall'insieme superiore che li accomuna, a partire da come si sta insieme e si trasmettono i significati impliciti, quelli spesso non discutibili, alle generazioni future.

L'estinzione della cultura

Rudolph Steiner è stato il ricercatore spirituale che tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 ha battezzato Antroposofia la "scienza e filosofia dello spirito" che, si potrebbe dire per la prima volta, si è tradotta in teorie e tecniche applicate a molteplici branche del sapere, dalla medicina alla pedagogia, dall'architettura, all'agricoltura, dall'arte alla storia e all'economia. A proposito di quest'ultima, persino un articolo sull'ortodosso Sole 24 Ore metteva in evidenza come, delle tante teorie macroeconomiche, proprio quella antroposofica sia l'unica ad avere retto alla prova del tempo.

Ebbene, proprio Steiner nel primo decennio del '900, in periodo quindi non sospetto, preconizzava sulla base di analisi decisamente poco ortodosse, che gli anni a venire sarebbero stati dominati dal modello spirituale statunitense e che questo avrebbe apportato rivolgimenti nella tecnologia e nel benessere, ma che questo sarebbe avvenuto a scapito del patrimonio culturale (nel senso spirituale e antropologico che dicevamo) dell'umanità. Un genere così indebolito nel profondo della struttura costitutiva sarebbe inevitabilmente divenuto preda di morbi nuovi e poco comprensibili: la mancanza d'identificazione culturale e quindi di chiarezza sui valori sarebbe arrivata a confondere le idee al corrispettivo fisiologico, ovverosia al sistema immunitario.

Prima, però, di allargare troppo il campo del nostro obiettivo, ritorniamo in azienda dove ci si potrebbe domandare "che ci si può fare se tutto il mondo (quello occidentale) sta abbandonando i valori culturali? come si potrebbe mai evitare che non ne vengano coinvolte anche le imprese?".
Si stanno dando troppe cose per scontate, mentre ci si rassegna come dei lemmings in processione verso la scarpata: anche se qualcuno pensa di arricchirsi sfruttando la situazione, non si rende conto che il destino della specie presto o tardi coinvolgerà anche speculatori e opportunisti. Allora, non vale la pena rendersi conto che questa situazione apparentemente ineluttabile non ha più di dieci anni ed è quindi reversibile solo a volerlo tutti?

Un letto di procuste per le grandi imprese

Una quindicina di anni fa si è pensato che si sarebbe dovuto far fronte al debito pubblico vendendo tutte le imprese statali che non si avevano attributi sufficienti per far rendere come si sarebbe potuto e la confindustria ha salutato la cosa come una liberazione, salvo più tardi essere scontenta perché il mercato è rimasto in mano al pubblico (salvo quelle nicchie dove erano possibili speculazioni pagate dal contribuente e dal debito pubblico). Chissà come mai non abbiamo assistito ad una corsa alla concorrenza e alla competizione, ad esempio dell'azienda elettrica o dei trasporti pubblici, da parte degli industriali ultra-liberisti, mentre continuiamo ad assistere al loro pianto greco sui costi di settori che ormai sono liberi e disponibili alla concorrenza?

Non assisteremo mai a un mea culpa degli attori di un tempo che per recuperare soldi o per speculare hanno svenduto i gioielli di famiglia dello Stato. Anzi il fenomeno si va allargando oltre i confini del pubblico.

È ora, infatti, volta delle grandi imprese private di seguire la logica del ridimensionamento, uno svuotamento cominciato proprio dal management intermedio che ha poi seguitato facendo scomparire o quasi tutte le funzioni di servizio e di collegamento. Eppure, se la cultura del gruppo ha una sede è proprio nel sistema connettivo costituito dalle persone, dai livelli di collegamento intermedi e dalle funzioni politiche e di servizio. Una volta esportate queste aree le grandi imprese (e molte medie con esse) si troveranno a fare i conti con una cultura esterna al gruppo. Il rapporto fra indigeno dominante e dominato si invertirebbe e il servo annichilirebbe un padrone indebolito e allucinato come nel bel film di Losey, Il Servo.

In Italia, pur di non affrontare le fatiche e i conflitti di regalie di imprese soffocate da protettorati politici, padronali, sindacali, da selve di microlobbies, parentele e amicizie, per ottimizzare aziende che avevano il problema di elefantiasi ingolfate da quadri dirigenti - con i loro peones affiliati - incapaci, esperti solo in mafie e poltrone, si è preferito tagliare la testa al toro e buttare via il bambino con l'acqua sporca.

In questo modo, purtroppo, non si potrà più ricostruire niente. Dopo che si è abbattuta la cultura di un gruppo o di un'impresa si resta orfani a lungo. I tempi per rifondarla sono il più delle volte troppo lunghi e ricominciare da zero per un'impresa consolidata è altrettanto impossibile che per un miliardario rassegnarsi a ricominciare dalla gavetta (ammesso che lui l'abbia mai fatta.

Eppure nelle rappresentazioni di molti top management c'è quest'idea mutuata da prezzolati guru che le imprese di domani saranno solo più il loro top management e che tutto il resto verrà dato all'esterno. Con non-imprese di questo tipo scomparirà presto la cultura imprenditoriale e con essa il backbone del sistema economico del paese.

Quale sarà il disegno che assumeranno le grandi imprese implicito nel loro attuale processo di disarticolazione? Un po' come in certi film di fantascienza, ci sarà un cervello immerso in un liquido fisiologico che emanerà i comandi a fornitori di prestazioni, impresari che risicano sui margini dei dipendenti, facendo cartello e speculando sui fisiologici limiti del controllo del cervello.

Da Apogeonline 28-12-2004

Un dio a una dimensione

L'uomo-idolo dei nostri tempi, il più mitizzato, amato e odiato del Pianeta, Bill Gates, canzona la saggezza, mettendo a nudo il suo essere vulnerabilmente umano






Mi è comparso in sordina, durante uno svogliato zapping serotino, ma tutto subito non ci stava male fra le scatole di vacua prosopopea bonolisiana e le piroette di country-karate di un ranger confederato.

Come un'apparizione si era materializzato sulla window del mio schermo televisivo dal suo Redmond dei cieli, così, come se niente fosse. Nella tradizione della migliore teofania, il divino ti appare come, dove e quando meno te l'aspetti e questo minus quam era una cadrega da ufficio, esposto, senza apparenti difese, a sostenere il ginocchio accavallato a mo' di esaminando al cospetto di un Fazio furbescamente servile. Gli occhi sottili e freddamente chiari mal celavano il sospetto che ogni domanda rivoltagli suscitava, mentre le labbra strette sembravano tenere a freno quello che gli veniva da dire per ricondurlo sempre alla brochure dell'uomo-corporate, al santino dell'unto da Jhwh, il miracolo fatto carne, il messia del nuovo mondo che l'intervistatore non faceva nulla per minimizzare, coprendolo delle ovvietà che qualsiasi uomo della strada avrebbe espresso.

A cominciare dal Codice Hammer - un affare da esposizioni - per passare al tempo libero trascorso in quel "far l'amore con la persona che si ama di più" che, diversamente - ma non troppo - da Woody Allen, nel suo caso declina in "lavoro".

E, a parte il lavoro, a cosa dedica il suo tempo? Come le aspiranti "miss qualcheluogo" sono solite dire "la pace nel mondo", lui, meno politicizzato, declina in ''la lotta alle malattie".

Quale lavoro immagina per i suoi figli? Minimizzando, perché i figli di un messia sono quasi uno scherzo retorico, un ossimoro, spiega che possono fare quello che vogliono - tanto non ne avranno mica bisogno - anche la filosofia o le arti, se ritengono.

Come un ben più noto collega di miracoli, anche in lui la carne o il sesso non sembra possano aver avuto parte nel concepimento.

La genesi delle sue fortune? Aver avuto buoni genitori che hanno creduto in lui: che bravo figliolo a stelle e strisce!

Il resto è lavoro e amore per il lavoro vissuto sul campo di battaglia, come Bonaparte, a compilare codice fra i soldati semplici. E noi non possiamo non credere! Ciecamente. Passionalmente.

Poche sorprese e, alla fine, nessuna scoperta. Tutto sommato un dio banale, ma pur sempre un dio: non deve stupire la sua imperscrutabilità. Personalmente me lo immaginavo più basso, anche se l'affiancamento a Fazio certo aiuta.

Nessun messaggio inatteso. L'alfa e l'omega del creato si condensa in due parole: Tecnologia & Medicina. Nessuno spazio per Anima o Spirito da questo dio pragmatico in sentore di crepuscolo.

L'unico guizzo arriva quando l'anchor-man insiste su una domanda tesa a fargli dire se per lui le scienze umanistiche e in particolare la filosofia hanno un valore. Dopo avere ripetuto che tutto può avere valore dopo la tecnologia e la medicina si stizzisce quando Fazio suppone che, a parte la cura medica che arriva a posteriori, forse l'esercizio del pensiero e della saggezza che dovrebbero provenire dalla migliore filosofia potrebbe prevenire i mali e avere un'utilità pari se non maggiore dell'intervento tecnico del medico.

È qui che lo sguardo freddo del dio minore ha brillato per la prima volta di un istinto personale (per quanto possa esservi di personale in un dio), di una forma quasi astratta di passione, come un uragano racchiuso nella diga di una nuvola si lascia immaginare per qualche breve e lontano lampo che la circonfonda. C'era dell'ironia sprezzante nei suoi occhi quando dopo qualche secondo di silenzio di quelli pesanti ha risposto tuonando dimesso un "Ah sì? E come?" di sfida al suo temerario - forse - ma dinanzi a lui impotente - certo - interlocutore, immediatamente costretto a tacere pieno di vergogna.

Eppure Fazio c'è riuscito: ha prodotto un piccolo squarcio nella brochure e ha mostrato uno scampolo dell'anima del nostro dio, sufficiente a lasciare immaginare le scarse dimensioni del restante.

Quante implicazioni in quel dileggio verso il pensiero e la saggezza!

Quanto fintamente ingenua la falsità. Certo, difficilmente un dio statunitense avrebbe potuto leggere Nemesi Medica di Illich o La Nascita della Clinica di Foucault, ma anche se così fosse stato avrebbe considerato quei libri fuorvianti. La terapia, come la tecnologia, sono indispensabili di per sé. Con lo sguardo rivolto al futuro di chi ne può scrivere, perché da dio, per quanto minore, gli è permesso di scrutarlo, aborre chi cerca nel passato le spiegazioni. La dimensione stessa della cura, quella amorevole che la pia infermiera rivolge al malato proprio come quella della madre verso il figlio non può che essere estranea alla sua logica centrata sull'intervento, sull'applicazione e sulla procedura, qualunque sia il tipo di tecnica che la esercita, informatica o medica.

E quanto falso è l'ecumenismo di questo animo benefattore, intento a lasciarsi credere di potere/volere migliorare la salute del mondo intero dimenticandosi che, proprio come l'informatica delle grandi compagnie, anche la medicina guarisce solo chi paga, specie negli Stati che fanno dell'abolizione di quel sostegno sociale costituito dalle tasse la propria bandiera per una svolta epocale.

Quelli che non hanno da pagare possono al più ambire a fare da cavie per le case farmaceutiche come capita ogni giorno nel buio del continente nero e com'era una volta fra gli immigrati europei raccontati in Faccia da turco. In quei posti neppure le nuove tecnologie arrivano; tutt'al più, dei volontari scappati da quel mondo di dei minori perseguendo in ideale etico, morale, ideologico, attento al presente reale della carne e dello spirito e non al fittizio sintetico futuro delle tecnologie.

Non è, infatti, certo la fede nella medicina che fa mettere in ballo la propria vita ai medici senza frontiere. Né la fede nella tecnologia è la leva che spinge tanti tecnici a partire per i paesi indebitati con la banca mondiale per consentire loro una vita decente, costruendo ospedali assieme a dighe e scuole.

Nessuno pretende che un dio, per quanto minore, si vada a sporcare le mani in prima persona, quando la sola polvere di una delle sue pepite potrebbe comperare quegli interi stati. Ma un dio che irride gli ideali dello spirito, che si fa beffe del pensiero, che canzona la saggezza, che altro è se non un "dio delle cose", un "dio del mondo", un piccolo-"Grande Seduttore"?

Nella migliore tradizione della sua teologia non abbiamo mai nominato la nostra apparizione, perché pronunciarne il nome invano è peccato.

Possiamo però dire che fra Ikea e Mediaset è l'essenza stessa dei valori scaduti della nostra infanzia innocente, uno stato, il nostro, che è come un "semplice", un debole di mente che si trovi alla consolle di comando di un mondo decadente dove, come nell'antica Roma, si crede al dio minore più utile a seconda del caso.

Una "Imitazione di dio" in finestra provvisoria a ponte fra gli dei importanti, i Grandi Dei, e i nuovi barbari, continuando a sperare nell'avvento dell'ultrauomo di cui parlava lo Zarathustra nietzschiano, perché questi fauni in decadenza sono ancora "umani", troppo umani.

Forse è proprio nel timore di questo uomo dei filosofi la ragione per cui il nostro dio minore delle tecniche ha tanto in uggia il pensiero.

Da Apogeonline 30-11-2004

16 agosto 2007

Dal baratto alla post-economia

Neo-baratto e lavoro felice: i principi di associazioni come l'Internet Foundation o la GNU/GPL vanno in questo senso e non sono certo i soli figli della post-economia

Le Origini del lavoro

All'origine il lavoro era il gesto e le attività che l'essere umano compiva per garantire la sopravvivenza a se stesso e al suo nucleo familiare. In prima istanza si trattava di cacciare e procurarsi un rifugio. Poi di manipolare il fuoco e alla fine di governare gli strumenti. Quest'ultima attività può essere considerata il passaggio che ha anticipato la prima industria, dando origine al lavoro vero e proprio.

La conquista e quindi la riduzione in schiavitù di "non uomini" (perché esterni alla propria gente, al proprio villaggio) ha dato origine alla prima forza-lavoro, i primi dipendenti (oltre al bestiame e ai familiari). Tuttavia, il lavoro vero e proprio, quello che dà vita a un'economia non si realizza che con i primi scambi. L'economia del lavoro si fonda sulla socializzazione della prestazione, del manufatto, della conoscenza.
È la scoperta che quando non sto operando per me stesso posso occupare il mio tempo per qualcun altro, che i prodotti che non uso possono essere recuperati trasferendoli ad altri e che, così facendo, posso aspettarmi da altri un pari trattamento, a dar vita all'economia.

Scoprirò presto che posso rinunciare a una parte del tempo che mi serve o a una parte dei miei beni, per ricevere di più di quanto desidero dagli altri.
Solo con il tempo comincerò a conservare beni di scambio come esordio del capitale.
La socializzazione del lavoro supera il semplice scambio e arriva all'accordo fra più persone e fra più gruppi per realizzare attività, sfide, altrimenti dette "imprese" di ordine superiore, i cui prodotti (o i vantaggi che ne derivano) saranno messi in comune come un bene collettivo o suddivisibile.
All'inizio il lavoro è un'azione positiva per se stessi e per gli altri. Rendersi utili dà senso alla vita e rappresenta la forma più nobile di relazione reificata.

L'economia del lavoro

La prima deformazione di questo significato del lavoro si è verificata con due passaggi chiave:

  • la simbolizzazione dello scambio e del capitale
  • l'istituzionalizzazione del mercato e della "Impresa".

La simbolizzazione dello scambio avviene attraverso la moneta e la moneta, a sua volta, origina il mercato come attività astratta, separata dalla produzione. Il mercato così crea il denaro come bene a sé stante, indipendente dalla generazione del bene o del servizio e dal bisogno stesso: è un traduttore di lavori eterogenei, di benefici eterogenei e, nello stesso tempo, un "frutto" simbolico a lunga conservazione.
Anche l'Impresa supera l'organizzazione per l'azione collettiva per diventare un soggetto a se stante, che addirittura può essere ceduto, scambiato, ereditato assieme alle persone che vi operano. E, se prima aveva un ideatore, un capo, un "duce", ora ha uno o più "padroni". L'idea di "padrone del lavoro" degli altri allontana definitivamente la percezione del lavoro come libera socializzazione, come capacità di rendersi utili a se stessi e agli altri: si produce il bene del padrone semplicemente per dovere o perché ci si aspetta di riceverne del bene.

Snaturamento del lavoro

Con un flash-forward cinematografico ci lasciamo alle spalle millenni di storia che deleghiamo a opere monumentali come Il Capitale e arriviamo ai nostri giorni.
Nell'economia moderna il capitale è definitivamente indipendente sia dal lavoro che dallo scambio di beni e servizi. Sono molti ormai che lavorano "senza fini di lucro" e non mancano le organizzazioni e addirittura le imprese che agiscono con questo fine. Sono ancora di più quelli che ottengono capitale senza nessun coinvolgimento diretto con la produzione e lo scambio di beni e servizi, ma soltanto grazie al fatto di possedere del capitale e di usarlo oculatamente.

Siamo al paradosso per cui si arriva a pagare per fare il lavoro che piace - che è anche quello per cui finiamo per renderci meglio utili. Chi lavora non si arricchisce con il proprio operato, mentre chi è ricco si arricchisce con le proprie ricchezze senza lavorare. Se investe il proprio capitale per lavorare o per intraprendere un'impresa molto probabilmente s'impoverisce. Spesso la generazione di lavoro è una tassa che i ricchi devono pagare per mantenere la parvenza di una concatenazione causale fra l'attività e lo scambio simbolico.

La Nuova Economia

Tutto questo fino all'esordio della new economy.
Il vero core di questo fenomeno non è rappresentato dalle dot-com, dalle nuove tecnologie o dalla globalizzazione, ma dallo scambio fondato su dimensioni esclusivamente simboliche. Si sono mobilitati capitali solo sull'idea di attività potenziali. Il primo caso è stato quello di Netscape, la società entrata in borsa sulla promessa della realizzazione di un browser innovativo, che però non era ancora pronto per il commercio. Il gran successo che ebbe il titolo fece pensare a molti che fosse l'era dell'innovazione, mentre era semplicemente l'estremizzazione della simbolizzazione dello scambio.

Agli operatori di borsa non importava un bel nulla del browser di Anderssen e Clark: l'importante era avere un tavolo nuovo per lo scambio simbolico. Il denaro è per definizione un bene potenziale che in genere veniva scambiato con altro denaro o con qualcosa di concreto. L'economia moderna e post-moderna è arrivata a realizzare lo scambio di un bene potenziale con altri beni potenziali e alla fine con simboli potenziali: oltre al browser promesso, si potrebbe fare l'esempio del nome (quanto di più astratto può esistere!) come quello depositato da David Bowie. Per questo la new economy non è "nuova", ma rappresenta piuttosto l'atto finale, la decadenza dell'economia moderna.

Le Nuove Schiavitù

A questo punto la situazione è precipitata e quella che sta emergendo è una situazione grottesca. Da un lato troppo spesso non ci si riesce a mantenere più con il lavoro. Hanno un bel dire giornalisti ed economisti che ci sono Nazioni che hanno risolto il problema della disoccupazione. La disoccupazione si fa presto a sconfiggerla: basta reintrodurre la schiavitù, ad esempio. Chiamare la gente a lavorare non è difficile. Pagarla, invece, è un'altra storia. Quando sento commentatori che da Friedman o anchor men simili decantano il basso tasso di disoccupazione degli Usa., mi viene da gridare allo scandalo: "sareste capaci di sostenere che il grado di povertà altrettanto basso?". Ma se non lo siete, bisogna ricordare che l'equazione alta occupazione & alta povertà si traduce semplicemente in sperequazione e economia schiavista: vuol dire soltanto che in quello Stato ci sono molti schiavi.

Molto meglio allora la formula "alta povertà & bassa occupazione" del pauperismo: "vivo con poco, ma almeno mi godo la mia vita".

Il rigetto del lavoro

È normale, a questo punto, che sempre meno persone abbiano voglia di lavorare. Solo i debiti e le tasse possono costringerli allo stato di schiavitù. Tuttavia, in uno stato in cui gli stessi fornitori di occupazione tradizionali non hanno sufficienti motivazioni per investire capitali nella non più remunerativa generazione di lavoro, il debito diventa una condizione di fondo scarsamente perseguibile, perché l'esperienza insegna che è impossibile reclamare pagamenti da indigenti in condizione di non-solvibilità. I creditori rischiano di diventare a loro volta insolventi: meglio quindi non lavorare! Meglio non creare imprese.
A questo punto, però, neppure più il capitalista può dormire sonni tranquilli.

La perdita di credibilità del lavoro e la diminuzione del numero delle imprese e del loro prestigio si traduce in de-simbolizzazione del denaro e de-istituzionalizzazione dei mercati. Detto in altri termini, non si crede più che i titoli delle società producano ricchezza e alla fine si stenta a capire come il denaro possa produrre ancora altro denaro.

Viene da pensare che la sicurezza possa provenire dalla soddisfazione dei bisogni di base, ma neppure il mercato alimentare va meglio, non va bene la sanità e l'esubero degli investimenti edilizi probabilmente produrrà un'inflazione di appartamenti sfitti i cui costi potranno alla lunga costringere i proprietari a svenderne creando ulteriori incertezze.
Anche la concentrazione delle attività economiche nelle capitali potrà tradursi in squilibri fra metropoli invivibili e regioni in decadenza.

La perdita di valore della produzione intellettuale causata da una certa eccedenza e dalla liberalizzazione dei canali di diffusione, ma soprattutto dalla ridotta o inesistente remunerazione da parte dell' "industria della cultura", porta a una perdita di interesse per la produzione intellettuale. La polarizzazione dell'attività intellettuale sui prodotti di fruibilità economica immediata porta a un progressivo spegnimento della cultura non economica; ma senza sperimentazione artistica, letteraria, drammaturgica, musicale, e così via, anche quella strumentale finisce per non avere più stimoli e ricambio di idee a cui attingere.
Senza idee nuove non possono esistere nuove imprese e la civiltà diventa regressiva o per lo meno conservatrice: senza idee anche l'economia si arena.
Il quadro che si sta creando ha, come viene da osservare, tinte fosche, se non addirittura tenebrose.

La società a due dimensioni

Quali possono essere le conseguenze?
La prima che ci si presenta con una certa ovvietà è la polarizzazione della società.
I ricchi tenderanno a prendere se stessi come riferimento e a chiudersi in "fortificazioni" difensive in stile medievale che li isolino dal mare della povertà. Si serviranno di "ufficiali" che opereranno ai confini tra il mare dei poveri e la "città" dei ricchi. Costoro, pur di non venire estromessi dalle mura, saranno disposti a lavorare molto senza soddisfazione e senza altre prospettive che questo lavoro demotivato. Lavoreranno come truppe mercenarie per far fronte al ricatto che i loro figli non finiscano fuori dalle mura perché, se non fosse per loro, rinuncerebbero volentieri a quella vita e si lascerebbero vivere nel pauperismo.

Va da sé che il pauperismo spingerà gli indigenti fuori della città, come corpi anonimi con l'unico fine di riuscire a sopravvivere un altro giorno ancora, consapevoli che quando sei finito fuori dalle mura è praticamente impossibile riuscire a rientrarci e che neppure i loro figli potranno farlo. La violenza e il randagismo saranno i modelli di sopravvivenza di riferimento e lavoro o civiltà saranno dimensioni estranee alle impellenze delle persone. Questi saranno considerati non-uomini da quelli che vivono nella "città" e in quanto tali potranno essere sfruttati a piacimento, senza alcuno dei diritti che valgono esclusivamente per "gli uomini".

Si tratta di uno scenario preconizzato da tempo dagli scrittori di fantascienza e in particolare dal cyberpunk. Chi pensa che sia un'esagerazione provi a guardare meglio alle condizioni di vita nei paesi del cosiddetto terzo mondo, ma anche alle periferie dei paesi a capitalismo avanzato.

La post-economia

La seconda strada è più difficile da praticare, perché richiede un certo disincanto da parte delle persone che oggi vivono per difendere i loro agi residuali. Potremmo definirla un ritorno al baratto è la via della post-economia. Si tratta innanzitutto di rigettare gradualmente, ma inesorabilmente, la simbolizzazione dello scambio e l'istituzionalizzazione dei mercati. Riscoprire il valore del lavoro come relazione di scambio. Non si paga per lavorare e il lavoro deve dare dei ritorni tangibili nel rispetto della qualità della vita. Non si guadagna per capitalizzare, ma per scambiare. Si lavora innanzitutto per rendersi utili, traendo soddisfazione da questo e si lavora soltanto per coloro i quali intendono rendersi altrettanto utili. Non si lavora per chi cerca di speculare sul lavoro altrui o per fare accumulare capitale a dei padroni ormai disinteressati ai magri proventi del lavoro, che non assolvono al mantenimento dell'ipersimbolizzazione dell'economia.

Il lavoro è una condizione di civiltà e la civiltà è il fine da difendere e da tutelare. Così le istituzioni che garantiscono una qualità della vita umana (e non selvaggia) vanno tutelate sia da chi vi lavora dentro, sia da chi ne trae beneficio: questo vale per la scuola, la sanità, l'edilizia, i beni culturali, le infrastrutture e così via. Bisogna essere consapevoli che solo i beni sociali hanno valore, mentre quelli personali sono altamente deperibili e, presto o tardi li si perderà a fronte di una società deflativa (con effetti inflazionali sui soggetti).
Si tratta di riscoprire le dinamiche di base dello scambio che fondano la solidarietà, la dimensione genuina della condizione umana, la riconoscenza e la soddisfazione di sentirsi utili, il diritto a una vita, se non agiata, almeno agevole perché la padronanza della propria esperienza esistenziale (svegliarsi e guardare il mondo assaporando con pienezza il sentimento di essere vivo per scoprire quello che ti riserva la giornata e andare incontro alle persone perché questo ti consente di crescere e di condividere vissuti e sentimenti con gli altri) viene prima di qualsiasi riserva finanziaria potenziale.

Il frommiano "avere o essere" non si deve contrapporre più perché si ha per essere e si è per vivere e si vive per vincere insieme la paura e la sofferenza.
Tornare ai fondamentali della vita per non diventare gli avanzi mal riusciti di una società mostruosa che ben difficilmente sopravvivrebbe alla prossima guerra.

Neo-baratto e lavoro felice

I principi di associazioni come l'Internet Foundation o la GNU/GPL vanno in questo senso e non sono certo i soli figli della post-economia. Smettiamo comunque di delegare a questi miti la speranza di una rivoluzione. Un cambiamento di questo tipo non può avvenire che lentamente e fondandosi sul quotidiano di ognuno di noi, a partire da un atteggiamento etico e politico, una perseveranza anche di fronte alle seduzioni speculative e alle minacce di crisi.

La post-economia è extrafinanziaria e parte da quello che avviene ogni giorno in casa. Nella pratica si traduce nel prendere in considerazione in ogni momento altre forme di compenso che escludano il denaro e, quando se ne si presenti l'opportunità, nell'usarle.
Piccoli e medi imprenditori sanno bene come sia sempre più frequente il rischio di non venire pagati per le proprie prestazioni: i contratti che si sono fatti non erano così attenti e, comunque, anche se fosse stato fatto tutto a dovere non si sarebbe potuto esigere nulla perché il cliente è poi risultato insolvente, oppure ci si scopre ultimi di una lunga lista di creditori che aspettano nella speranza che l'azienda non fallisca, altrimenti tutto sarà definitivamente perduto.

Fate affari con società in grado di barattare con voi! Innanzitutto perché se possono barattare vuol dire che qualcosa di sano ce l'hanno, visto che fanno qualcosa e non sono solo sub-fornitori di promesse. In secondo luogo perché il giorno che non potranno pagare per mancanza di liquidità potrete esigere qualcos'altro e non tornerete a casa a mani vuote. Meglio ancora andrà se avrete fin da subito scelto di venire rimborsati in merce o servizi quantificabili: con il vostro lavoro avrete generato altro lavoro alimentando un circolo virtuoso.

Il baratto è quel circolo virtuoso che si contrappone al circolo vizioso del denaro e dell'impotenza simbolico-istituzionale. Provate a immaginare di amare una persona e di ricevere da lei una cambiale, un pagherò simbolico che un giorno potrà essere scambiato per altre merci o servizi...
Allucinante, vero?!
Riscopriamo, allora, l'autenticità dello scambio onesto e sincero: probabilmente questo mondo non fa più per noi!

Da Apogeonline 1-10-2004

Il fattore T (NMG)

Come fare del proprio tempo inutilizzato il nostro principale alleato

Nonostante si tenda a sostenere fino alla noia che la risorsa meno disponibile sul lavoro, e di conseguenza anche nella vita privata, sia il tempo, spesso non ci si rende conto fino a che punto questa sia una superstizione.
Il tempo è un bene che viene sempre usato e questo accade spesso nei modi meno nobili. Non è raro che ci si trovi ad “ammazzare il tempo”, nonostante si affermi che la noia è una condizione sconosciuta. Dal buon Sartre ad oggi quella della noia è una condizione esistenziale soggiacente alla nostra vita, ancor più incombente del timore della morte.
Così come il drammaturgo austriaco Thomas Bernard affermava che il lavoro è una terapia per l’uomo che più di ogni altra cosa teme il proprio tempo libero al punto da farsi coglere da cefalee ricorrenti nei fine settimana (e non sono poche le persone che stanno male solo nei momenti di libertà), qui affermiamo che molta della conclamata mancanza di tempo corrisponde a un manifesto dell’esorcizzazione della noia. Il tempo privo di occupazioni che ci rende fatalmente inclini ad avvicinarsi a noi stessi e a renderci consapevoli della vita che passa e dell’età, fa sì che ci domandiamo che cosa abbiamo combinato della nostra vita, apre un varco negli anni e ci porta a renderci conto che era solo ieri che eravamo adolescenti e che quello iato temporale ci consegna più vecchi come se ci fossimo appisolati per un attimo svegliandoci venti, trenta o più anni dopo.
Ricordiamo “quelle domeniche da solo in un cortile a passeggiar” e non possiamo spesso non concludere che, nel momento in cui non siamo presi dal tourbillon degli impegni che quasi automaticamente hanno preso il controllo della nostra giornata, “ora mi annoio più di allora: neanche un prete per chiacchierar”.
Eppure il lavoro non è il solo esorcismo alla noia. Occorre comprendere che questa condizione è tale nel momento in cui il tempo prende il sopravvento sul progetto. Non si tratta necessariamente di avere qualcosa da agire, ma piuttosto di poter qualificare soddisfacentemente i propri momenti di vita: infatti un periodo di riposo non è né un momento di attività, ma neppure una resa alla noia, tutt’altro: si tratta di uno dei modi più gradevoli di utilizzare il proprio tempo

Allora, prima di ritenere di avere i minuti contati e di non disporre di tempo sufficiente per fare ciò che desideriamo dovremmo procedere in maniera sperimentale.
La prima cosa da fare consiste nel verificare, misurandolo, il proprio “fattore T”.
Dotatevi di un’agenda, scegliete un po’ voi, a seconda delle inclinazioni, se elettronica o cartacea. Il fatto è che deve consentirvi di inserire il maggior numero di informazioni possibili potendo comunque averla sottomano in ogni momento.
Se ci pensate, le agende generalmente servono per preventivare il tempo, riservandone dei lassi per garantire la riuscita dei propri appuntamenti. Ben di rado, per non dire mai, vengono utilizzate per consuntivare il tempo già speso nelle proprie attività. Eppure si tratta di uno scopo non meno importante.
Va però compiuto correttamente. L’uso del nostro tempo non va misurato a grosse tranche, come se si trattasse di un bene all’ammasso. Se veramente lo riteniamo prezioso, dobbiamo centellinarlo e misurarne gli istanti. Pensate quanto siano stati importanti dei momenti brevissimi, come il colpo di fulmine in cui vi siete accorti di lui o di lei. Certo, non tutti gli istanti hanno questo valore, ma come viviamo il nostro tempo ha questa caratteristica: la possibilità di vivere come vuoti lunghi lassi che quindi scompaiono dalla nostra stessa memoria, nonostante siano durati giornate intere; oppure dilatare enormemente brevi momenti che assumono estensione e intensità del valore di mesi.
Già, perché la consapevolezza del tempo non è così regolare: ci sono degli attimi in cui, per le ragioni più disparate, siamo convinti che il tempo passi troppo lentamente. In altri, in cui non stiamo facendo nulla di particolare, magari navighiamo da un sito all’altro, siamo distratti al telefono mentre un collega ci sodomizza con discorsi del tutto irrilevanti e non abbiamo la forza o la motivazione sufficiente per interromperlo, ci accorgiamo solo dopo esserci ripresi che sono trascorsi un’infinità di minuti e che avremmo potuto o dovuto fare altro.

Un altro fenomeno che caratterizza la nostra vita umana è l’incapacità di renderci conto degli eventi realmente significativi. Siamo talmente presi dall’occupare il tempo con attività tendenzialmente routinarie che lasciamo sfuggire diverse occasioni irripetibili senza che neppure ce ne si accorga. Per accorgersi di quello che conta bisogna essere in grado di lasciarsi sorprendere ancora come bambini. Occorre riuscire a mantenere quello sguardo incantato che non ci fa anticipare gli eventi con categorie di spiegazione vecchie: si dev’essere in grado di guardare ai fatti della vita immaginando che ci sia del nuovo da scoprire in ogni cosa. Altrimenti si finisce per incappare in quel fenomeno che si trova bene descritto al termine del film “Il the nel deserto”, quando l’autore sostiene che nella nostra vita, quella luna che sta sopra la testa siamo convinti di avercela avuta sempre e consapevolmente con noi, mentre in realtà non sono più di una ventina le volte in cui ci siamo fermati a guardarla intenzionalmente, accorgendoci di lei e interessandocene, lasciandoci prendere da lei in maniera totale. Così sfuggono la maggior parte degli eventi della nostra vita, in maniera inconsapevole, come alberi troppo vicini al finestrino di un treno che viaggia troppo veloce con noi dentro ad annoiarci.

Tuttavia, non sempre c’è di che essere interessati, suggestionati, affascinati o coinvolti. O forse solamente non siamo veramente in grado di rendercene conto. Che fare allora? Che cosa fare quando tutto questo avviene sul lavoro? Se capita a casa il problema non si pone: c’è un buon libro, la tele, il cuscino, il gatto, oppure si può uscire. Ma sul lavoro, dove non c’è tempo, come spendere il tempo? Dopo esserci resi conto, agenda alla mano, che abbiamo molto tempo a disposizione che non usiamo, mettiamo in atto qualche sano proposito.
Innanzitutto, non facciamoci cogliere da sensi di colpa o dalla falsa coscienza, non pensiamo: “posso lavorare di più”. Il lavoro ha una sua percentuale nel tempo che siamo in grado di mettere a disposizione: se quei momenti liberi non li impegniamo al lavoro è quasi sicuramente perché è intervenuto un meccanismo di regolazione omeostatico che ha sospeso il tempo lavorativo per far rispettare gli equilibri personali. Forzarlo non farebbe del bene né a noi stessi, né al lavoro.
A questo punto, potremmo leggere un buon libro o coccolare il gatto, ma l’ambiente non si presta. Potremmo invece fare alcune di quelle attività per cui non siamo mai riusciti a trovare il tempo necessario che non chiedono altro che un luogo e la tranquillità necessaria.

L’attività più importante è l’allenamento alla consapevolezza di modo da poter rendersi conto di quello che c’è di nuovo nei fatti che ci avvengono, guardandoli con occhi rapiti di bimbo. Per fare questo occorre allenarsi a vedere e sentire quello che avviene nell’ambiente circostante senza giudicarlo, senza lasciare intervenire la funzione critica razionale. Sentire i discorsi come suoni puri, vedere le immagini come luci e colori e così via.
Un altro esercizio è l’osservazione della propria respirazione e, tramite questa, la consapevolezza di se stessi nel luogo in cui ci si sta trovando: il “qui e ora”. Esercizi di respirazione consapevole è possibile farli in ogni luogo, anche in quello più caotico.
Sarebbe un ottimo obiettivo riuscire ad esercitarsi nella concentrazione e nella meditazione. Simili esercizi alla lunga conducono a un funzionamento automatico, grazie al quale, proprio come per certe induzioni ipnotiche immediate si può arrivare a rispondere simultaneamente allo scattare di quei micro-intervalli di tempo, attivandosi con comportamenti utili per migliorare se stessi. Migliorare se stessi nella vita funziona anche sul lavoro, perché se riusciamo, ad esempio, a guardare ai fatti senza pregiudizi, potremmo riuscire a scoprire del nuovo nell’attività di tutti i giorni o a comprendere veramente quel cliente senza assimilarlo agli altri con ragionamenti statistici che lui magari non apprezzerebbe.

Riusciremmo fra l’altro a non chiedere di più o di meno a quello che, dopotutto, è poi solo un lavoro come un altro.

Coinvolgere o Desensibilizzare (NMG 010 - 11-04-2005)

A seconda delle dimensioni dell’azienda il coaching può essere motivante, competitivo o aggressivo in funzione di come il cambiamento economico condiziona il mercato e la cultura d’impresa. La vera novità è però rappresentata soprattutto dall’aiuto alla de-programmazione al lavoro e alla desensibilizzazione morale del lavoratore.

La maggior parte delle richieste di prestazioni di coaching sono finora giunte dalle aziende. La domanda è in genere motivata da delle trasformazioni organizzative o di mercato che coinvolgono in maniera problematica la maggior parte dei dipendenti e in particolare i livelli intermedi.
La novità è che all’indirizzo del coach o dello psicologo clinico cominciano ad arrivare domande di trattamento individuale di tipo diametralmente opposto.
Laddove in genere il Corporate Coaching punta ad un maggiore coinvolgimento, il Personal Coaching di manager, professional e anche executive va con una certa frequenza nel senso della desensibilizzazione.

Anni incerti
Non si tratta di essere pessimisti o ottimisti. Stiamo vivendo anni di svolta da molti punti di vista. Il sistema economico sta traversando un rivolgimento profondo per il quale si fatica ancora a trovare spiegazioni organiche e soprattutto a fare previsioni. Le implicazioni più evidenti riguardano il mercato del lavoro. Le grandi imprese, soprattutto, stanno riducendo sensibilmente i loro organici. Il lavoro che viene eseguito al loro interno è sempre più ridotto. Una conseguenza immediata di ciò è che, non essendoci molte persone o strutture da coordinare, c’è sempre meno bisogno di quadri intermedi. A questo si aggiunga che si tende a far convergere un numero sempre maggiore di responsabilità su pochi quadri e di livello - e quindi remunerazione - a “scarto ridotto”. La prospettiva di evoluzione professionale ed economica non fa guardare lontano. È più facile ottenere anche ottime soddisfazioni e premi per incarichi brevi piuttosto che modeste ma a lunga scadenza, come capitava nella visione della carriera tradizionale.
Di sicuro la prospettiva del “posto” - non solo quello “sicuro” - non ha più senso, è un vuoto a perdere.
Il lavoro si decentra. Le grandi imprese se ne liberano. Come sostengono alcuni consulenti, queste tendono sempre più a coincidere con il loro top management. L’outsourcing diviene sempre più radicale, essendo rivolto non solo più all’attività operativa, ma persino a quella decisionale, ai tradizionali supervisori. È difficile dire se questa tendenza sia giusta o sbagliata, se abbia il fiato lungo o corto. Di certo c’è che si sta verificando, nel bene o nel male. Gli effetti industriali ed economici non li può prevedere ancora nessuno. Per ora ci si buttano tutti, come cercatori d’oro o come lemmings, non si sa. Sono sicuro che le conseguenze di questo trend ci stupiranno e avremo a che fare con un mondo inedito. Il mondo non cambia solo in relazione alle scelte dall’alto, ma anche e soprattutto alle risposte che provengono dall’ecosistema sociale.
Capita infatti che confederazioni e istituzioni insistano con messaggi e pubblicità rivolte al cittadino perché aumenti il suo consumo, mentre vengono varati piani industriali (dalle leggi sul lavoro ai piani aziendali) che rendono sempre più precari salari e sicurezza economica del lavoratore. È quantomeno patetico questo costume volto ad avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Alcuni imputano alla Cina le ristrettezze del mercato occidentale, quando il vero problema è l’etica degli affari e la tendenza a una sempre maggiore sperequazione, al divaricarsi della forbice fra i tanti che hanno veramente troppo, i tanti che non hanno niente e la moltitudine che non ha abbastanza.

Sfruttando l’ambiguità
Nello stesso senso va la gestione del personale e del management nelle grandi imprese: troppo spesso si spingono le persone a farsi carico di competenze più ampie e più coinvolgenti e rischiose senza riconoscere alcunché. Il paradosso è che si vorrebbe pagare in lavoro, quasi che le persone dovessero sentirsi onorate se, per aver perseguito adeguatamente il proprio obiettivo, si trovano a ricevere incarichi ancora più gravosi e responsabilizzanti, senza peraltro perdere quelli pregressi.
Le vecchie superstizioni di carriera qui e là hanno ancora il loro effetto e si riesce ancora a convincere qualcuno che si tratti di un meccanismo premiante e che, prima o poi, questo porterà a dei vantaggi reali e non solo formali.
Nel frattempo il malessere si diffonde. Fra i livelli intermedi la crisi è in fase avanzata. Si tratta di quella che Durkheim chiamava anomia: uno scarto fra identità e esistenza (e ruolo). Per un certo tempo le persone si agitavano per trovare delle alternative, magari rimanendo all’interno della stessa azienda. I quarantenni, dopo avere trascorso una vita in attesa di maturare i privilegi che rinunce e fatiche lasciavano presagire, si scoprono a fine corsa, sostituiti da giovani sottopagati, anche loro sedotti dalla speranza di uno sviluppo che si profila invece ancora più a rischio.
Il cambiamento generale è stato tutto sommato repentino e troppi dipendenti sono stati presi in contropiede, tanto da non capacitarsi di quello che succedeva. Solo negli ultimi tempi le persone si stanno rassegnando. È di un anno il “caso” di successo di un libro, Buongiorno Pigrizia del quadro “elettrico” francese Corinne Maier, che invita alla dissimulazione: riempirsi la bocca di parole anglofone del tutto irrilevanti, assecondare le strategie degli altri, ma guardarsi bene dal lasciarsi coinvolgere e, più in generale, spostare i propri investimenti assolutamente al di fuori dell’impresa.
Più facile a dirsi che a farsi.

Desensibilizzare
Ci si comincia a rendere conto che il lavoro per molti è diventato una droga e che smettere, non tanto di lavorare, quanto di credere nel lavoro corrisponde a superare dolorose, laceranti, dilanianti crisi di astinenza, peggio che per una delusione d’amore, una separazione e un lutto messi assieme.
Quella che si va facendo strada sempre più, soprattutto dalla clientela individuale, è una domanda di aiuto a prendere le distanze dal ruolo. Livelli intermedi depressi, incapaci di accettare la disillusione e mortificati dalla squalifica
La via della desensibilizzazione può essere impegnativa. Richiede un lavoro anche intenso sugli impliciti valoriali e sulle convinzioni di intere generazioni. La fascia più critica è quella che va dai 35 ai 50 anni, sia per le ragioni di precarietà che riscontrano in questa “età di mezzo”, sia perché sono quelle che sono state programmate ad un modello di vita che non trova più riscontri oggettivi.
Il lavoro consiste in genere in più fasi: la prima è frequentemente quella di recupero o addirittura di cura degli effetti della crisi di ruolo o di identità - dall’ansia alla depressione, fase che può risultare anche abbastanza lunga. La seconda consiste nella vera e propria de-programmazione: una fase intensiva di durata medio-breve. Una terza è quella di sostegno all’installazione del nuovo modello: un periodo di interventi posizionati a una certa distanza fra loro, di carattere essenzialmente strategico, finalizzati a elaborare insieme tattiche per rispondere ai tentativi di omologazione e mobbing che l’ambiente facilmente agiterà nei confronti del lavoratore.
Quello che il cliente deve necessariamente realizzare è il principio che la salute, la sopravvivenza e la qualità della vita sono un diritto che viene prima di ogni dovere lavorativo e che questo particolare tipo di disobbedienza non è una forma di disonestà, ma casomai il contrario: l’affermazione del principio della salute della persona che stimola anche la salute organizzativa.

Dimensioni e bisogni
Le dimensioni delle aziende producono domande di coaching di tipo diverso fra di loro. La grande impresa ha due alternative. La prima consiste nel disinteressarsi dei dipendenti, nel metterli al margine, sostituirli e generare quindi domande di desensibilizzazione. Diversamente, vuoi per riparare ai danni prodotti con atteggiamenti simili a quello appena espresso, vuoi per affrontare il cambiamento di paradigma che questi tempi impongono, seguirà la necessità di motivare il proprio personale e in particolare i quadri intermedi. A seconda della serietà degli intenti un lavoro di questo tipo potrà essere costruttivo o palliativo.
Anche l’azienda di medio-grandi dimesioni potrà avere richieste di motivazione al cambiamento. Quanto più ci si spingerà verso le dimensioni medie e medio-piccole lo scenario con cui si dovrà fare i conti sarà quello della competitività. Il lavoro sarà quindi volto a realizzare dei team compatti, sinergici, affiatati e spesso aggressivi nei confronti del mercato e dei concorrenti. La competitività sarà un modello trasversale in quanto non è rivolto solo al mercato, ma anche ai colleghi. In queste realtà la negoziazione individuale potrà essere elevata e prevedere scarti di trattamento e autonomia anche estremi in funzione dei risultati e dei rischi. La precarietà del “posto” e l’elevato turnover che mettono a rischio le sicurezze dei lavoratori così come le capacità di programmazione e di durata dell’impresa possono costituire uno sprone a giocare sempre il tutto per tutto. Il coaching qui si farà particolarmente dinamico e agonistico.
Più ci si spinge verso il piccolo più i lavori sono dimensionati al breve e al ridotto, ad alta intensità, con obiettivi puntuali e verificabili nell’immediato.

Gli Effetti della Seduzione (NMG 009 - 20-02-2005)

Capita che il potere del cosidetto management sia puramente illusorio, fondato com’è su un meccanismo di seduzione e prigionia apparentemente senza vie d’uscita.


Un legame a doppia mandata
Il bambino voleva restare sveglio per guardare la televisione o per giocare. Più in generale, non voleva essere escluso dai magici eventi che vivevano i suoi genitori dopo che lui non era più cosciente. La coppia voleva riprendere la propria intimità e magari farci scappare un po’ di sesso. La comunicazione più semplice sarebbe stata: “Vai a dormire” senza nessun’altra spiegazione che non fosse la regola familiare. Probabilmente ci sarebbero potute essere diverse alternative, compresa l’eventuale spiegazione che i genitori vogliono farsi i fatti loro. I modi benpensanti della coppia partoriscono invece un “Vai a letto perché sei stanco”. A nulla serve la protesta del bambino “Non sono stanco”. Inflessibile il genitore aggiunge “Sappiamo noi quello che è bene per te”.

Gregory Bateson aveva battezzato “Doppio Legame” (Double Bind) questo tipo di messaggi che mettono il destinatario in una posizione di ambiguità penalizzante, imprigionante, una vera e propria crisi razionale della definizione e della percezione alla realtà. Un ottimo esempio è costituito dall’imperativo: “Sii spontaneo!”. Non ha senso essere spontanei dietro comando, eppure la frase sortisce sempre un qualche effetto grazie al fatto di riuscire a passare per scontata, senza, cioè, venire messa in discussione. Lo stesso accade nei rapporti familiari: il bambino non può mettere in discussione il fatto che la madre sa “quel che è meglio per lui”, “quello che vuole veramente”, quello che ha in mente “veramente”. Non può permettersi di dire “non è vero, tu non puoi usarmi, annullare il mio diritto ad esprimermi liberamente... non puoi mistificare i miei sentimenti e obbligarmi a credere alle tue bugie opportunistiche”. Non può farlo perché non ne è in grado: non ha gli strumenti per esprimerlo, non ha l’autonomia e il coraggio necessari per imporsi come soggetto di fronte al genitore. Non può permettersi di offenderla: dipende ancora in tutto e per tutto da quel legame. Non potrà mai, soprattutto, negare l’affermazione dell’altro di agire “per il suo bene”, ovverosia non potrà mai negare l’amore primario della madre nei suoi confronti.

A questo punto non gli rimangono che due strade da percorrere: la prima è quella di accettare e ingoiarsi il disappunto trasformandolo in un sentimento spurio, misto di mortificazione, rabbia, senso di colpa e di ingiustizia; la seconda comunicare attraverso modalità indirette e contorte, come comportamenti nevrotici o psicotici, espressioni attraverso allegorie, metafore, storie di altri (come l’esempio ricorrente in molti film di colui il quale per vergogna riferisce di qualcosa che è avvenuto a un amico per non parlare di se stesso) e, ancor più frequentemente, la malattia.

La psicoterapeuta Mara Selvini Palazzoli spiegava il meccanismo patogeno dell’anoressia e della schizofrenia contenuto nei giochi sporchi in famiglia con un episodio che la vedeva coinvolta mentre si recava a prendere il metro. Aveva acquistato un pacchetto di sigarette di contrabbando con un biglietto da cinquantamila lire senza ricevere il resto. Decisamente arrabbiata e indignata si rivolse ad un vigile che le spiegò che era meglio se faceva finta di non avere sentito, altrimenti avrebbe dovuto procedere contro di lei per ricettazione. Il suo ritorno a casa fu talmente dominato da un sentimento di rabbia, mortificazione, presa in giro e soprattutto disistima di sé e vergogna che per molti giorni non riuscì a togliersi quel pensiero dalla testa, senza riuscire peraltro a parlarne con nessuno. Solo quando trovò la forza, il coraggio e le parole giuste per confessare l’evento poté cominciare a sentirsi sollevata prendendo lentamente le distanze dalla partecipazione intima ai fatti.

Seduzione e vergogna in azienda
Il perché di quest’incursione nel territorio della patologia è presto detto: nelle aziende il doppio legame è un meccanismo usato più frequentemente di quanto non si pensi. Strettamente correlato al potere, ha molte più parentele con le dinamiche familiari di quanto si pensi: in primo luogo per il bisogno di essere al centro dei sentimenti dei capi e quindi per l’ambizione di essere il preferito, il figlio prediletto.

Una situazione simile si era verificata durante un lungo percorso di coaching. L’azienda aveva subito una ristrutturazione importante, passando dalla dimensione di piccola impresa ad essere acquisiti da una grande corporate. Il management che governava l’impresa quando era ancora di piccole dimensioni era costituito da giovani compagni di laurea. Il proprietario dell’azienda aveva sedotto quel gruppetto di giovani convincendoli di avere loro delegato tutto il potere decisionale, in quanto li reputava intelligenti e capaci anche nel ruolo di manager. Li nominò soci, amministratori delegati, presidenti, direttori, a dispetto delle piccole dimensioni del personale complessivo, senza cambiare di molto il loro status concreto, continuando, anzi, a far loro vestire anche gli abiti operativi.

Nel retroscena, intanto, preparava la vendita che, quando si realizzò, comprese anche il trasferimento del personale con le competenza specifiche. I nuovi proprietari non cambiarono nulla delle loro definizioni, mentre questi si trovarono ad avere diversi capi sopra la testa. La principale difficoltà era quella di fare riconoscere al gruppo dei giovani che dovevano sottostare a un management che non erano loro. A parole lo ammettevano, mentre nei fatti facevano di tutto per smentire le decisioni, facendo finta di non sentire o non dando importanza alle scelte della nuova direzione.

Quelle persone servivano, ma non erano così indispensabili e il disagio che si veniva creando in seguito a questa situazione era tale che tutto propendeva per escluderli e ricondurli ad una mera operatività difficile da accettare e che comunque presto li avrebbe espulsi.

Ripercorrere la storia aziendale è spesso pretesto per “Amarcord” penosi, nostalgici e inutili. In alcuni casi è invece indispensabile per andare a riesumare memorie annullate, negate o rimosse. Così, quando si trovarono a rievocare il difficile rapporto con il “padre” seduttore che li aveva usati e traditi, toccò loro di vivere un conflitto doloroso e impossibile da esprimere. Dovettero ammettere di essere stati ingenui a fidarsi di quella persona, ma per farlo violentarono i loro sentimenti. Era vero che non avrebbero dovuto cascarci, perché non sussisteva nessuna condizione concreta che giustificasse il potere decisionale e la posizione che erano stati convinti di occupare, ma nello stesso tempo quel padrone era il loro modello e il loro mito. Aveva pur sempre avuto espressioni di approvazione, stima e addirittura affetto nei loro confronti ed era veramente duro ammettere che li aveva presi in giro e che loro ci erano caduti per civetteria, vanità o più semplicemente bisogno di stima e di apprezzamento; per quella sensazione di essere importanti e il senso di partecipare al Grande Gioco che per molti costituisce la ragione prima del coinvolgimento organizzativo e lavorativo.

Quando riuscirono a ricostruire gli eventi, letteralmente esplose un mondo compresso di emozioni contrastanti da troppo negate e represse. Si manifestarono i conflitti mascherati o nascosti, nello stupore generale di scoprire negli altri un’immagine inedita di sé e dell’azienda.
Ci volle del tempo perché, come da una vecchia piaga infetta, tutto questo potesse essere spurgato, ma fin da subito emerse liberazione e sollievo della ritirata da un ruolo divenuto insostenibile.

Poi fu il tempo della cura, di un progressivo riordino dei pezzi sparpagliati, un sano spostamento degli investimenti e la riconquista di un tempo di lavoro sereno. Infine fu l’accettazione senza conflitti dell’organizzazione reale pura e semplice, il riconoscimento delle autorità altrui come un sollevamento del peso di responsabilità e la ricostruzione del proprio ruolo.

Per alcuni si trattò di un’uscita felice, per altri di un sano ridimensionamento, per altri ancora dell’inizio di un nuovo percorso in una nuova organizzazione. Una situazione meno fantastica e meno straordinaria, ma finalmente vera, reale, schietta e onesta.

L’empowerment è spesso anche e soprattutto questo (e il coach onesto non mente in proposito): disillusione, liberazione e ridimensionamento. Non le “stelle” dell’immaginario, ma i “campi base” della meritata conquista.

La mente umana è locale

Sottotitolo: "La truffa della globalizzazione e il posto di Internet".
Ripercorrendo a ritroso il cammino delle "slides della bolla" ho scovato questa riflessione che in anni di globalizzazione a tutti i costi poteva apparire come una provocazione, mentre oggi può costituire una premessa per una riflessione e una ricapitolazione del progetto sociale delle reti: ovverosia l'idea che la nostra mente ha dei confini e che ha bisogno di essere circoscritta in un ambiente e che quindi è fondamentalmente locale e non globale. Faremmo bene a tornare innanzi tutto ai lavori di Cardona a quelli di Abraham Moles e al bel pamphlet antasignano di LaCecla sull'argomento.
Come al solito, clicca qui per accedere al PDF.

Paradossi della Rete - New Economy o Nuova democrazia

Ho inserito delle slides che possono essere viste in formato PDF cliccando su questo link sono il materiale di una presentazione realizzata per una conferenza ad un convegno locale preparata il 15 giugno del 2000, ovverosia in pieno periodo di quella che all'epoca veniva chiamata New Economy e che oggi si preferisce nominare "la bolla azionaria".
Riporto queste slides che spero possano essere comprese intuitivamente perché credo che guardandosi indietro dal futuro che si pensava che fosse si possa comprendere meglio i nostri meccanismi di valori riuscendo a porre nella giusta prospettiva anche quelli attuali.
Infine ritengo, non senza una certa immodestia, che a sette anni di distanza possano finalmente essere comprese meglio e ancora sfruttate per un margine non minimo di attualità che presentano.

Coaching e Formazione (NMG 006 - 8-01-2005)

Una parte del mondo della formazione può uscire dall’ambiguità di questo settore in crisi teoretica definendo diversamente il proprio ambito professionale


Un poco alla volta il coaching viene riconosciuto come disciplina anche dalle imprese del nostro paese.
Una certa diffidenza e lo spazientimento sono comprensibili. Quante presunte discipline, tecniche o metodologie vengono regolarmente introdotte dai fornitori di servizi per HR, senza che ne si comprenda a pieno un vantaggio che non sia quello di distinguersi dagli altri grazie a un nome. Anche chi lavora nel settore scopre in continuazione modalità che apparentemente non conosceva e che, una volta approfondite, si rivelano essere risapute, salvo alcune sfumature nel modo di proporle o anche solo nelle parentele teoriche.

Anche quello che si fa con il coaching, ad essere sinceri, già lo si faceva prima che si diffondesse questo termine. Magari lo si chiamava counseling, sviluppo organizzativo, gruppi di lavoro, laboratori… Di fatto nel nostro paese il modo più comune era chiamare tutto questo “formazione”. È vero che così ci si spiegava con tutti: ci sono voluti decenni per fare capire in giro che cosa fosse questa cosa strana, la formazione, che una volta riusciti è quasi un delitto sostituirla. È anche, però, decisamente improprio e confusivo mettere sotto lo stesso tetto pratiche di natura così diversa come lo sono corsi sulla normativa della sicurezza sul lavoro, lezioni di inglese, courseware informatico, master di economia aziendale, da un lato, e sessioni outdoor, enterprise theater & cinema, comunità di pratiche, knowledge management, learning organization, metaplan, action learning, leadership counseling, coaching e mentoring, dall’altra.

Insomma, è ora che l’etichetta “formazione” venga applicata ai soli corsi (in aula e on line) e invece si chiamino supervisione, consulenza e coaching (dentro e oltre l’aula, come pure nei gruppi on line) gli interventi volti a favorire il miglioramento del singolo, del gruppo o della cultura d’impresa.

Dentro questo cocchio (coach) che viene comunemente usato per traguardare le persone verso una riva desiderata, ad attraversare un guado storico sarà anche la formazione. Ben vengano dunque gli anglismi se favoriscono uno scopo superiore come questo.

È ormai evidente che, almeno dalla metà degli anni ’90, la formazione sta vivendo una crisi teoretica e di mercato che non riesce a superare. In questi casi la soluzione migliore è la separazione, la schismogenesi, come chiamava Bateson la dinamica che spinge i membri del villaggio a creare nuove comunità quando quella originaria è satura.

Ora si tratta di farlo capire ai committenti, ai clienti e alle comunità professionali. Si tratta di scegliere se continuare a chiamarla impropriamente “oltre l’aula” come si sta facendo da un decennio, se fare riferimento a un termine generico come consulenza o lavori di gruppo o se inventare un nuovo nome.

Personalmente ho fatto una scelta e anche se la parola non mi piace (un po’ perché troppo americana, un po’ per i connotati sportivi - per uno che non ama gli sport - e un po’ perché banale, superficiale e poco critica) rinuncio a tante sfumature e adotto il termine “coaching”. Lo faccio solo perché lo hanno adottato già altri professionisti di grande valore intellettuale, perché è semplice da far comprendere a persone che non vogliono perdere troppo tempo a studiare le teorie o le teorie delle tecniche e soprattutto perché da un ventennio di vita e da circa un lustro nel nostro paese è conosciuto e riconosciuto, praticato e diffuso e ultimamente cresciuto e sempre più accreditato dalle comunità professionali.

È giunta l’ora che chi fa questo tipo di lavoro anche in Italia possa smettere di spiegare che non si occupa di quella formazione che declina con la scolarizzazione aziendale e che non fa neppure l’insegnante, accademico o scalzo che lo si voglia.
Ora quel formatore, quello psicologo, quell’animale di gruppi mette tutto il suo pedigree professionale al servizio delle persone che vogliono migliorare e che per farlo vengono aiutate dal loro coach.

Il Tempo del Coaching (NMG 005 - 8-01-05)

Lezione o seduta, tutto subito o finché morte non vi separi, smettiamola di pensare al coaching come un programma già scritto e alle persone come replicanti della stessa storia vincente per forza

Quanto tempo deve durare la mia sessione di coaching?

Se ne raccontano di tutti i colori in proposito, ma non ha senso un tempo standard. Il coach che pensi al suo lavoro come uno stampino da replicare, ancora prima di domandarci che contributo possa dare agli altri, mi ispira la stessa compassione di quei clienti afflitti da una vita ripetitiva, da un lavoro sbiadito in una grande notte dove tutte le mucche sono fatalmente nere.

Quanto peso hanno in questo i clienti e, prima ancora, i committenti?

“Ho visto John Smith fare queste cose nell’azienda di fianco. Potrà fare altrettanto anche lei?”
“Il mio amico ha partecipato a un gruppo con lei e dice di essere un uomo nuovo. Può fare altrettanto con me?”
“Voglio che questa gente cambi mentalità in funzione della nostra prossima fusione e penso che serva proprio un corso così e così...”

Il cambiamento può nascere da uno scambio di parole casuale, come pure da un feeling particolare che dev’essere coltivato per qualche incontro ogni tanto, ma il più a lungo possibile, con la certezza che l’uno ci sarà sempre per l’altro. Oppure, nel caso di un lavoro da svolgere con assiduità, le persone possono prediligere un’ora-due regolarmente o una sessione di uno o più giorni per poi riparlarne quando serve. O ancora l’azienda potrà decidere di mandare solo alcuni manager in gruppi finalizzati, un’intera area organizzativa per una full immersion o più semplicemente pagare cicli di sedute ad hoc ad un loro executive.
Il lavoro potrà essere congegnato con dei manager o degli specialisti di un’azienda, del personale eterogeneo di un distretto industriale, un gruppo di commercianti, un singolo libero professionista, un dipendente che vuole un supporto per passare da un’azienda all’altra, da un progetto di vita a un altro.

Come potrebbe essere possibile avere un all-in-one buono per tutte queste situazioni? Che tristezza dover dire a queste persone “lo mandi” oppure “venga a uno dei miei seminari: ho giusto un posto il mese…”

D’altro canto, quanta fatica costa spiegare al responsabile HR del gruppo tal dei tali che non puoi fargli un progetto a catalogo prima di avere costruito insieme a loro e al loro personale uno stile di rapporto e una modalità di relazione condivisa; un sentimento temporale tale da dar tempo ai più affiliativi di abituarsi e di non temere la separazione; la possibilità di fuggire ai più fobici; ai più critici quella di contraddire, mettere alla prova e, all’occorrenza, liquidare il tutto.
Come fare a cercare un linguaggio comune e degli oggetti di transizione su cui imbastire gli scambi. Come dire in anticipo quanto tempo serve? Non fraintendiamo: siamo tutti in grado di farlo, ma perché farlo? È giusto farlo?

Sarà maledettamente retorico, ma il tempo del coaching assomiglia a quello dell’amore: se lo consumi dando per scontato che porti al letto o al matrimonio fra tre ore, tre mesi o tre anni, non potrai che passare da un’insoddisfazione all’altra, fino a muoverti come uno stanco, consumato attore di una commedia fasulla. Se lasci che sia quel tramonto, quell’aperitivo o quella musica a ispirare le tue parole, se non ti aspetti niente da questa notte o da quella persona... la buona notizia è che saprai di stare vivendo la tua vita senza recitare una parte e poi, se l’altra persona la prenderà come te, se riuscirai a farglielo sentire, beh allora potrà nascere qualcosa di inedito e di stimolante.

Che cosa sarà stato avrete tempo di dirvelo quando sarà finito. Perché perdere tempo di vita per dare titoli a una storia ancora da inventare, che si forma mentre si scrive?

Se poi non c’era sintonia, perché non rinunciare felicemente con una cordiale, anche se a volte unilaterale, stretta di mano?

Il tempo del coaching è un tempo da gentiluomini e gentildonne, anche se talora avventurieri e tal altra gente di casa. I loro ritmi, i modi e le aspettative sono rispettosi, determinati ma anche disponibili e aperti alla vita e agli altri.

Confidenze abbastanza intime (NMG 004 - 1-01-2005)

Come i personaggi di un film recente, anche il manager può avere bisogno di un rapporto confidenziale con uno sconosciuto partecipe


William Faber è un fiscalista. Una vita monotona dedicata al lavoro e al superamento della separazione dalla moglie, fino a che Anna non sbaglia porta e si rivolge a lui convinta di avere a che fare con lo psicoterapista che abita al lato opposto del corridoio. Il film di Leconte porta alle estreme conseguenze questa relazione basata sull’anonimato che eccita e protegge Anna. William invece è travolto da problemi etici che si fanno vieppiù personali a mano a mano che il rapporto procede, senza che le competenze professionali possano confortarlo in alcun modo.

In margine alla storia raccontata dal film Confidenze troppo intime si aprono delle parentesi che coinvolgono altre figure. Una di queste è proprio lo psicoterapista che, dopo aver perso la potenziale cliente, si trova a farsi pagare la supervisione da questo improvvisato consulente, psicologo improvvisato.

Proprio questa è la parte del film che interessa al personal coach. Il ruolo del fiscalista Luchini assomiglia così tanto a quello di molti manager e professionisti. La loro carriera prosegue in maniera soddisfacentemente indolore fino a che non si scoprono a ricoprire un ruolo improprio, quello del famoso principio di Peter, secondo il quale in azienda si fa carriera fino a che non sia arriva al punto di massima incompetenza. Al che ci si ferma e a volte si va in crisi.

Proprio come Luchini viene preso allo sbaraglio dalla conturbante Bonnaire, sedotto dall’ambiguità stessa della situazione, per nulla disposto ad arretrare di fronte alla sfida che però lo trova del tutto impreparato, anche il nostro responsabile o professionista, dopo aver trascorso una vita alla rassicurante ombra delle proprie competenze tecnico-professionali, si trova sguarnito a gestire una relazione interpersonale coinvolgente, ambigua e maledettamente non prevista dai manuali; deve confrontarsi con scelte deontologiche implicanti, dove il bianco non è bianco e il nero non è nero; deve pensare a strategie paradossali che mettono a rischio il destino della sua struttura, delle persone e anche di se stesso.

A questo punto, nei panni del commercialista, potrebbe tirarsi indietro e rinunciare al “grande gioco”: “In fondo chi me lo fa fare?” Ma sarebbe un fallimento.
Può anche proseguire nella dissimulazione: “Cos’avrebbe lo psicanalista che io non ho?” Ma il disagio e il peso di un ruolo imbarazzante graverebbe sulla sua salute e anche sul suo equilibrio.

È incredibile, ma spesso inevitabile: tocca al fiscalista, consulente egli stesso, rivolgersi a quello psichiatra e pagarne i servigi. Non dovrebbe essere strano per lui, visto che i suoi clienti fanno lo stesso. Tuttavia il suo rapporto professionale è lineare, comprensibile, pressocché obbligato perché dettato dalle regole della realtà, della legge, degli affari. Scegliersi il confidente invece è strano, non appartiene al suo copione: che se ne dovrebbe fare un uomo d’affari di uno psicologo? Non sono tanto i soldi che pesano, è quella frequentazione da nascondere, imbarazzante, addirittura vergognosa.

Eppure non ha nessun altra idea. Ha proprio bisogno di un aiuto, di confidarsi anche lui con qualcuno che non faccia parte del gioco stesso. Ha bisogno di un ascolto non coinvolto, ma partecipe, di uno sguardo distante per uscire dall’eccessivo coinvolgimento.

Sono poche parole, quelle che gli dice lo psichiatra, ma legano con un filo rosso i dubbi che il fiscalista aveva già elaborato. Dopo quei pochi incontri proseguirà da solo. Capirà che non può fare a meno di quelle confidenze con Anna. Il suo lavoro, la separazione, la solitudine stessa passano in secondo piano. Il senso della sua vita diventa quel ruolo improprio che sostiene senza strumentazione adeguata, scalzo, ma confortato dal sentimento di amore, per lei, certo, ma ancor più per il suo stesso strano destino: così umano, fragile, ma anche tenero.

Per un obiettivo come quello di “diventare ciò sei” vale la pena di giocarsi tutto, soprattutto le finte sicurezze di ieri!
...questo, almeno, sembra essere il messaggio finale del film, non si sa da quanti condiviso.

Gruppi di Personal Coaching (NMG 008 - 21-01-2005)

A partire dal coaching e dal counseling individuale si vanno creando squadre di professionisti libere di esprimere ed elaborare una cultura basata su lavoro comune e obiettivi spontanei, anziché indotti


I confini del coaching individuale
Nel coaching l’intervento individuale confina con la consulenza psicologica e con alcuni metodi psicoterapeutici, anche se l’applicazione alla vita professionale e il contratto focalizzato all’obiettivo dovrebbero fare la differenza. Dico “dovrebbero” perché, a meno di non concepire la vita a compartimenti stagni, che la matassa si prenda dal bandolo della famiglia o da quello del lavoro, a dipanarla con la necessaria maestria si finisce sempre per tirare in ballo tutta l’esperienza di vita della persona integrale.

Pur con tutti i distinguo del caso il coaching individuale può costituire una risorsa irrinunciabile per il manager, l’executive, il professionista, ma anche il professional o il giovane dirigente che abbia bisogno, a tutta prima, di trovare qualcuno con cui confrontare la propria situazione al di fuori del rischioso e fuorviante ambiente lavorativo (ma anche lontano da amici e famigliari che troppo spesso aumentano la confusione). È utile, quando si miri ad un obiettivo realistico, per mettere in atto tutte le strategie e le azioni volte al suo conseguimento e al successo professionale.

Dal rapporto a due alla rete
È anche comprensibile che il cliente possa esperire un certo peso da questo impegno, sia in termini economici, ma soprattutto nello sforzo operato a mettersi in discussione e a rivoltare come un calzino i propri moventi. E, se a pesare è il tempo dedicato all’operazione, l’aspetto ancora più difficile è la solitudine. Perché, se è vero che il lavoro si basa su una relazione a due, lo è anche il fatto che del suo ambiente di lavoro ci sarà solo lui, che gli mancano dei parametri per confrontarsi, per alleggerire l’onere del pensiero, per evitare paranoie e sensi di persecuzione.

Quello che serve al cliente individuale sono altri come lui con cui lavorare in un coaching vissuto al di fuori dell’azienda; con loro andare a costruire una rete informativa, allargare le informazioni professionali, stimolare l’intraprendenza e scambiare le informazioni sul mercato del lavoro.

Dall’individuo al gruppo
La squadra è una dimensione particolarmente congegnale al coaching. Non è solo il sistema aziendale a potere costituire delle squadre. Spesso proprio clienti individuali possono ricongiungersi in dei gruppi auto-costituiti.

In un suo articolo di una quindicina di anni fa, Edgar Schein, il maestro del counseling organizzativo evidenziava come la crescente flessibilità del mercato del lavoro e la conseguente transumanza continua di manager e professional, fra di loro si andasse sviluppando, in luogo di una cultura intra-aziendale, una nuova di tipo inter-professionale (e infra-aziendale). È quindi sempre meno eccezionale che la motivazione al counseling e al coaching come forme di auto-indagine e lavoro su se stessi tragga motivazione dall’impresa virtuale costituita dal professionista itinerante stesso inserito nell’ambiente dei suoi stessi “colleghi nomadi”.

A costruire risorse utili per questo tipo di configurazione fu ancora alla fine degli anni ‘50 Reginald Revans, padre di una tecnica, l’action learning, che raggruppava quadri e dirigenti di formazione e appartenenza eterogenea per confrontare i propri problemi, le difficoltà, i cambiamenti senza conoscere le competenze e il merito degli argomenti, usando solo un metodo di indagine e di aiuto comune. A lavorare in un modo simile al suo c’era già stato Kurt Lewin con la ricerca-azione e dopo di loro il filone dei laboratori di indagine creativa e sviluppo organizzativo sono proseguiti fino alle attuali forme di counseling e coaching. In genere, però si è teso soprattutto a lavorare all’interno della singola impresa, anziché trasversalmente come auspicava Revans.

Ecco che oggi, invece, è proprio a partire dal coaching e dal counseling individuale che si possono realizzare colture interprofessionali di tipo nuovo, delle squadre libere di esprimere ed elaborare una cultura basata sul lavoro comune e su degli obiettivi spontanei, anziché indotti.
I vantaggi di un’esperienza di questo tipo sono molti. Innanzitutto la possibilità di combinare sinergicamente percorsi di lavoro individuale con quelli del gruppo (e non viene esclusa neppure la combinazione con tragitti corporate). Potere elaborare contesti diversi e livelli di pensiero differenti rende di segno geometrico - proprio perché multi-dimensionali - i progressi ottenibili dal coaching. Nei confronti del coaching individuale qui c’è l’opportunità di sfruttare le risorse del gruppo per creare simulazioni di situazioni esistenti come pure di inventarne di nuove, usando tecniche di creativity, role playng, autocasi, brainstorming e così via.

Anche da un puro e semplice punto di vista economico, la risorsa-gruppo, da sola o combinata con le sedute individuali, favorisce un notevole risparmio e la possibilità di lavori più estesi.
Nonostante tutte queste buone ragioni, l’offerta del coaching di gruppo non è molto diffusa, sia a causa della scarsa consapevolezza dell’opportunità di una tale domanda proprio fra i clienti, sia per la ricerca di contratti corporate da parte dei coach.
Paradossalmente, invece, proprio la committenza aziendale trarrebbe notevoli vantaggi dal farsi sponsor di queste iniziative per i propri dipendenti: non solo risparmierebbe rispetto a interventi per piccoli gruppi a volte tirati per i capelli, ma potrebbe portare aria nuova al proprio interno grazie alla rottura di logiche abitudinarie interne e all’arricchimento con modus operandi e culture organizzative esterne.

Nell’attesa che una simile consapevolezza si sviluppi l’unica alternativa è costituita dall’inserimento in percorsi di coaching individuali, nell’attesa che il coach disponibile a questo tipo di lavoro riesca a mettere insieme il numero sufficiente di partecipanti interessati necessario per costituire un nuovo gruppo.

In definitiva, per chiudere l’excursus di questi ultimi due articoli, proprio il corporate coaching, nonostante sia il setting di sviluppo personale e organizzativo meno attuale, costituisce l’offerta e anche la domanda di coaching di gran lunga più diffusa e, nonostante le ottime opportunità che è in grado di offrire quello di gruppo, la principale alternativa alla dimensione corporate è ancora quella individuale.

Corporate e Personal Coaching (NMG 007 - 18-01-2005)

Al servizio dell’impresa o della persona? La visione del Coach deve sempre essere di tipo sistemico escludendo sia il conflitto di interessi che l’approssimazione omologante


«Di chi è l’obiettivo dell’intervento di coaching?» Del cliente individuale pagante, di quello sponsorizzato dall’organizzazione o dell’impresa committente, dello stakeholder?
La risposta a questa domanda indirizza l’attività verso soluzioni di tipo diverso. I metodi stessi che ne conseguono sono differenti. Differente è il setting e, di conseguenza, il tipo di lavoro.
Insomma, ancora una volta, parlare di coaching non è mai un discorso scontato.

Provo ad affrontare quest’aspetto illustrando due scenari diversi. Il primo, discusso in questo articolo, descrive la differenza fra un tipo di lavoro finalizzato all’organizzazione, impresa o istituzione che sia, e quello finalizzato alla persona. Nel prossimo partiremo dall’approccio individuale per mostrare come possa condurre a nuove, impreviste ed interessanti aggregazioni.

Corporate Coaching
Non solo le origini, ma il termine stesso di coaching evoca in prima istanza un tipo di lavoro rivolto ad una squadra. Proprio com’è quella dell’allenatore, il coach sportivo, anche in questo caso si è portati a pensare ad una professione che si esprime nell’allenare una squadra lavorativa nella speranza di poter vincere il campionato o almeno di poter restare nella prima selezione, come pure, nel caso di esordienti o di gruppi in rilancio, di potere scalare la propria classifica per figurare sempre meglio di anno in anno.

Come nel caso della squadra sportiva, anche nel corporate coaching l’incarico viene pesato su una durata di riferimento di un anno, salvo improvvise ed eclatanti idosincrasie o incidenti di percorso imprevisti. Anche perché, per potere vedere i frutti del lavoro svolto, non bastano poche partite. Si fa un contratto con degli obiettivi messi bene nero su bianco e poi si parte. Nel corso dell’anno si procede con una verifica dell’andamento e, se si è tutti soddisfatti del lavoro svolto e delle relazioni intercorse, potrà avere un senso rinnovare il contratto di anno in anno per tutto il tempo a venire che si ritiene utile (in genere non lo si rinnova più di una o due volte, anche se niente e nessuno vieta di tornare a scritturare lo stesso coach più avanti, negli anni a venire).

Torneremo ad approfondire questo argomento. Per ora occorre solo evidenziare un aspetto di questo tipo di lavoro: gli interessi dei singoli in una squadra che deve vincere il campionato passano in secondo piano, in quanto il lavoro e la soddisfazione di ciascuno sono subordinati agli obiettivi del gruppo. Seppure questo è comprensibile in generale, può non esserlo nel particolare.

Personal Coaching
Il machiavellismo delle politiche organizzative si nutre delle ingiustizie che crea. La fortuna che può baciare un incompetente o i privilegi fondati su favoritismi immotivati trovano un contraltare in molti sfortunati che, pur avendo dato molto e magari anche generato molto, non ottengono soddisfazione e magari talora vengono addirittura accantonati o squalificati.

Se un’impresa può avere molte ragioni per “traghettare” il proprio gruppo da una condizione a un’altra, i diritti della persona non sono meno importanti. Storicamente, per una corrente di pensiero che privilegia le ragioni del gruppo e ancor più le ragioni di stato a quelle dell’individuo ne emerge sempre una che esalta il diritto del singolo al di sopra di quello delle masse. In fondo un’impresa è un soggetto altrettanto che una persona ed esistono persone ben più potenti di tanti gruppi. Esistono inoltre professioni che si identificano con una singola persona proprio come ci sono sport di squadra e sport individuali.

Sia negli sport individuali che in quelli di squadra esistono coach (a volte interi staff) che lavorano per il singolo atleta (il più delle volte in condivisione non di rado dialettica e talora in competizione). Perché stupirsi che avvenga altrettanto nella consulenza professionale?

Qualcuno, anche fra quelli che fanno questo lavoro, discrimina fra corporate coaching quando è rivolto alle professionalità e personal coaching quando lavora sul potenziale umano (non-professionale). Non è così.
Il coach prende in considerazione sistemi diversi e, pur attrezzandosi diversamente a seconda del setting, tratta entrambi con pari dignità rispettando i valori e le regole valide per quel sistema.

Può anche avviare due lavori combinati concomitanti (uno di corporate e anche più di uno personali), ben sapendo che in quel caso sta cominciando a muoversi in un terreno minato.
Quello che non deve mai verificarsi, infatti, è la situazione di conflitto di interessi. Non si può essere servi di due padroni e cavarsela senza giochi sporchi, anche se lavorare per una famiglia il più delle volte comporta lavori individuali diversi nei confronti dei singoli componenti che non porteranno problemi a meno che non vi siano membri che cerchino di sfruttare questa situazione. Se anche in quella “famiglia” ci fossero conflitti fra i membri è sufficiente che questi vengano esclusi da quel contratto.
D’altro canto il coach dovrà evitare, per esorcizzare il rischio di conflitto, di pontificare, mascherare le contraddizioni e i contrasti in nome di un “buonismo” ecumenico, di un approssimativo “vogliamoci tutti bene” che opera come un devastante rullo compressore, un proclama di servilismo pusillanime.
Non potrà fare autogol nei confronti della committenza aziendale, ma neppure tradire la fiducia del professionista. Se anche accadesse uno solo dei due incidenti, esso provocherebbe automaticamente anche l’altro.

Una considerazione finale per porre l’accento sui limiti di entrambe le situazioni. Se il corporate coaching troppo spesso comprime i bisogni soggettivi, il personal coaching non dà sufficiente respiro e apertura alla relazione a due. Per questo occorre valutare una terza dimensione. Quella del gruppo.

"Il tempo per sé" (NMG 003 - 29-12-2004)

Quando il lavoro offre spazio è sbagliato insistere a fare: molto meglio è curarsi degli spazi personali e migliorare se stessi


Un po’ alla volta si sta accettando che il mondo non sarà più lo stesso e neppure le aziende. Per certi versi le cose sono peggiorate, ad esempio è più difficile ottenere vantaggi immeritati com’è capitato a molti di quelli che oggi comandano. Per altri sono migliorate, per esempio c’è un maggiore senso di realtà fra il valore di quello che si fa e quello che si ottiene. Inoltre, in mancanza di idee chiunque può contribuire ai destini organizzativi, anche molti di coloro che un tempo non avevano voce in capitolo.

Allora, se le magnifiche sorti e progressive delle carriere di alcuni anni or sono si profilano sempre meno probabili, gli obiettivi di crescita possono addirittura aumentare, grazie a una diversificazione di intenti che può arricchire i singoli, le imprese e anche il sistema economico, alla lunga.

Quello che alcuni ritengono essere il libro più antico dell’umanità, I Ching, ovverosia “Il Libro dei Cambiamenti”, dedica la sua missione alla logica che sovrintende le trasformazioni fra gli uomini e nella natura. Contiene pertanto un’infinità di consigli per tutti quelli che hanno compreso come gran parte dei nostri problemi dipende dalla capacità di cogliere il senso dei tempi di cambiamento.

I Ching c’insegna, fra le altre cose, che esistono dei periodi in cui non c’è nessuna possibilità di essere creduti e di ottenere i risultati sperati. In questi frangenti lavorare di più in genere si traduce nell’offrire buoni pretesti per venire criticato, vituperato, emarginato. In questi periodi la cosa migliore da fare è “mangiare fuori casa”, ovverosia desistere dalle solite strategie e dal tentativo di ottenere soddisfazione dalla medesima attività.

Nei luoghi di lavoro uno dei comportamenti che non ci si può permettere, il più delle volte, è esprimere apertamente le proprie difficoltà, il proprio stato d’animo. Il rischio è che le nostre confidenze vengano divulgate, strumentalizzate, utilizzate per ritorcerle contro di noi.

In tempi come quelli che stiamo attraversando, probabilmente, il meglio che si possa fare è ricominciare ad occuparsi di se stessi. Ad esempio, riprendere a suonare, approfondire lo strumento che si usava da giovani o apprenderne uno del tutto nuovo; mettersi a dipingere o dedicarsi alla scultura; iscriversi a una scuola di danza; ritornare a studiare la Storia che a scuola avevamo visto solo come un dovere; mettersi in analisi per far emergere le istanze nascoste della nostra anima; creare un’associazione, un club con i propri amici per diffondere gli interessi che ci stanno a cuore. E così via, finché c’è passione e creatività.

Un altro modo per occupare al meglio i periodi di incertezza è quello di curare la propria professionalità. Soprattutto quando si è più giovani si farà bene a formare se stessi in funzione di possibili colloqui di lavoro, approfondendo materie informatiche o linguistiche, ad esempio. Naturalmente anche chi non ha i requisiti (e il più delle volte neanche l’interesse) per partecipare alle ricerche di personale farà bene a ridedicarsi allo studio e alla “professionalizzazione”.

È comunque più probabile che gli obiettivi di chi ha passato i 30-35 anni siano quelli di consolidare le posizioni conquistate o di far valere altrove le proprie competenze.
Anche chi ha superato i 40-45 mirerà a far rendere i propri investimenti professionali in azienda o traguardare al meglio verso nuove opportunità che gli sono state offerte, mentre non sarà fuori dal comune che possa ricercare un cambiamento di lavoro che non gli viene offerto né da dentro, né da fuori.

In questo caso il guado (o “La Grande Acqua”, come la chiamerebbe I Ching) è costituita dal momento di “mettersi in proprio”. Una grande opportunità ma anche un grande rischio, una sfida importante che, ancor più degli altri due casi, va affrontata fuori dall’ufficio, nello studio di qualcuno che sappia ascoltare, che possa far emergere limiti e facoltà, che sappia cautelare, ma anche far riaffiorare il coraggio giovanile annichilito da anni di piatta ripetitività.

Il Personal Coaching è una delle migliori scelte professionali che possano essere intraprese quando c’è il tempo e la voglia di lavorare per se stessi. Sia per i risultati che possono essere generati dal lavoro comune, ma prima ancora per la scelta, la motivazione e l’energia che offre fare qualcosa di diverso dal “così fan tutti”, proclamando di volersi impadronire del proprio destino.

Qualunque sia la strada che intraprendi, la regola che ti consiglio è una: soprattutto quando non vale la pena dedicare tutto il tempo al lavoro, trova il tempo per occuparti sempre più di te stesso.

Legenda: NMG = Originalmente pubblicato su NetManager

Ferragosto di revival

Una scelta tipicamente estiva quella di riproporre vecchi film.
Non sono poi così vecchi questi articoli comparsi in siti mediamente importanti. Portali come Netmanager che ha cambiato più volte veste o come ApogeOnLine che ha modificato nel frattempo linea editoriale. Con questi cambiamenti sono scomparsi i miei pezzi anche se alcuni si trovano in altri siti che li hanno "ristampati". Alcuni sono, non solo a detta mia, sufficientemente interessanti da valere la riproposta.
Dopo questo "messaggio di avviso" li vedrete ricomparire ed è opportuno che chi ha il servizio su posta elettronica e magari si troverà la cassetta invasa da questi materiali possa comprendere il significato di questa messe.
Confido che alla lunga non si riveli un'iniziativa sgradita.
Ne approfitto per segnalare che materiali precedenti sono disponibili all'indirizzo di "Tracce d'autore". Anche fra questi scritti qualcuno potrà trovare considerazioni utili o ragionamenti riproponibili.

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01 agosto 2007

Esperienza ed esplorazione

Nel giro di poche ore il cinema ha perso in un colpo solo Serrault, Antonioni e Igmar Bergman.
Durante la celebrazione di quest'ultimo il telegiornale ha mandato uno spezzone istantaneo di un suo film - non so quale.
Veniva pronunciata una frase per me folgorante che nella velocità dell'articolo dai più veniva persa, ma che mi sono segnato per condividere con voi, esploratori della vita che non fate conto sulle bibbie del manager, sulle slides dei coach e sui grafici dei trend.
Eccola:

L'esperienza è l'unico dovere di una mente tesa all'esplorazione


E adesso fate silenzio dentro di voi per almeno qualche istante

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